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Quest'anno a Rio

Dalle pagine della rivista Slowfood, il Presidente di Slow Food Internazionale Carlo Petrini presenta le sue attese per il summit che apre domani a Rio de Janeiro e annuncia le attività organizzate da Slow Food Brasil.


Venti anni fa a Rio de Janeiro si svolse la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo. Si trattò di un summit storico, che raccolse rappresentanti di primo piano da 172 paesi e oltre 2400 associazioni e organizzazioni non governative.
Per la prima volta raggiunse davvero gli onori della cronaca la questione della durabilità del modello di sviluppo dominante e si parlò in maniera sistematica delle strategie per migliorare il tenore di vita di tutti i popoli senza compromettere l’ambiente del pianeta inteso come bene comune.
Fu la definitiva consacrazione di quel concetto che oggi, vent’anni dopo, purtroppo appare sempre di più come un ossimoro, molto difficile da perseguire senza un cambio profondo di paradigma dominante: Sviluppo Sostenibile. Questa sintesi, che in realtà venne elaborata per la prima nell’ambito del rapporto “Our Common Future” redatto nel 1987 dalla commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (meglio noto come rapporto Brundtland), declina il concetto di sostenibilità da quattro punti di vista: sostenibilità economica, sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale e sostenibilità istituzionale.
“Lo sviluppo sostenibile […] è piuttosto un processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”.
E’ evidente il carattere innovativo, per i tempi, di questa teorizzazione: per la prima volta non si parla solo di soddisfacimento e di miglioramento delle attuali condizioni di vita ma si mette in evidenza come il miglioramento debba essere garantito anche per le generazioni successive, conservando e tutelando quelle condizioni ambientali e biologiche che ne costituiscono le condizioni necessarie.

Nel 1992 in Brasile sembrò davvero che il mondo tutto intendesse impegnarsi per cambiare rotta, per intervenire in modo drastico su quelle storture e quelle derive che tre secoli di industrializzazione galoppante avevano trasformato nelle caratteristiche fondanti del modello economico occidentale predominante.
Nell’ambito di quella conferenza vennero stilati alcuni tra i documenti che ancora oggi risiedono nel pantheon della legislazione internazionale in materia di ambiente e sviluppo. Venne redatta la Convenzione sulla Diversità Biologica e la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (che in uno dei suoi successivi emendamenti diventò il più conosciuto Protocollo di Kyoto), venne imbastito il piano d’azione Agenda 21 e, a coronamento delle due settimane di summit, vide la luce la Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo, un testo che ancora oggi, a vent’anni dalla sua nascita, parla con estrema forza e chiarezza.
La conferenza di Rio de Janeiro è stata tutto questo, e tutto questo è anche ciò che verrà celebrato a giugno, nell’ambito della conferenza Rio +20.

Devo dire che l’avvicinarsi di questo appuntamento genera in me sentimenti contrastanti. Da una parte ancora una volta la speranza, la speranza che sia questa nuovamente l’occasione per far sentire forte e chiaro il messaggio di unità nella comunità mondo che emergeva da Rio venti anni fa. Una comunità che tutta insieme si fa carico, nella peculiarità di ogni situazione, dei problemi che affliggono il pianeta e i suoi abitanti. La dichiarazione di Rio del 1992 parlava delle responsabilità dei paesi più ricchi nei confronti di quelli in via di sviluppo, riconosceva la necessità di mettere al centro i giovani e le donne per far fronte alle emergenze mondiali, sottolineava la necessità che ciascuno facesse la propria parte, perché, ed è questo a mio parere uno degli aspetti più significativi emersi da Rio, si riconosceva la “natura integrale e interdipendente della Terra, la nostra casa”.
D’altra parte alla speranza si contrappone la disillusione generata dal fatto di constatare come vent’anni di dichiarazioni e di documenti di indirizzo non ci abbiano portato sufficientemente in là nel percorso di ciò che si intende per sviluppo sostenibile. Di più, la disillusione e lo scetticismo nascono dal vedere che questa definizione è diventata uno slogan buono per tutte le stagioni e per tutti gli usi, per i ricchi e per i poveri, per i padroni e per gli schiavi, per le organizzazioni non governative e per le grandi corporation. Tutto ciò mi fa pensare che ci sia qualche cosa che non va, e che la conferenza di Rio possa essere un nuovo strumento di anestetizzazione della coscienza collettiva nei confronti di tematiche vitali per l’umanità intera. Insomma, ci si ritrova vent’anni dopo, questo significa che il mondo sta cercando di risolvere il problema, dunque che motivo c’è di preoccuparsi e impegnarsi in prima persona?

