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Erbe selvatiche per la sostenibilità

Mi chiamo Paolo Bàrberi e lavoro come professore associato di Agronomia e coltivazioni erbacee presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, una piccola (ma iper-attiva!) università che conta 250-300 studenti.

Il mio primo incontro con Slow Food risale al 2001, quando con alcuni colleghi si stava lavorando a un corso post laurea in Controllo e Valorizzazione della Qualità del Cibo alla Sant’Anna. Questo corso interdisciplinare affrontava tematiche riguardanti la produzione sostenibile del cibo, la legislazione nazionale e internazionale sugli alimenti, la percezione e la valutazione della qualità dei prodotti, l’economia e la loro commercializzazione. Piero Sardo, Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, ha tenuto per due anni il discorso di apertura e, durante il corso, altri rappresentanti di Slow Food sono venuti a Pisa per intervenire a varie lezioni. Slow Food ha inoltre condotto un modulo del corso sulla filiera corta e la qualità sensoriale dei prodotti.

In termini di collaborazione, ci stava particolarmente a cuore avvicinare i nostri studenti all’importanza ricoperta da cultura, Presìdi e filiera corta, e alla necessità di rafforzare i rapporti con quei coltivatori che lavorano a progetti specifici di produzione alimentare di alta qualità su piccola scala. Slow Food ha anche ospitato alcuni dei nostri allievi durante il loro periodo di stage, offrendo contatti con i vari Presìdi nazionali e internazionali. Nel 2004, per esempio, Junior Andrea Escobar, uno studente proveniente dal Nicaragua, ha effettuato uno stage in America latina sulla biodiversità in relazione alla valorizzazione delle specialità gastronomiche locali.

I ragazzi hanno trovato queste esperienze estremamente soddisfacenti, perchè in grado di offrire un approccio più diretto e concreto ai processi di apprendimento.

Il secondo contatto con Slow Food è arrivato quando ho sentito parlare della rete di Terra Madre. Mi sono incuriosito all’istante, perchè i temi trattati sono complementari ai miei interessi, alle mie ricerche sulle comunità del cibo, ai risultati cui ero pervenuto come ricercatore di agronomia e alle mie idee in tema di agroecologia, biodiversità funzionale (in modo particolare rispetto all’utilizzo di piante coltivate e selvatiche per migliorare la sostenibilità dell’agroecosistema) e metodi alternativi di produzione alimentare. La mia priorità è diventata quella di stringere legami personali con Terra Madre e tra Terra Madre e l’istituto Sant’Anna, in modo tale da ampliare il nostro approccio al cibo, alla biodiversità, ai sistemi agricoli e alle aree rurali. Nel 2004 abbiamo istituito un nuovo laboratorio chiamato Land Lab (www.land-lab.org), di cui sono tuttora vice-coordinatore, per studiare le complesse interazioni esistenti tra agricoltura, ambiente e paesaggio con un approccio sostenibile conforme alla filosofia Slow Food. Tre anni fa l’istituto Sant’Anna è stato invitato a unirsi alla rete delle Università di Terra Madre, cosa che abbiamo fatto con estremo piacere. Sono fiero di rappresentare la Scuola Superiore Sant’Anna all’interno di questa rete.

Fuori dalla Sant’Anna, lavoro inoltre presso la segreteria scientifica della European Weed Research Society, che si occupa anche di studiare funzioni e proprietà delle erbe infestanti, o piante selvatiche come preferisco chiamarle io. In alcuni casi, infatti, queste piante sono utili e commestibili, prova dell’importanza della tutela della biodiversità nell’agroecosistema. La ricerca che ho condotto come agronomo nel campo dell’ecologia e della gestione delle specie selvatiche mi ha permesso di comprendere che dietro a queste piante c’è molto più di quanto possiamo immaginare. Come vediamo oggi in Italia, si tratta di specie che possono essere impiegate in svariati modi: come ingredienti per ricette tradizionali, nei medicinali e così via. Oggi siamo più consapevoli e valorizziamo di più le tradizioni italiane: questo ci ha permesso di scoprire come l’uso di erbe e piante selvatiche abbia giocato per secoli un ruolo fondamentale. Il crescente interesse nei confronti della riscoperta delle conoscenze tradizionali è molto emozionante e importante per la tutela e la celebrazione della nostra ricca cultura della biodiversità.

Sono tornato di recente da un viaggio in Burkina Faso, dove abbiamo intrapreso un progetto che riflette le idee di Slow Food. Si tratta di un nuovo tipo di ricerca, il cui scopo è potenziare la conoscenza indigena degli abitanti e dei contadini nei piccoli villaggi agricoli, così da restaurare le tradizioni e ricollegarle alle risorse locali. L’idea di fondo è quella di promuovere l’educazione, la conoscenza, e una maggiore comprensione del valore del sistema agrosilvopastorale locale (un sistema caratterizzato da un alto grado di biodiversità, dove campi coltivati, bestiame e alberi coesistono e sono usati per vari scopi) per assicurare stili di vita sostenibili.

