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Basta sprechi di cibo, la salvezza dell'Africa si decide a casa nostra

Come tutti gli anni, il 16 ottobre, la FAO ci chiama a riflettere con la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Ciclicamente, purtroppo solo per un attimo, torniamo a prendere atto che fame e malnutrizione non spariscono dalla faccia della Terra neanche per sbaglio. Tra i tanti, è questo il vero, più serio e potente motivo per sentirsi indignati oggi.

Anche se grazie alla ricorrenza si spendono fiumi di parole, purtroppo soltanto quelli, si spendono. È molto importante denunciare ma non è sufficiente: è tempo di enunciare, di spendere qualcos’altro di più tangibile. Gli Stati e gli organismi internazionali non mantengono le promesse che hanno fanno in tema di aiuti allo sviluppo e quasi sempre, quando ci provano davvero, finiscono con il far “costare più la salsa che il pesce”. Nel 2000, con la Dichiarazione del Millennio dell’ONU, ogni Stato ricco promise di aumentare gli aiuti pubblici allo sviluppo per lo 0,7% del proprio PIL entro il 2015. Pochissimi Stati hanno già superato la soglia, la maggioranza no: la media oggi è poco più alta dello 0,3%. L’Italia, per non farsi mancare niente, si distingue tra quelli in fondo alla classifica: siamo allo 0,1% e negli ultimi anni abbiamo continuato a tagliare in maniera importante questi aiuti, nel nome della crisi. Leggere il nuovo rapporto di Action Aid Italia uscito a settembre, dovrebbe farci vergognare per come siamo indietro su tutti i fronti. Intanto, nonostante la crisi, non smettiamo di costruire caccia bombardieri e partecipare a missioni di guerra costosissime: quei soldi basterebbero e avanzerebbero di molto per fare la nostra parte negli aiuti promessi.

Le notizie che quest’anno sono arrivate dal Corno d’Africa (con una carestia che ha coinvolto 13 milioni di persone soprattutto in Somalia, Kenya, Etiopia, delle quali decine di migliaia sono già morte e 750.000 a rischio di morte nei prossimi mesi) non sono di nuovo state sufficienti a smuovere le coscienze in maniera generalizzata. Forse sono risuonate come la tiritera della nonna o della mamma che, quand’eravamo bambini e restii a finire la cena, ci ripetevano come una nenia: «Mangia che sei fortunato, i bambini in Africa muoiono di fame e chissà cosa darebbero per essere al tuo posto». Le parole perdono pienezza e significato nella loro reiterazione all’ennesima volta e purtroppo anche le emergenze per la fame nel mondo tornano puntuali ogni anno, suonando tristemente tra le news un po’ come la voce della nonna. La cosa sconvolgente è che il problema del miliardo circa di persone che soffrono di malnutrizione e fame è, tra tutti i problemi che ha oggi la comunità mondiale, uno di quelli di più facile soluzione: sarebbe sufficiente averne la volontà. Basterebbero i giusti investimenti, invece di impiegare miliardi per salvare le banche e i signori di una finanza canaglia impalpabile, che aleggia come un falco in volo nell’iperspazio arricchendosi sulle nostre teste finché poi non ci piove addosso con le sue colpe e insipienze, facendocele pagare care. Al limite, basterebbe anche soltanto qualche rinuncia, meno avidità, meno colonialismo economico e culturale. Invece, per citare Ghandi a pochi giorni dall’anniversario della sua nascita, «Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni dell’uomo, ma non per la sua avidità».

Forse l’unica soluzione è cominciare a fare propria questa battaglia a livello personale, ognuno di noi. Ma come possiamo fare, pur carichi di sana e giusta indignazione? Intanto, iniziamo dallo spreco. Secondo i dati di Last Minute Market sprechiamo 20 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, soltanto nel nostro Paese. Sarebbero sufficienti a sfamare 40 milioni di persone: siamo distratti, non siamo sensibili, è un po’ colpa nostra ma in un certo senso siamo vittime di un sistema che per così com’è strutturato non diventerà mai virtuoso, nemmeno sotto i colpi della crisi. È un sistema economico iniquo, che fa dei rifiuti la sua stessa ragione di esistenza. Quei 20 milioni di tonnellate di cibo buttate via ogni anno in Italia lo alimentano: un consumismo spietato dove tutto si brucia e va sostituito al più presto, anche il nutrimento. Allora dobbiamo cominciare a rivoluzionare in casa nostra, se vogliamo coltivare la speranza che anche in Africa le cose si rivoluzionino.

