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Terra Madre pensa all’Amazzonia: le speculazioni ai danni del polmone del mondo

«Salviamo la nostra terra, difendiamo l’Amazzonia», è il messaggio che hanno mandato al mondo, ad una voce, contadini e scienziati riuniti per l’incontro Quale futuro per l’Amazzonia?, oggi alle 13.00 nella Sala E di Terra Madre.
È al centro di polemiche ambientali e politiche su scala mondiale l’Amazzonia, area geografica che si estende per la maggior parte su territorio brasiliano, ma tocca anche Bolivia, Perù, Venezuela, Colombia, Ecuador, Guyana, Suriname, Guyana Francese. Per questo non poteva mancare tra i dibattiti di Terra Madre: «In Amazzonia si riversano interessi di tutto il mondo», esordisce Edoardo Isnenghi, consulente scientifico del Wwf. «È un tesoro inestimabile, il polmone del mondo, per usare un’espressione inflazionata. Ma è minacciata dalle multinazionali e dai fazenderos locali che soppiantano le foreste con pascoli e coltivazioni intensive, e dai governi che varano progetti assolutamente non sostenibili, ad esempio l’autostrada transoceanica che la squarcerà come una ferita».
Il mondo contadino locale si sta sollevando contro un sistema che piano piano lo calpesta: stanno nascendo associazioni in difesa dei diritti dei più deboli, spesso raggirati dai magnati dell’economia globale. Silvanio De Matia Gomes è un giovane brasiliano che rappresenta a Terra Madre l’Associação de desenvolvimento da agroecologia e economia solidária, lega che promuove la produzione e il consumo consapevole: «Il disboscamento di molte regioni, la costruzione delle fabbriche, delle dighe, delle autostrade mandano in fumo interi sistemi ecologici, ammazzando anche la gente che vive di pesca e di coltivazioni tradizionali».
Prende la parola Osias Silva, timidissimo raccoglitore di castagne della comunità di Maracà, «nel cuore dell’Amazzonia», è felice di precisare. «Siamo contadini, alle castagne dedichiamo la vita – racconta -; vorremmo che i nostri valori vengano riconosciuti, e che la nostra terra non sia aggredita dai potenti». Lascia tutti a bocca aperta quando racconta un episodio che risale allo scorso anno, la scoperta di una comunità di 5 indigeni in una valle amazzonica: «Alcuni fazenderos presero subito in mano la situazione, provvidero a eliminarne le tracce prima che il governo fosse costretto a tutelare quelle zone impedendo l’ampliamento delle coltivazioni».
Chiudono l’incontro tre donne, due in sala e una con un messaggio in video. Bernadete de Mattos Lopez, brasiliana innamorata della sua terra, è impegnata in un progetto di rimboscamento: «Abbiamo studiato per capire quali specie vegetali sarebbero state più adatte al territorio, ora ne stiamo curando la coltivazione». Rosa Carmela Ruiz è invece boliviana doc, ma emigrata in Italia da quattro anni: «Mi sono resa conto di quanto sia preziosa la mia terra solamente da quando sono qui, e ho sentito il gusto insignificante dei frutti che arrivano a voi al confronto con quelli che coglievo dalle mie piante: ora sto lottando per raccogliere fondi per la mia gente. Quest’anno andranno a un’associazione di donne che producono farina di manjoca».
«Defendemus o Brasil», è l’appello che in nome di tutti fa un’anziana donna brasiliana che non ha avuto le forze per raggiungere l’Italia: il suo sfogo è stato impresso su una pellicola. Terra Madre è qui per questo, sarebbe felice di sapere che in un’aula gremita la sua voce è stata amplificata e ha fatto riflettere.

 
 
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