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Nuovi paradigmi contro il land grabbing

Gandhi ha affermato che su questa terra ci sono abbastanza risorse per tutti, ma esse non sono sufficienti a causa dell’avidità di pochi: l’avidità genera povertà.

Dal 2009 in Africa circa 60 milioni di ettari di territorio sono stati venduti o affittati a multinazionali occidentali. Il 70% delle acquisizioni è concentrato nell’Africa subsahariana. Il documentario Land Rush realizzato da Hugo Berkeley e Osvalde Lewat per Why Poverty? analizza un episodio di accaparramento delle terre (land grabbing, in inglese) in Mali, terminato con il blocco dei lavori solo a causa del colpo di stato del 2012. Intervistato su Rai Storia, Carlo Petrini, ha commentato così:

«Il land grabbing è un fenomeno di natura esponenziale, che aumenta di giorno in giorno. Ad acquistare o affittare le terre africane per lunghi periodi non sono solo le grandi compagnie, ma anche singoli Stati che approfittano di una situazione in cui il concetto di proprietà dei territori in senso occidentale non esiste e molti di essi sono utilizzati per tradizione da popolazioni di contadini o di nomadi. Grazie alla complicità di governi canaglia, le comunità locali si trovano dall’oggi al domani senza la possibilità di poter vivere e lavorare: senza la loro terra, che è il bene primario per l’economia della sussistenza.
Quando si parla degli investimenti fatti in terra africana, spesso si adduce la motivazione che si tratta di investimenti win-win, ma si omette di analizzarne la compatibilità rispetto al terreno e alle sue risorse o di esaminare quali siano le ricadute per le comunità, che spesso risultano completamente depauperate, senza prospettive. Ad aggravarne la situazione, inoltre, è la mancanza di una governance internazionale nei confronti di questa forma di neocolonialismo. Eppure, sul land grabbing non si può tacere, così come non si può passare sotto silenzio il fenomeno dello spreco alimentare, che è strettamente correlato all’accaparramento delle terre. Infatti, se il sistema alimentare mondiale è in sovrapproduzione e non si riesce a mettere freno allo spreco, non potremo mai garantire la sovranità alimentare dei singoli popoli né la loro possibilità di avere terra a sufficienza per poterla coltivare.
Parlando di land grabbing, spesso si punta il dito contro la Cina, l’India, i Paesi arabi. Ma non nascondiamoci: anche l’Europa, anche l’Italia hanno una parte importante di responsabilità. A essere coinvolte non sono solo le multinazionali e i governi, ma anche un terzo soggetto che vende la terra come se fosse un prodotto finanziario: le banche d’affari, di cui molte sono anche in casa nostra e non possiamo ignorarlo. Dobbiamo denunciare questa situazione o diversamente ne saremo complici, coi nostri risparmi.
Il land grabbing indica che ci troviamo di fronte a una crisi antropica per la cui risoluzione servono governance internazionale, coscienza politica e nuovi paradigmi che, sostanzialmente, sono la lotta allo spreco e il ritorno alla terra. Riappropriamoci della nostra sovranità alimentare, diamo ai giovani la prospettiva di una vita sicura. In futuro non mangeremo computer, informazione… Mangeremo pane, melanzane, patate, carote… E dovremo essere in grado di produrle».

www.slowfood.com/landgrabbing
landgrabbing@slowfood.com






 
 
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