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Meno burocrazia per il mondo rurale

Il mondo rurale si trova a fronteggiare grandi difficoltà strutturali, dall’invecchiamento dei contadini all’abbassamento delle falde, passando per la cementificazione dei terreni e via discorrendo. Tutte questioni che per essere affrontate richiedono tempo e denaro, risorse non facili da trovare in periodo di crisi. Per contro, ci sono altri cambiamenti a costo zero che appaiono sempre più necessari nella voce di chi di agricoltura già vive e vorrebbe continuare a farlo. Cambiamenti che si possono e si devono attuare presto. Questo Paese che ha ereditato dalla storia tanta bellezza, ma anche un coacervo di poteri intermedi mai efficacemente disboscati, che ha nobilitato i passacarte mentre ha schernito per generazioni i contadini (la famosa selezione al contrario: resti in campagna? Si vede che non sei intelligente) oggi si trova senza più i secondi e soffocato dai primi. Che fare?


Per il futuro agricolo di questo Paese occorre incidere sull'apparato. Primo: la Pubblica Amministrazione (PA) se può conoscere per conto suo, grazie a banche dati cui ha accesso, non ha diritto di chiedere nulla al contadino. Non un'ora deve più essere spesa per ripetere ciò che la PA deve già sapere. Secondo: gli enti di controllo devono essere ridotti a uno, che eserciti tutte le competenze di ASL, Regioni, Ministero. Penserà quest'organo a interpellare gli esperti per i diversi aspetti. Terzo: lo sportello unico per l'impresa deve funzionare come tale, ci si va per la domanda e si torna solo per ritirare quanto serve a iniziare. A queste tre semplici misure, va aggiunta una considerazione generale: nessuna innovazione delle procedure, nessun nuovo adempimento o modulo sia più introdotto senza che la PA lo abbia dematerializzato (cioè che sia sufficiente farlo al computer, senza stampare nulla) e messo a punto e fornito gratis il software per compilare e inoltrare.


Invertendo l'onere della burocrazia, dal contadino alla PA, forse la fervida fantasia dei creatori di balzelli sarà meno vivace. Ne va del nostro futuro.


Michele A. Fino - La Stampa 10/2/13

 
 
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