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Il nuovo colonialismo

Intervista a Stefano Liberti, autore del libro Land grabbing e del documentario in uscita Mare chiuso.


Perché una rosa rossa sia veramente il simbolo dell'amore appassionato, bisogna capire bene da dove viene. Molte rose vendute oggi in Europa sono coltivate infatti negli impianti ipertecnologici che una multinazionale indiana ha costruito in Kenya e in Etiopia. Dove? Sulle decine di migliaia di ettari ottenuti in affitto a prezzi irrisori, occupando i pascoli della popolazione locale.

E' solo uno dei crudeli paradossi legati al fenomeno dilagante del land grabbing, l'accaparramento globale delle terre fertili che in molti Paesi continua a privare le comunità locali del loro bene più prezioso.

Le responsabilità sono difficili da individuare, tra accaparratori pieni - a parole - di buone intenzioni e istituzioni compiacenti, trattative fumose e società di investimento che si nascondono come scatole cinesi.

Nel libro Land grabbing (minimum fax, 2011), il giornalista del Manifesto Stefano Liberti ci porta dalle sale ovattate della FAO all'altopiano etiopico, dalla borsa di Chicago al Mato Grosso do Sul, ci accompagna attraverso una serie di luoghi e situazioni che compongono come tasselli di un mosaico il ritratto di questo drammatico fenomeno.

Negli ultimi mesi, Liberti ha anche realizzato, con Andrea Segre, il documentario Mare chiuso, che è in questi giorni al centro di un fitto calendario di proiezioni indipendenti. Il film descrive il dramma dei respingimenti messi in atto dall'Italia tra il 2009 e il 2010. Con questi provvedimenti illegali il nostro Paese ha richiamato su di sé una severa sanzione da parte della Corte europea dei diritti umani. Centinaia di migranti sono stati intercettati in mare e riportati in Libia con la forza: nel film alcuni raccontano in prima persona la loro incredibile odissea.


Come ben descrivi nel tuo libro Land grabbing, merci e capitali si spostano sul pianeta senza problemi, anche quando calpestano i diritti delle popolazioni locali. Lo spostamento di esseri umani è trattato invece come il vero fenomeno deviante, ce lo mostri nel film Mare chiuso, che hai appena realizzato con Andrea Segre. Che cosa pensi di questa contraddizione?
Ci troviamo in effetti di fronte a un incredibile paradosso. L’Europa ha una posizione ambigua: dal punto di vista commerciale mantiene un atteggiamento di apertura; rispetto all’immigrazione però adotta misure di contrasto molto costose.. e poco efficaci!
Con un dispiegamento di mezzi imponente, un migliaio di persone sono state intercettate in mare dal 2009 durante la loro traversata verso l’Italia. Erano di nazionalità varia: molte provenivano da zone di guerra e non hanno potuto neanche richiedere l’asilo.

Parliamo del land grabbing. Possiamo ancora definire questo fenomeno come il “colonialismo del XXI secolo”? Nel tuo libro sottolinei anche le responsabilità dei governi locali.
La fine del colonialismo ha avuto come strascico un controllo degli scambi commerciali da parte delle ex-potenze coloniali. Per lungo tempo si è cristallizzata una forma di monopolio. Adesso come allora con il fenomeno del land grabbing si perpetua un meccanismo di spoliazione. La cessione dei terreni avviene infatti a condizioni estremamente svantaggiose per i Paesi del Sud.
Oggi però i governi locali sono responsabili, accettano contratti iniqui per rafforzare la propria posizione o alimentare connivenze.

Quale ruolo possono avere secondo te le istituzioni internazionali e la società civile per arginare questo fenomeno?
Le principali istituzioni internazionali, come la FAO e la Banca Mondiale, si sono espresse a favore dei primi “acquisti” in terra straniera. Vedevano comunque in questi primi episodi delle opportunità di investimento in un settore come quello agricolo che, ricordiamolo, ne ha estremo bisogno.
Adesso cercano di mettere un freno e di riposizionarsi applicando codici di condotta che non sono certo incisivi.
Il problema nasce dal fatto che quelle stesse istituzioni sostengono un modello culturale inconciliabile. Da una parte ci sono gli ambienti rurali che si basano sull’agricoltura di piccola scala, sul rapporto di scambio con la terra, sul sapere contadino tramandato da secoli. Dall’altra un modello industriale che vede la terra come merce e si basa sulla concentrazione dei terreni, sui trattamenti chimici, sulla monocoltura. Non saranno i codici di condotta a cambiare la natura di questo modello.
Per la società civile è difficile intervenire in questo contesto. Ci sono certo dei piccoli barlumi di speranza, dei piccoli esempi di resistenza come l’episodio di Fanaye, in Senegal, dove la mobilitazione dei cittadini ha portato un progetto sui biocarburanti all’abbandono. La rivolta ha bloccato l’insediamento di una società italiana che aveva appena ottenuto a prezzi irrisori 20 000 ettari da piantare a patata dolce per produrre bioetanolo.
Si tratta però di piccoli focolai, in molti Paesi la repressione innesca una paura che blocca ogni reazione sul nascere. E poi dobbiamo pensare che le popolazioni direttamente colpite sono quelle rurali, spesso meno organizzate.

E i singoli cittadini, come possono intervenire in Occidente? Devono prestare più attenzione ai loro investimenti?
I cittadini possono provare a reclamare una maggiore trasparenza a chi gestisce i loro investimenti. Si tratta di un campo estremamente complesso. Servono regole precise e ricerche indipendenti per fare scelte di investimento più consapevoli. Nel Nord Europa per esempio la situazione è drammatica, molti fondi pensione si sono rivelati coinvolti negli investimenti sulle terre fertili.

Possiamo dire no al land grabbing con i nostri consumi quotidiani? Sostenere un’agricoltura di piccola scala vuol dire opporsi implicitamente a quel modello industriale di cui il land grabbing è espressione?
Certo, è molto importante. I singoli cittadini possono adottare abitudini di consumo più coscienti, privilegiare la filiera corta, i prodotti freschi e di stagione. Dobbiamo però distinguere l’etica individuale dall’azione collettiva. Penso che sia necessario fare un passo più in là perché ci sia un vero e proprio cambiamento globale, che la politica assuma il suo compito regolatore con sussidi e disincentivi. Non vorrei certo trovare un mirino puntato al banco frutta del supermercato, ma sono necessari secondo me interventi pubblici immediati e incisivi per ottenere un vero cambiamento.

Per saperne di più:
Land grabbing (minimum fax, 2011)
Mare chiuso (2012)

Guarda il trailer del documentario Mare chiuso


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