Bisogna preoccuparsi e attivarsi invece, per essere parte attiva di un percorso di riscatto che è tutt’altro che unidirezionale o stabilito, e che necessita di un nostro coinvolgimento consapevole sia come singoli che, ancora di più, come associazione Slow Food.

La scelta nostra è stata di connotare la nostra presenza a Rio (dove abbiamo da poco aperto una sede) in una posizione marginale rispetto alla conferenza vera e propria. Vogliamo essere presenti ma marcare una distinzione, sottolineare la volontà di essere concreti, immersi nella realtà. Vogliamo coinvolgere e farci coinvolgere dalla popolazione locale e dare visibilità agli esempi virtuosi già esistenti. Vogliamo lasciare il segno nel cuore della città, non limitarci a discutere con le organizzazioni che parteciperanno al summit. In quest’ottica stiamo consolidando la nostra presenza nella rete dei mercati contadini della città, realizzando nello stesso tempo un lavoro di mappatura di tutti i piccoli produttori ecologici e biologici dello stato di Rio con l’obiettivo di capire che cosa si produce e si commercializza nello stato. Al termine di questo lavoro verrà pubblicato un catalogo che verrà distribuito nell’ambito della conferenza.
Nei giorni del meeting, poi, verranno organizzate visite presso i mercati contadini della città, alle quali parteciperanno, oltre ai soci e ai sostenitori di SF, personaggi di spicco, intellettuali e persone sensibili alle tematiche ambientali (ha già confermato la sua presenza Graziano Da Silva, Direttore Generale della FAO ed ex Ministro del governo Lula, per il quale coordinò il programma Fame Zero). L’obiettivo di questa carovana che condurrà i partecipanti a conoscere i mercati, i loro prodotti e i loro protagonisti, è promuovere queste realtà produttive che hanno un potenziale enorme ma che sono poco conosciute.
Slow Food realizzerà inoltre una guida tascabile, con 100 consigli per reperire alimenti “buoni, puliti e giusti” a Rio de Janeiro. Nella guida verranno inseriti ristoranti, esperienze di agricoltura urbana, mercati contadini, punti vendita. Questa guida verrà distribuita gratuitamente a tutti i partecipanti al summit e vuole essere una testimonianza pratica di ciò che si discute all’interno dei padiglioni di Barra de Tijuca.

Credo che sia necessario gettare uno sguardo sulle prospettive concrete che si sono aperte e si aprono ogni giorno sui territori e che coinvolgono migliaia di contadini e coproduttori in tutto il pianeta. Il Brasile da questo punto di vista è paradigmatico, nel senso che fa segnare uno dei tassi di crescita economica più elevati, può contare su una grande quantità di risorse naturali ed è il paese che nel futuro prossimo sarà al centro del mondo per i campionati mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi nel 2016. Questi due eventi sportivi non devono essere archiviati solo come tali, al contrario sono l’esempio più evidente di una intera società che si sta affacciando prepotentemente all’onor del mondo. Nello stesso tempo è però un paese che vive tutte le contraddizioni figlie di questo stesso sviluppo spinto, e proprio qui dobbiamo collocare la nostra azione e il nostro impegno.
Per Slow Food è centrale essere forte in Brasile, i venti anni dalla conferenza di Rio sono l’occasione per radicarsi.

Carlo Petrini
Presidente Internazionale di Slow Food



Editoriale del numero 54 della rivista Slowfood

Per saperne di più:
www.slowfoodbrasil.com (in portoghese)
http://cupuladospovos.org.br
www.uncsd2012.org


Clicca qui per scaricare gratuitamente la guida Rio de Janeiro 100 Tips (portoghese e inglese)
 
 
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