Ripartire dal riso rosso

Madagascar…

Quando una coltura è riconvertita al biologico ne guadagna il gusto, ma anche la produttività del terreno

“Abbiamo coltivato così per secoli, poi siete arrivati voi vasà* e ci avete detto che non andava bene, che dovevamo utilizzare i vostri prodotti. Ora vorreste dirci che avete cambiato idea, e che avevamo ragione noi?”. Con queste parole gli anziani di Antanafisaka hanno inizialmente riso alla proposta di Sandra Pazzaglia di riconvertire l’intera coltivazione del riso rosso, dopo decenni di “rivoluzione verde”, all’agricoltura biologica.

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Fiducia
“Antanafisaka è un villaggio poverissimo, senza acqua corrente ed elettricità” spiega l’attivista italiana, che da anni segue sul campo il progetto di sviluppo economico del poverissimo paese malgascio per conto di un filantropo italiano con l’appoggio dell’associazione Granello di Senape e di Slow Food. “Il riso rosso, una varietà endemica, saporita e nutriente, rappresenta per i produttori, che fanno parte della rete di Terra Madre non solo l’alimento base di ogni pasto, ma anche l’unica moneta di scambio per acquistare al mercato il necessario per vivere”. Ci sono voluti due lunghi anni di micro-sperimentazioni su piccoli appezzamenti, ma alla fine Sandra Pazzaglia è riuscita a guadagnarsi con i fatti la fiducia della comunità, che ora frequenta assiduamente i suoi corsi di eco-agronomia. “Tutti hanno potuto rendersi conto che, a dispetto delle false promesse delle grandi aziende, la coltivazione biologica su piccola scala, se praticata con criteri moderni, consente non solo di ottenere un prodotto più buono, ma anche di aumentare la resa dei campi (dal 20 al 60% in più), già a partire dal secondo anno”.

Speranza
Mentre parla, accarezza la testa di un bambino seduto, che la contempla con occhi persi. “Ha oltre due anni, non parla e non cammina. Non ha mangiato abbastanza in un periodo di carestia. Forse non ce la farà”. Se davanti alla tragedia di questo bambino si è tentati di abbandonarsi a una sensazione di impotenza, Sandra è invece animata dalla convinzione che, in nessun’altra parte del mondo come nel continente africano, con pochissimo si può fare molto. Per questo ha istituito il “fondo di rotazione”, un’esperienza di microcredito per finanziare piccoli progetti agricoli. “Bastano pochi euro per finanziare l’acquisto di un attrezzo, una coppia di animali, nuove sementi, e dare così una svolta alla vita imprenditoriale di un contadino”.

Il principale obiettivo del fondo, spiega, è convincere i contadini a coltivare più terra. “Se finora non l’hanno fatto, non è perché manchino loro gli appezzamenti o la voglia di lavorare, ma perché non avevano i mezzi per acquistare le sementi degli ibridi di laboratorio commercializzati dalle grandi aziende, i concimi e i fitofarmaci. Per decenni sono stati schiavi dell’agricoltura industriale: è tempo che si liberino da questo giogo”. Le rosse colline attorno al villaggio, ad esempio, – un bellissimo contrasto con il verde acceso delle risaie a valle – non sono coltivate.

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Sandra ha in progetto di rifertilizzarne la terra, da tempo slavata e impoverita di sostanze dalla pioggia, introducendo la coltivazione di specie azoto-fissanti come le leguminose, e di riportare ad Antanafisaka la tecnica della coltivazione a terrazza, molto diffusa a sud di Antananarivo, ma poco praticata ad est della capitale. “La coltivazione di queste terre consentirebbe alla comunità di far fronte al duro periodo della soudure, del passaggio cioè da un anno agricolo all’altro, quando il vecchio raccolto inizia a scarseggiare e il nuovo non è ancora pronto”. Per affrontarlo, racconta, un contadino le ha sottoposto l’idea di utilizzare il fondo di rotazione per costruire un granaio. E, a giudicare dalla luce che si accende nei suoi occhi, per Sandra è stato un regalo immenso, la ricompensa per anni di lotte. “Vedi, per la prima volta l’idea è venuta da loro. Ciò significa che sono riuscita ad accendere nei loro cuori una seppur fioca luce di speranza che il cambiamento, anche qui ad Antanafisika, è possibile”.

*Il modo colloquiale con cui in Madagascar si indicano i bianchi

Testo e foto di Michele Fossi
Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Slow Food 2013