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La green economy degli umili insegnata ai Grandi della Terra

L'editoriale su Rio+20 di Carlo Petrini pubblicato su La Repubblica.


Organizzare un meeting mondiale sulla sostenibilità in un luogo e con metodi assolutamente insostenibili può essere il dazio da pagare per un accordo e un progetto da condividere con la comunità mondiale. Se poi questo accordo è sostanzialmente irrilevante, solo di facciata e non funzionale per politiche ambientali come questi tempi richiedono, l’operazione Rio+20 è un altro appuntamento inutile. Le premesse dell’incontro erano celebrative di un evento che vent’anni fa aveva suscitato presa di coscienza mondiale e legittime aspettative. Proprio questo approccio commemorativo avrebbe consentito più coraggio, più partecipazione e visionarietà. Ma i grandi della terra si sono via via defilati svuotando questo appuntamento da qualsiasi impegno negoziale. È venuto fuori un documento di principi triti e ritriti, figlio di un compromesso inutile che non serve e scontenta la forte presenza delle associazioni ambientaliste. Ai brasiliani va la responsabilità di un’organizzazione che fa acqua da tutte le parti, senza alcun controllo sull’accoglienza di migliaia di delegati lasciati in balia di un sistema alberghiero con tariffe da strozzini. La delegazione del Parlamento europeo ha dato forfait per non subire condizioni economiche insopportabili (seicento euro a notte per un minimo di 7 giorni garantiti, quando il meeting dura 4 giorni). Se queste sono le prove generali per i futuri appuntamenti sportivi (mondiali di calcio e olimpiadi) la politica della municipalità carioca ne esce a pezzi. Se questo è sviluppo sostenibile meglio starne alla larga.

Per fortuna sulla spiaggia di Flamengo in una cornice più viva, meno blindata, si svolgeva il People’s Summit, l’appuntamento dei popoli di questo paese-continente, con migliaia di comunità di base, di associazioni che praticano quotidianamente progetti sostenibili e che, con la loro rete di relazioni, attivano processi virtuosi. Comunità agricole, organizzazioni impegnate in attività educative e sociali nelle città e nelle favelas, la potente associazione nazionale dei catadores (raccoglitori di materiale riciclabile) che, in assenza di una politica di raccolta differenziata, pratica il riciclaggio. Gente umile, proveniente da tutto il paese che lotta per il diritto alla terra, contro la deforestazione, che pratica il compostaggio per ridurre l’uso di sostanze chimiche sui terreni agricoli: una moltitudine di soggetti ben radicati nella società civile.

Il risultato complessivo è sconcertante: due mondi paralleli che si interessano degli stessi temi, ma con metodi e pratiche differenti, senza dialogare tra di loro ed entrambi impotenti nel sensibilizzare le forze politiche, le istituzioni forti. In fondo questo è il vero segno distintivo del momento storico che stiamo attraversando e che non fa intravedere un futuro chiaro. Avrà ragione Edgard Morin quando sostiene che le buone pratiche di innumerevoli movimenti, definiti comunità di destino, cambieranno la politica?

Questa diffusa rete di organizzazioni sta veramente generando una nuova coscienza planetaria in grado di porre in sicurezza “la Terra, veliero sul quale naviga l’umanità”? Oppure avranno ragione i catastrofisti che vedono l’umanità marciare irresponsabilmente verso un disastro ambientale di natura irreversibile?

Viste da Rio queste due soluzioni sono entrambe possibili; tutti avvertono l’esigenza di nuovi paradigmi ma non sanno condividerli; aumenta la coscienza verso una politica dei limiti allo sviluppo ma, in fondo, nessuno vuole metterla in pratica.

Un mondo organizzato per produrre sempre di più creando l’illusione che ciò costi sempre meno è difficile da convertire al senso della misura e del limite. Cosicché, mentre autobus di delegati e scorte di polizia per garantire sicurezza a potenti di terzo rango stanno intasando il traffico con interminabili ore di attesa per tragitti di pochi chilometri, mentre gli elicotteri dall’alto controllano l’insostenibile adunanza, sulle spiagge di Copacabana, Ipanema e Leblon, il popolo carioca gioca al pallone, fa ginnastica e si abbronza.

Niente di nuovo sotto il sole di Rio de Janeiro!

Di Carlo Petrini da La Repubblica 22/06


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