Urbanismo y comida

Cuba…

Il miracolo di un organopónico che prospera in mezzo ai palazzi, fornendo una buona prospettiva lavorativa ai giovani e un’alimentazione sana a tutto il quartiere

Necessità, possibilità e volontà. Con queste tre parole un orticoltore urba- no sintetizzò le ragioni del “miracolo agricolo” cubano al suo intervistatore, Sinan Koont, autore dell’articolo “The Urban Agriculture of Havana”.

Quando visito il Vivero Alamar è una mattina di maggio, l’aria calda ma resistibile; dalla zona in cui alloggiamo l’organopónico* dista circa mezz’ora. Un percorso tra vecchie dimore barocche ed edifici art déco, parchi verdi e l’azzurro del Malecón.

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Esperienza esemplare

L’ingresso della Ubpc (Unidad Básica de Producción Cooperativa) ci accoglie con una zona ombreggiata, un banco di vendita che espone casset- te di ananas, gombo, peperoncino, pomodori, spezie e spinaci, tutto col relativo prezziario in moneda nacional o pesos cubanos. C’è coda. Un andirivieni di donne, anziani, famiglie. Gli abitanti del quartiere si servono qui per la spesa quotidiana e, ultimate le compere, molti si concedono un bicchierone di guarapo ghiacciato, ottenuto dalla spremitura della canna da zucchero e preparato espresso sul momento.

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Oltrepassato l’ingresso, incontriamo Miguel Salcines López, presidente della cooperativa. Un grand’uomo. Per idee, statura, coscienza. Con lui ripercorriamo le tappe alimentari e produttive dell’isola, da un’agricoltura im- prontata alle monocolture fino al crollo dell’economia sovietica, che spazzò via macchinari, fertilizzanti e pesticidi chimici, mezzi di trasporto, benzina e gasolio. Rendersi autosufficienti nella produzione, coltivare vicino alle città riducendo al minimo i costi di trasporto e adottare pratiche sostenibili per essere indipendenti dalle energie fossili furono visti come interventi necessari durante il período especial. Ma Cuba era in un certo modo preparata ad affrontare la crisi: fin dagli anni Settanta, infatti, centri di ricerca e istituzioni statali avevano iniziato a studiare una strada per vivere senza petrolio.

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È il caso di Vivero Alamar. Miguel era presente fin dall’inizio, nel 1997, insieme ad altre quattro persone, quando ottenne di lavorare un appezzamento di 3,7 ettari, un terreno incolto e apparentemente privo di valore. Ed ecco il “miracolo”, i cui numeri parlano chiaro. Attualmente gli occupati in cooperativa, su circa 11 ettari di terreno, sono 162 persone, fra cui giovani che guardano alla terra come a una prospettiva di buona vita, professionisti universitari, oltre 40 donne e un 35% di pensionati. E le condizioni lavorative sono privilegiate: sette ore di lavoro al giorno, salari di 800 pesos circa (rispetto ai 450 della media nazionale), la possibilità di accedere a corsi di preparazione e di aggiornamento, di usufruire della mensa comune gratuita… È ovvio che questa realtà abbia un forte impatto sociale, migliorando la qualità della vita di chi vi lavora e la dieta dell’intero quartiere.

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Diversificare le attività

Si tratta di un’esperienza esemplare, una struttura all’avanguardia che riceve molte visite da delegazioni ufficiali straniere, media o contadini di altri paesi che vogliono apprendere i loro “segreti”. Mentre camminiamo per la proprietà li vediamo anche noi: un gruppo di venezuelani armati di penne e quaderni. Fanno domande, osservano, si appuntano le risposte. Alamar ha molto da insegnare.

Ce ne accorgiamo osservando più da vicino che questa cooperativa è una sorta di “condensato” di tutto quel che abbiamo letto e appreso sull’agricoltura pulita e che indicano chiaramente che tutto è frutto delle scelte che Miguel e compagni hanno intrapreso studian- do, documentandosi e ristabilendo un contatto autentico con la natura. Ultimo capitolo, la biodiversità: innumerevoli tipi di ortaggi coltivati secondo un ciclo breve che prevede fino a 4-5 rotazioni all’anno, frutti tropicali, erbe aromatiche e officinali come la yerba buena per i mojitos o la Albahaca santissima (una particolare varietà di basilico) per le pratiche di santeria, fiori variopinti sotto le serre, polli, conigli, tori per produrre letame. E tutt’intorno i palazzi. «¡Mira!, urbanismo y comida» dice Miguel. Ogni cosa è correlata all’altra, terra-insetti-piante-animali, benessere ambientale-sociale-economico, e tutto parla di competenza e creatività.

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*La parola organopónico è originaria dello spagnolo cubano e descrive una realtà agricola sviluppatasi proprio a Cuba, a partire dal 1987, per poi diffondersi anche altrove. Gli organopónicos sono orti urbani e biologici, e consistono in “vasconi” di diversa estensione, circondati da un muretto alto pochi cen- timetri e riempiti di terra e sostanza organica. Si stima che a Cuba ce ne siano più di 7000 di diversa ampiezza, che soddisfano gran parte del fabbisogno interno.

di Silvia Ceriani
Foto Luca Morino

Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Slow Food 2013