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Land grabbing, quando la minaccia ritorna

Dal Senegal alla Tanzania, l'accaparramento delle terre sta dilagando drammaticamente e tornano alla ribalta alcuni episodi già noti

Non è passato neanche un anno da quando una rivolta popolare ha costretto il governo del Senegal a fare marcia indietro sulla concessione di 20.000 ettari (l’equivalente della provincia di Trieste) nell'area di Fanaye, nel nord del Paese. In questo immenso appezzamento, la società a partecipazione italiana Senhuile - Senethanol avrebbe voluto impiantare a perdita d'occhio patate dolci da trasformare in biocarburanti. Nell'autunno del 2011, dopo una serie di proteste duramente represse, il progetto sembrava accantonato: il Paese si trovava in pieno periodo pre-elettorale e probabilmente i media accorsi dopo la morte di due manifestanti non facevano comodo.

A elezioni avvenute, però, la società Senhuile - Senethanol è tornata all'attacco e ha dichiarato, come riporta l'AFP, di voler trasferire il progetto in un'altra regione, a Ndiael. L'ong locale Enda Pronat ha lanciato subito il grido di allarme. “Più della metà della popolazione senegalese vive di agricoltura o allevamento e ha bisogno delle sue terre per produrre cibo in modo sostenibile" - ha ricordato la direttrice, Mariam Sow, durante una conferenza stampa a Dakar. "Il land grabbing trasforma la terra in merce e non ne considera la dimensione socio-culturale. Promuove l'agricoltura industriale a scapito di una produzione alimentare di piccola scala che può garantire un vero sviluppo locale.”

In Tanzania, sul versante opposto del continente africano, la situazione è altrettanto drammatica. È di questi giorni l'appello dell'organizzazione internazionale Avaaz secondo cui la popolazione Masai del Serengeti potrebbe presto subire nuovi soprusi.

Nel luglio del 2009 diversi villaggi sono stati sgomberati nel nord del Paese, a Lolindo. Secondo il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i diritti dei popoli indigeni, James Anaya, circa 200 abitazioni sono state date alle fiamme e sono stati messi in fuga 50.000 capi di bestiame. Oltre 20.000 Masai – riporta Anaya – sono stati travolti da questa ondata di violenza e lasciati senza cibo né riparo. I responsabili? Le forze di polizia paramilitare Field Force Unit – si legge nel suo rapporto - e gli uomini armati di una società privata degli Emirati Arabi, la Ortello Business Corporation, interessata ad affermare i diritti di caccia acquistati al governo. All'origine di questa violenza tuttora impunita ci sarebbero stati quindi gli interessi commerciali legati allo sfruttamento dell'area del Serengeti da parte dell'industria dei safari.

Questi abusi hanno purtroppo radici lontane. Fin dall'inizio dello scorso secolo il Serengeti è stato presentato in Occidente come un territorio incontaminato, il regno incontrastato di una natura selvaggia che non può convivere con l'uomo, neanche con un pastore Masai. Secondo il giornalista Fred Pearce, autore di 'The Land Grabbers' (Beacon Press, 2012), la millenaria simbiosi tra la popolazione locale e la natura è stata completamente negata da questo stereotipo, per giustificare l'allontanamento dei nativi e lasciare ad altri il business dei safari. “Per quanto possa sembrare strano - spiega Pearce – la nostra idea di una natura vergine ha incoraggiato l'arrivo di un nuovo tipo di “amanti della natura” super-ricchi e di operatori turistici. Il Serengeti […] è diventato il più grande zoo del mondo, in cui i Masai sono ridotti a decori ambulanti.”

Firma l'appello dell'organizzazione internazionale Avaaz Fermiamo la svendita del Serengeti

Visita la sezione www.slowfood.com/landgrabbing

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Immagine: www.oaklandinstitute.org
 
 
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