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Maverick Report

Rachele Ellena racconta la sua esperienza con Pangea (progetto di scambio fra giovani e contadini del Youth Food Movement).

Sto gustando una torta mele e brie. Non potete immaginare che sapore! Profuma di formaggio fuso ma senza essere nauseante. Una volta in bocca vengono a intrecciarsi il dolce della pasta impregnata di zucchero, calda e croccante, la pasta semi-gommosa del formaggio e pezzetti di mela cotta in forno.

Quante cose golose. Non mi è difficile capire come mai la popolazione americana sia per la maggior parte soprappeso. Qualsiasi pacchetto o confezione sembra pregarti di aprirlo e prendere un assaggio del suo contenuto: dai cereali alle praline di cioccolato, ai biscotti..
Non puoi farne a meno. Studiano apposta il design di scatole, buste e bustine, pacchetti e lattine in modo che tu venga risucchiato in una spirale di golosità; tutte consumate nel giro di dieci minuti.
Una svelta abbuffata. Dettata da una fame atavica. Ti coglie un po’ la paura di cui parla il professor Montanari, noto esperto in storia dell’alimentazione: paura che possa finire.
Ed è tutto fittizio, perché tu non hai fame.

Sono passata a una scodella di latte e cereali.
Latte in quelle confezioni enormi, genialmente ergonomiche così da poterle scarrozzare in giro per casa bevendoci a canna. Questo latte è in frigo da due settimane e la data di scadenza preannuncia che ci rimarrà ancora per altrettanto tempo. Si tratta di latte centrifugato, scremato e microfiltrato. Non trattato con rBST/rBGH, ormoni della crescita. Lontano anni luce per consistenza e sapore dal nostro latte crudo. Annacquato, senza consistenza. Vitamin D Milk. Vitamina A e D sono aggiunte in quasi tutti i prodotti caseari per compensare alla mancanza di tali vitamine nella dieta americana del Mid West.

Di fronte a una dieta così diversa da quella con cui sono cresciuta, viene spontaneo il confronto con la buona vecchia Italia. Tante cose ci sembrano talmente scontate che ce ne accorgiamo solo quando ne veniamo privati. In effetti la cosa che più patisco è non poter soddisfare la mia fame con qualcosa di sano. Buono, ma sano. L’appetibilità di un alimento sta anche nella consapevolezza che non è nocivo per il nostro organismo. Invece questi americani sembrano essersene dimenticati. Una questione di seconda importanza, quella.
In quanto italiani dovremmo però smetterla di adagiarci sugli allori della nostra tavola imbandita e impegnarci, invece, a tramandare la nostra cultura gastronomica alle nuove generazioni. Perché, se non è stato nostro merito essere stati educati alla buona cucina, sarà nostra completa responsabilità non tramandarla e lasciare che si perda. Nel cibo, oltre che nella moda, l’Italia ha sempre avuto il primato. È compito nostro continuare a mantenerlo.

È la prima sera dal mio arrivo al Maverich Heritage Ranch che ceno da sola. Arie, la produttrice che mi ospita, aveva un appuntamento in città. È partita come al solito in ritardo perché all’ultimo ci siamo accorti che una scrofa aveva appena partorito e bisognava spostarla, dal momento che nel recinto in cui si trovava c’era il pericolo che altri maiali calpestassero maldestramente i cuccioli.

Ho dovuto effettuare da sola il giro delle 20.30 per assicurarmi che tutti gli animali stessero bene e non nascondo che ho sussultato diverse volte mentre qualcosa, al buio, illuminato solo dalla grossa luna piena, si muoveva lungo il sentiero al rumore dei miei passi. Impiego una buona mezz’ora per controllare le due ali a sinistra e a destra del grande granaio che separa la fattoria in due aree. In tutto una decina di capre, una ventina di galline ovaiole, tre cavalli e quasi trecento maiali suddivisi in diverse razze: Ossabaw, American Guinea Hogs, Spanish, Russian, Wessex e il più pregiato American Mulefoot Hog, unico per avere un solo zoccolo al posto delle consuete due unghie; come il mulo, appunto.

Arie Mc Farlen ha costruito l’intera fattoria da sola, con l’aiuto del marito e di pochi amici nel loro tempo libero. Non sono mai riuscita a capire fino in fondo come abbia fatto a gestire tutto da sola, considerando che fino a poche settimane prima del mio arrivo, avevano anche mucche, faraone e altri animali e che come se non bastasse collabora con Slow Food per quanto riguarda l’Arca e le specie animali in via di estinzione.

Decidere di avere una fattoria è una scelta di vita, che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza; è necessario dedicarsi completamente a essa. Diventa inevitabilmente il centro del tuo universo personale, impari a gestirti e ad allontanarti dalla fattoria nell’arco delle nove ore che intercorrono tra i due pasti di cui necessitano gli animali. Qualcuno deve pur sfamarli, no?
Forse nel suo caso non è esagerato parlare di missione. Una ballerina professionista da vent’anni che decide, per amore degli animali e della sua terra, di spostarsi in uno stato poco stimolante a tentare di salvare razze suine. Il Sud Dakota è uno stato poco sensibile a certe tematiche come il cibo sano e di qualità o l’ecologia. Per non parlare dei chilometri zero. Non esistono ristoranti interessati a comprare carne suina biologica e così Arie è costretta a esportare la carne che produce in stati come il Minnessota e l’Ohio. Il Sud Dakota è uno stato che vive sul monopolio di colture come mais e soia (??soybeans), quasi interamente ogm, usate per lo più come mangime animale e per la restante parte come biodiesel (o biocarburante?).
Arie Mc Farlen alleva bestiame in via di estinzione. Sono razze in pericolo, che stanno pian piano scomparendo perché non adatte ai canoni tayloristici dell’industria, canoni della produzione di massa: troppa poca carne per capo, crescita troppo lenta e soprattutto carne scura.
«Il consumatore penserà che sia andata a male». E così, mentre facciamo gli schizzinosi, migliaia di animali scompaiono, vittime della nostra ignoranza.