Nell’autunno del 2007, uno studente della Sant’Anna ha trascorso due mesi e mezzo lavorando in un villaggio agricolo in Mali. Diversamente da quanto accade per altri progetti di cooperazione, questo funziona con un particolare metodo che focalizza la discussione dei bisogni e delle considerazioni dei coltivatori. In soli 45 giorni, lo studente ha raggiunto grandi livelli di intesa con la gente locale. La loro comunicazione e comprensione ha condotto a cambiamenti significativi, e i problemi del villaggio riguardanti la coltivazione e il possesso della terra sembrano ora più facilmente risolvibili. Questo progetto dimostra che il problema reale relativo allo sviluppo, non riguarda tanto la mancanza di risorse, quanto piuttosto la frammentazione dei rapporti umani in seno a una famiglia, a un villaggio o all’interno di una comunità. La disgregazione del nucleo famigliare o l’emigrazione stagionale riducono la capacità dei coltivatori di lavorare la terra, col risultato di raccolti scadenti. A ciò si aggiunge la mancanza di comunicazione tra individui, ulteriore causa di fondo di tali problemi.
É questo il caso del villaggio nel Mali, dove i problemi sono comparsi a causa delle regole tradizionali relative al possesso della terra. Di solito la terra appartiene al capo del villaggio. Da questa situazione non ne trae alcun profitto, ma esercita il controllo sull’assegnazione delle terre alle varie famiglie del villaggio, in base alle loro necessità. In questo particolare caso, trenta anni fa alcune famiglie si sono spartite tra loro le terre senza dir nulla al capo villaggio, che si arrabbiò. Così decise che ogni famiglia che avesse fallito nel coltivare la propria terra ogni anno avrebbe perso il diritto a usufruirne... Così facendo, la terra perse la funzione di reintegro di sali minerali che forniva al maggese e fu continuamente coltivata: una pratica che col tempo ha generato il declino della qualità del terreno.
In seguito al crollo della comunicazione nel villaggio, sono sorti altri problemi. Molti sono tipici dello sviluppo dell’Africa subsahariana, come ad esempio quelli che riguardano i sistemi agrosilvopastorali. Si tratta dei casi in cui la terra viene coltivata con miglio o altre coltivazioni annuali, e dove sono piantati alberi. Questi ultimi, utilizzati dagli agricoltori per il foraggio, le vitamine, i frutti e il burro di karitè (il karitè è, come il burro di cacao, un prodotto lavorato dalle donne e che ora sta guadagnando popolarità in estetica), creano anche molta ombra e la terra coltivata nelle loro vicinanze diventa così meno produttiva. Gli abitanti del villaggio credevano che sarebbero stati multati se avessero tagliato le piante, specie protette secondo le regole dell’agenzia nazionale per l’ambiente (Eaux et Forets). Essi invece erano liberi di gestire gli alberi, ma la mancanza di comunicazione tra i membri della comunità ha provocato gravi incomprensioni. Sono stati i dubbi degli agricoltori a generare tensione e atteggiamenti negativi. Fortunatamente lo studente della Sant’Anna, insieme agli abitanti, al capo villaggio e agli agricoltori, è riuscito a trovare una soluzione temporanea incoraggiando le discussioni e le interazioni in tema di terra e risorse locali. Così un sistema difettoso è stato corretto attraverso lo scambio di idee e conoscenze. Quando un maggior numero di persone è stato coinvolto in questo progetto, finanziato dall’IFAD (International Fund for Agricultural Development) e dall’ICRAF (International Centre for Research in Agroforestry, ora World Agroforestry Centre) e sostenuto da molte Ong, è stata organizzata una riunione nel villaggio grazie alla quale tutti i suoi abitanti hanno potuto incontrare un funzionario dell’Agenzia nazionale per l’ambiente di quell’area e discutere su come operare rispetto al possesso della terra e alla gestione degli alberi. Nei fatti non si tratta di un problema tecnico come spesso è percepito, ma ancora una volta tutto dipende dal consolidamento delle relazioni umane e della comunicazione. Senza risolvere i principi base, non si può costruire niente.

Come professore universitario, considero importante vedere i miei studenti collaborare a progetti come questo. I ragazzi erano affascinati dai risultati del loro lavoro e dai positivi cambiamenti che avevano prodotto. Lo studente che ha visitato il Mali, ha persino lavorato come insegnante di matematica durante il suo soggiorno, poiché si è reso conto che era qualcosa rispetto a cui la scuola locale difettava.

Per me Terra Madre 2008 sarà una piattaforma di lancio per una futura collaborazione, magari su progetti ancora più interdisciplinari in grado di abbattere le barriere tra le diverse scienze. Ritengo che Terra Madre possa aiutare le persone attive nel settore delle scienze sociali a entrare in contatto con chi opera in campo biologico e tecnico per lavorare a progetti comuni e raggiungere grandi traguardi.

Se siete interessati a saperne di più sulle mie attività, visitate il mio sito personale.


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