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Sicurezza alimentare in Africa: alleanza o attentato?

Un attentato alla “sovranità alimentare” del continente, strumentale a una nuova egemonia delle multinazionali a danno dei contadini locali: un’organizzazione non governativa del Mozambico definisce in questi termini un piano dei paesi del G8 per lo sviluppo dell’Africa presentato oggi a Maputo. L’oggetto delle critiche è la “Nuova alleanza per la sicurezza alimentare dell’Africa”, un’iniziativa concordata quattro anni fa nella città italiana dell’Aquila dai capi di Stato e di governo delle otto maggiori economie del pianeta. Il piano mirerebbe a far uscire dalla povertà 50 milioni di africani nei prossimi dieci anni attraverso investimenti per tre miliardi di dollari che dovrebbero essere garantiti in primo luogo da 45 società multinazionali. «L’Alleanza – sottolineano gli attivisti di Acção Académica para o Desenvolvimento das Comunidades Rurais (Adecru), un’ong che si batte per lo sviluppo delle comunità rurali – non è altro che un tentativo da parte dei paesi del G8 di soggiogare il continente e i popoli africani con un nuovo attacco alla loro sovranità alimentare, alla diversità culturale e alla biodiversità». Secondo l’organizzazione, attraverso la cooperazione con alcuni governi dell’area sub-sahariana si vuole trasformare l’Africa in «una piattaforma commerciale pronta a esser conquistata dagli organismi geneticamente modificati e dalle grandi multinazionali dell’agro-business e dell’industria alimentare globale».
L’Alleanza prevede accordi specifici con i governi di Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Mozambico e Tanzania. Secondo Adecru, però, in queste intese ci sono elementi che ritornano. Uno di questi è la spinta verso una privatizzazione dei mezzi di produzione e di sostentamento. «L’Alleanza – spiegano gli attivisti mozambicani – prevede riforme del quadro giuridico della proprietà della terra, che introducono l’affitto e la privatizzazione con il pretesto di migliorare la trasparenza e l’efficienza nell’amministrazione e nelle politiche fondiarie».


Secondo Adecru in Mozambico le multinazionali puntano ad «assicurarsi il controllo dei corridoi della Valle dello Zambesi, di Beira e di Nacala», regioni geostrategiche che detengono il 70% delle risorse naturali e minerarie del paese. Dal Mozambico alla Costa d’Avorio, dall’Etiopia al Ghana, in prima fila ci sono multinazionali del calibro di Cargill, Itochu, Sygenta, Monsanto, Yara, African Cashew Initiative, Competitive African Cotton Initiative, Corvuns International, Agco, Nippol Biodiesel Fuel, Vodafone e Sabmiller.

Un esempio per tutti
Mercato di Gouro, Costa D\'Avorio. I piccoli venditori espongono i loro prodotti tentando di attrarre i passanti. «Questo riso è locale: è meno caro degli altri ed è molto più gustoso», sostiene a gran voce Adrienne Gnandéè, dietro al suo stand.  È una donna fiera, Adrienne, e ne ha tutti i motivi: il bel riso che mostra è quello che lei stessa ha coltivato, nella parte orientale del paese. Però, qui, in questo mercato come altrove, l\'importazione di prodotti agricoli a prezzo stracciato induce margini di guadagno sempre più stretti per i piccoli venditori. Eppure, intorno alla metà degli anni \'70, la Costa D\'Avorio aveva raggiunto l\'autosufficienza per quanto riguarda la produzione del riso. Poi, però, sotto la spinta dei donatori internazionali, l\'impresa agricola nazionale è stata privatizzata, il sostegno pubblico alla produzione smantellato e il mercato è stato aperto alle importazioni. Nel volgere di un paio di decenni, due terzi del riso consumato in questo paese è divenuto di provenienza asiatica. Questo genere di importazione ha riservato grossi benefici ai pochi uomini d\'affari che dominano il mercato dei cereali ma ha avuto conseguenze catastrofiche sulla produzione locale. Solo il lavoro indefesso e l\'ingegno dei contadini e dei piccoli venditori ivoriani ha consentito la sopravvivenza della locale produzione di riso. Oggi la situazione sta cambiando. I prezzi internazionali sono esplosi nel 2008 e non sono più tornati ai livelli precedenti la crisi. Il riso locale costa circa il 15% in meno di quello importato e la domanda aumenta, così come la produzione e la vendita. Tanto che fioriscono le cooperative femminili e i mercati del riso locale. Tutto questo, purtroppo, non è passato inosservato agli occhi dei grossi venditori: gli stessi responsabili della demolizione del settore risicolo in Costa D’Avorio - il governo, i donatori e le grosse industrie - si stanno ingegnando oggi per prenderne il controllo, dalla produzione alla vendita.