Cambiare qui per cambiare l’Africa: ecco uno slogan, se ce n’era bisogno. Mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto così tanta quantità di cibo a disposizione per l’umanità e mai nella storia abbiamo sprecato così tanto. Oltretutto, come spiega una recente ricerca storiografica che sta per essere pubblicata in USA, nonostante le guerre in corso il mondo non è mai stato in pace come in questa epoca. Lo spreco di fronte alla fame è la vera anomalia dei nostri tempi, figlia di un modo di intendere l’economia profondamente sbagliato e obsoleto, che crede ciecamente nella possibilità di una crescita infinita, quando non c’è nulla di esistente e tangibile sulla Terra che possa crescere all’infinito: questa è una legge naturale.

Il sistema avido in cui siamo immersi ha trasformato il cibo in una merce, l’ha spogliato dei suoi valori mentre l’unico valore che resta è il prezzo. Siamo tutti obbligati a comprare, a consumare, a un determinato prezzo. Non coltiviamo più, abbandoniamo l’agricoltura e intanto chi non ha soldi non può mangiare perché non può acquistare cibo: è il sistema che sta condannando milioni di africani. È ciò che va scardinato con le nostre azioni quotidiane: non sprecando e rieducandoci al cibo e ai suoi valori, anche quelli dell’agricoltura. È ciò che più immediatamente possiamo fare, formando nuove generazioni che non vogliano più stare a questo gioco al massacro.

Da parte degli Stati non si tratta soltanto di mantenere gli impegni presi, di versare ancor più cospicue quantità di denaro per la causa, ma di impegnarsi all’interno degli organismi internazionali perché ogni azione singola non possa aggravare ulteriormente la situazione, se proprio non riescono a far niente per migliorarla. Che vietino il land grabbing per esempio. Una pratica che permette a Stati come l’Arabia Saudita, la Corea, la Cina di appropriarsi di milioni di ettari di terreno fertile in Africa e nel mondo (si stima che siano in totale 42 milioni di ettari quelli interessati dal questo grave fenomeno neocolonialista), sottraendoli anche violentemente alle popolazioni con la connivenza dei Governi locali, per inseguire una crescita economica e agroindustriale che evidentemente non è più possibile all’interno dei loro confini. Una pratica che andrebbe condannata e impedita con fermezza, al pari delle dittature, delle invasioni e di qualsiasi altra piaga richieda un intervento dell’Onu.

Lasciatemi dire che con Slow Food stiamo raccogliendo fondi da dare alle comunità per realizzare mille orti in Africa nel corso del prossimo anno. È una goccia nel mare, perché ce ne vorrebbero un milione, ma è pur qualcosa. Un orto per una comunità è un ritorno alla terra, alla dignità del coltivare il proprio cibo, una garanzia di autosostentamento, attraverso le tecniche e le sementi locali: da parte nostra c’è solo aiuto a distanza, in risorse e in semplici migliorie tecniche non invasive. Per fortuna non siamo gli unici.

L’auspicio è che la politica ponga tutti questi problemi tra le sue priorità, ma se non si rinuncia a quel sistema economico-finanziario che in realtà la foraggia e che lei sostiene; se non si guarda a nuove vie e nuovi paradigmi per il futuro, a una vera rinascita dell’agricoltura (ovunque), allora sarà molto più dura. Noi iniziamo con la reciprocità, a donare e a far girare i doni in quest’economia malata, partendo anche dal sostegno ai nostri stessi contadini, con acquisti diretti di cibo locale, perché pure loro iniziano a subire gli effetti disastrosi di un sistema incompatibile con la natura, che li sta schiacciando. I contadini, insieme alle associazioni della società civile, uniti nel CISA (Comitato Italiano per Sicurezza Alimentare), in questi giorni stanno facendo sentire la loro voce a Roma, proprio davanti alla FAO: ascoltiamoli, appoggiamoli. Io credo veramente che non sprecando, aiutando le economie agricole locali in ogni angolo della terra, regalando qualcosa per far rinascere le singole comunità africane nel nome della loro produzione alimentare, potremo dare il via a un nostro cambiamento profondo, che infine cambierà anche l’Africa. Ma sempre e solo grazie agli africani: bisognerà pur dargliene la possibilità, smettendola di far pagare soprattutto a loro le nostre condotte scellerate e ormai decisamente impazzite.

Di Carlo Petrini (da La Repubblica)

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