Tutti razionalmente condanneremmo questo modo di pensare, ma sono pochi coloro che sanno applicarlo al pratico, al quotidiano. Arie stessa, alla mia domanda del perché mettesse margarina al posto del burro nel suo favoloso plumcake alla banana, mi ha risposto: «il burro imbrunisce facilmente con il risultato che il mio dolce sembrerebbe bruciato e nessuno lo mangerebbe. So che non è molto slow food, ma è una scelta obbligata».
E così, mentre facciamo gioire i nostri occhi, rischiamo di perdere il gusto per il genuino.
Penso che mai come ora ci sia stato un bisogno urgente di sensibilizzazione della gente riguardo il buon cibo e la sana alimentazione e di un’educazione a riguardo, che parta in primo luogo nelle scuole.

La distanza dal genuino, con crescita esponenziale di generazione in generazione, ci porta a un distacco dalla natura, a un mancato contatto, sia visivo che fisico, con essa, dettato proprio dal fatto che viviamo in gabbie di cemento, in cattività. L’unica cosa che sappiamo della natura è che è verde. La drammatica conseguenza di questo nostro modo di pensare si manifesta nello stupro della terra, per la quale nutriamo sempre meno rispetto. E nel nome di questa inibizione ci sentiamo autorizzati a compiere le manovre più ignoranti e autodistruttive per il genere umano. Guardiamo alla terra e ai suoi prodotti come imprenditori, inventandoci il modo per sfruttarla al meglio e in tempi sempre più rapidi. Ottimizzazione dei tempi. Applichiamo all’agricoltura gli stessi parametri commerciali che valgono per qualunque altra industria, dimenticandoci che hanno implicazioni diverse il fatto di comprare un paio di jeans o un pomodoro a prezzi stracciati. L’inarrestabile corsa al profitto che ci travolge tutti come una febbre del ventunesimo secolo e che ci impone tempi frenetici anche nella quotidianità, ha finito per rovesciasi anche su quei settori ai quali è pericoloso applicarla. Non abbiamo più abbastanza tempo per aspettare che una coltura compia il suo ciclo, non abbiamo abbastanza umiltà per lasciare che compia il suo corso senza il nostro intervento. La nostra arroganza sta letteralmente desertificando intere aree coltivabili ed erodendo la nostra Pacha Mama.

È assolutamente necessaria un’inversione di rotta. E gira e rigira il punto centrale sta nel reinstaurare quello che è andato perso, un sapere contadino, più consapevole alla luce di quanto si è scoperto negli ultimi anni, e un’agricoltura di fattoria. Non agroindustria. È possibile?

Intanto potremmo cominciare a riaccordarci a un ritmo più naturale di quello in cui viviamo oggi. Imparare ad avere più pazienza e lasciar cadere la sindrome occidentale del «tutto e subito».
Poi potremmo ricominciare ad avere rispetto non solo del cemento di cui siamo circondati ma anche di tutto quello da cui questa grigia barriera ci separa. Consapevoli del fatto che per quanto l’uomo creda nella sua capacità di evolversi, non arriveremo mai a ingerire e metabolizzare soldi e cemento.

E infine, dovremmo riuscire a trovare il modo di riportare le future generazioni nelle campagne, ammesso che ce ne siano ancora.
Credo che progetti di scambio interculturale e di lavoro temporaneo in ambienti dove il cibo viene prodotto, possano essere gli input per fornire una nuova consapevolezza. Il progetto del quale sono stata partecipe è sicuramente riuscito nel suo intento: «salvaguardare e tramandare alle giovani generazioni la conoscenza contadina e il lavoro degli artigiani, frutto di secoli di storia».
È ora di cominciare a salvare tutti i saperi che finora abbiamo snobbato ritenendoli antichi e anacronistici, superati: i saperi dei nostri nonni, dei coltivatori e delle migliaia di professionalità che nel giro di qualche decennio scompariranno e nessuno saprà più come riprodurre.

Per questo credo nell’Arca della conoscenza.
La storia si ripete, ma questa volta non sarà Noè a caricare sulla sua arca coppie di specie animali. Saremo tutti noi, spinti in parte dall’istinto di sopravvivenza e in parte dalla speranza di un miglioramento qualitativo della vita per i nostri posteri a caricare sopra la nostra enorme arca un patrimonio inestimabile di saperi, conoscenze e scoperte. Un’intera civiltà deve scegliere di aggrapparsi al suo salvagente, sua unica salvezza, decidendo di liberarsi di tutto il superfluo, tutto quello che pesa e si è rivelato fallimentare.

La mia vita qui scorre lenta, tra giornate allungate a un ritmo rallentato, che mi era sconosciuto; tra abitudini che mi erano del tutto estranee e che ora un po’ mi appartengono.

Un piccolo microuniverso fatto di necessità, compiti, animali, giornate all’aria aperta e rumori notturni, che da casa però è impossibile cogliere, data la mania di molti americani per l’aria condizionata.
Dieci ventilatori accesi 24 ore su 24, tanto da farti credere di svegliarti su una pista di atterraggio anziché in una fattoria immersa nel nulla.
Ogni tanto ne spengo qualcuno, ma appena qualcuno se ne accorge lo riaccende!

E io che speravo di addormentarmi con le cicale e svegliarmi con gli uccellini!

Rachele Ellena
Pangea - Youth Food Movement




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