Al cuore del problema
Come abbiamo visto, una delle principali aziende partner della Nuova Alleanza del G8 è l’americana Cargill, primo distributore in cerali su scala mondiale. In una rara intervista rilasciata ad Al Jazeera, Paul Conway, vice presidente, ha dichiarato che la soluzione per risolvere l’attuale crisi alimentare mondiale sarebbe fare un uso migliore della terra in Africa e quindi, per toccare il cuore della questione, migliora i diritti fondiari. La terra è il nodo centrale della Cargill e delle altre grandi imprese agroalimentari. Questa è la ragione per la quale è così importante nel quadro dell’operazione della Nuova Alleanza del G8. Il Ghana deve stabilire una base di terre da mettere a disposizione degli investitori, semplificando le procedure d’acquisizione della terra e mettere in campo modelli di accordi pilota per l’affitto di porzioni di terreno di 5000 ha entro il 2015. La Tanzania deve fare una mappatura delle fertili e densamente popolate del distretto di Kilombero per aiutare gli investitori stranieri a trovare e a acquistare le terre che desiderano. L’Etiopia ha stanziato più di tre milioni di ettari di terra ai grandi investitori come parte di un piano di sviluppo che produce una intollerabile violazione dei diritti umani. Nell\'ambito della cooperazione etiope con il G8, è sufficiente che il piano rispetti tre indicatori: Miglioramento della performance dell\'indicatore di prestazione di fare impresa, l’aumento del valore dei nuovi investimenti in agricoltura da parte del settore privato e l’aumento percentuale degli investimenti privati ​​nella produzione commerciale e la vendita di sementi. Né il quadro di cooperazione etiope né quelli degli altri paesi prevedono la tutela degli agricoltori e gli allevatori coinvolti in casi di land grabbing, sempre più frequenti. In qualche caso, i partner della Nuova Alleanza confermano la loro intenzione a prendere in considerazione, talvolta, le Direttive volontarie per una governance responsabile dei regimi fondiari applicabili alla terra, alla pesca e alle foreste e i Principi per gli Investimenti agricoli responsabili (PRAI). Questi ultimi, definiti dalla Banca Mondiale nel 2009, sono violentemente osteggiati dalla società civile su scala planetaria perché favorirebbero il fenomeno dell’accaparramento delle terre. Quando questi principi sono stati approvati dal G8 e dal G20, e il Comitato mondiale per la Sicurezza Alimentare Mondiale (CFS) aveva rifiutato di approvarli. Le direttive volontarie, all’opposto, sono state adottate dal CFS nel maggio del 2012 e sono state acclamate per la loro capacità di mettere al centro i diritti umani e i bisogni delle donne, delle popolazioni indigene e autoctone e dei poveri. L’efficacia di questi principi, tuttavia, dipende dal loro grado di attuazione all’interno dei singoli Stati. Per questo, le Ong e la società civile chiedono che diventino presto leggi nazionali vincolanti. Le grandi aziende, invece, preferiscono che rimangano volontarie. Nel corso della prossima riunione del G8, che si terrà nel Regno Unito a giugno, il governo britannico intende proporre un\'iniziativa per incoraggiare la trasparenza delle imprese che operano nei paesi in via di sviluppo, in merito alle acquisizioni di terra su larga scala. Un’iniziativa, è chiaro, su base volontaria e quindi poco attendibile.

Fonte: Misna.org  - Europafrica 
Alessia Pautasso
a.pautasso@slowfood.it
Foto: Steve Evans/Flickr 


 


 

 
 
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