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Denominazione di origine: Istanbul

Come aiutare una metropoli tentacolare a ritrovare le sue radici? Un’intervista con Defne Koryurek, coordinatrice del convivium Fikir Sahibi Damaklar e consigliera Slow Food per la Turchia

Slow Food è ormai una presenza familiare a Istanbul, grazie anche a tre dinamici convivia e a circa 500 iscritti. Nel corso degli ultimi tre anni il convivium di Fikir Sahibi Damaklar ha promosso una fortunatissima campagna in difesa del pesce Lüfer, uno dei simboli gastronomici della città, oggi a rischio di estinzione. Nei diversi quartieri della città, i membri Slow Food si impegnano in mille modi per aiutare gli abitanti a riscoprire il cibo buono, pulito e giusto prodotto nella regione: dalle iniziative per lo scambio di semi al progetto educativo “Dal seme alla tavola”, che coinvolge oltre 1500 alunni presso la comunità di apprendimento di Yagmur Boregi.

Che cosa rappresenta Istanbul per i membri turchi di Slow Food?
Per noi è sinonimo di casa. Istanbul per noi è tutto: è la nostra storia, e poi è una città semplicemente stupenda. Nel corso degli ultimi trent’anni, in compenso, la popolazione è quadruplicata: da tre milioni di abitanti alla fine degli anni Sessanta siamo passati a 15 milioni di residenti. Istanbul si è espansa in modo selvaggio, è diventata una metropoli, nel senso deteriore del termine.

Si può dire che sia un simbolo delle modernità e del progresso in Turchia?
Purtroppo c’è ben poco da idealizzare in questo campo. Oggi Istanbul è il cuore pulsante di un’economia in crescita disordinata. A volte mi guardo intorno e ho paura. Soprattutto quando vedo a che ritmo la città è stata depredata e sfruttata. Le aree verdi sono scomparse. Il nostro mare, il Bosforo, è sempre più inquinato e meno pescoso. Molti dei quartieri storici sono stati demoliti per fare spazio alla speculazione immobiliare.

Eppure storicamente Istanbul ha sempre avuto forti legami con il territorio.
Geograficamente gode di una posizione meravigliosa. Non solo è un ponte tra l’Europa e l’Asia, ma grazie al Bosforo abbiamo un clima molto particolare e la natura ci ha colmati di doni: acqua, piante commestibili, funghi… e un mare così pescoso che, secondo un proverbio, ci si potrebbe camminare sopra. Istanbul è sempre stata una città generosa con la sua gente e ospitale con i nuovi venuti.

E oggi?
Purtroppo Istanbul si è fatta talmente enorme che è difficile, per un immigrato, sentirsi a casa. Si è sempre un po’ dei turisti, si ha l’impressione di essere provvisori. Istanbul è una città di passaggio, dove le risorse sono soprattutto consumate. La gente non pensa al domani. Slow Food Istanbul lavora per riconciliare la popolazione con la città: parla di sostenibilità e spiega che è compito nostro rispettare i tanti doni della città.

Puoi fare un esempio?
Non tutti sanno che intorno a Istanbul gravitano 151 paesi, dove spesso si pratica ancora l’agricoltura e sopravvivono antiche tradizioni. Qualche tempo fa, grazie a un articolo, siamo venuti a sapere di un villaggio dove i bufali d’acqua pascolavano ancora liberamente. Erano le generose risorse idriche della regione a consentire di portare avanti quella forma di allevamento, ma una società privata accampava diritti sulle sorgenti, dove voleva impiantare degli stabilimenti tessili. Gli abitanti del villaggio stavano lottando per bloccare quel progetto, così ci siamo presentati sul posto e abbiamo offerto il nostro appoggio.

Come ricreare un legame tra la popolazione di Istanbul e il territorio?
Istanbul è una città frenetica. Al termine di una giornata di lavoro, resta pochissimo tempo libero. Non tutti possono permettersi di prendere parte a una manifestazione. Resta però la possibilità di esprimere la propria opinione scegliendo alcuni prodotti piuttosto che altri. Anche per questo educare e sensibilizzare è l’approccio più efficace. Se riuscissimo a modificare il comportamento alimentare del 10% della popolazione, il volto dell’intera città cambierebbe.

Crede che sia possibile?
A differenza di quanto accade negli Usa, dove sta crescendo la quarta generazione consecutiva incapace di cucinare, nella Turchia di oggi il fenomeno non risale oltre la fascia demografica dei quaranta-cinquantenni. Se tornassimo tutti a cucinare, nulla sarebbe perduto, e le nostre scelte alimentari consapevoli contribuirebbero a creare comunità in grado di condividere in modo autentico la ricchezza geografica e naturale di Istanbul, oltre che le sue tradizioni.


Per contattare i tre convivia Slow Food di Istanbul:

Slow Food Fikir Sahibi Damaklar
Sito web: www.fikirsahibidamaklar.org
Facebook
E-mail: dkoryurek@gmail.com

Slow Food Yagmur Boregi
Blog
E-mail: ayferyavi@yahoo.com

Balkon Bahçeleri
Blog
Email: leylakabasakal@yahoo.com


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