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Dal campo alla tavola, dove va il 33% del nostro cibo?

Il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (Unep) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) hanno lanciato lo scorso 23 gennaio a Ginevra una campagna globale contro lo spreco alimentare.
L’iniziativa chiamata Think.Eat.Save ha l’obiettivo di coinvolgere consumatori, commercianti, industrie alimentari e catene di distribuzione per arrivare a limitare drasticamente gli 1,3 miliardi di tonnellate di cibo persi o gettati ogni anno.
Perché l’iniziativa possa avere una certa efficacia dovrà essere condivisa da tutti gli attori sopracitati: dalla produzione al consumo, dal campo alla tavola, in parole povere.
A gennaio i media hanno dato risalto a un rapporto dell’IMechE (Insitution of Mechanical Engineers) il quale  afferma che il 50% del cibo edibile non viene consumato, spesso affiancando agli articoli e servizi sull’argomento l’immagine dei bidoni della spazzatura pieni di scarti alimentari. Tutto ciò ha dato l’impressione che il maggior spreco alimentare sia domestico.
Dati diversi dall’organizzazione Best Foot Forward che mostra come a livello globale lo spreco da parte dei consumatori rappresenti il 9% del totale e il restante 24% sia da imputare alla catena di produzione, distribuzione e vendita al dettaglio.
La figura della mela infatti evidenzia in termini di percentuale tutti gli stadi in cui vi è una perdita di cibo edibile in relazione della produzione totale. Quindi a livello globale il 33% del cibo viene sprecato, un terzo netto.


mela


L’immagine sottostante mostra invece la percentuale di cibo perso in riferimento ad ogni singolo stadio: dalla produzione vera e propria nei campi (perdita del 9% del raccolto), allo stadio post raccolto, distribuzione, stoccaggio (7%), fino ad arrivare alla percentuale più alta relativa al consumo, vale a dire che l’11% del cibo che arriva sulla nostra tavola (o al ristorante), nel nostro frigo o dispensa viene buttato. Importante sottolineare che se si prendono in esame i Paesi industrializzati, la percentuale arriva al 33%: buttiamo un terzo del cibo che compriamo oppure ordiniamo al ristorante.
Questo dato così alto deriva da diversi fattori: acquistiamo più del necessario, inefficienza nello stoccaggio, porzioni troppo abbondanti, non riutilizzo degli avanzi…


stadi


Lo spreco alimentare da imputarsi all’ultimo stadio (il consumo) mostra differenze abissali tra Nord e Sud del mondo: in Europa e Nord America lo spreco da parte di noi consumatori è stimato tra 95-115 kg annui pro capite, mentre nel Sudest asiatico e nell’Africa subsahariana il dato si attesta tra 6-11Kg.
E ancora, oltre il 30% del cibo acquistato dagli inglesi non viene consumato. Il sito di Think.Eat.Save spiega: «I cittadini del Regno Unito gettano 6,7 milioni di tonnellate di cibo edibile ogni anno, circa un terzo dei 21,7 milioni di tonnellate acquistati. Ciò significa che approssimativamente il 32% del cibo acquistato non viene mangiato».
Calcolando che il cibo sprecato in Europa potrebbe nutrire 200 milioni di persone (Fao), limitare il fenomeno è un obbligo morale e ambientale che tutti, da istituzioni, a società civile, a singoli cittadini, dovrebbero far proprio.


Proprio lo spreco in senso lato sarà il tema centrale dello Slow Food Day, celebrato in tutta Italia il 25 maggio prossimo: «Non si parlerà solo di cibo, ma anche di energia, acqua, salute, risorse e beni comuni» spiega Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia. 


Vuoi saperne di più? Scarica le nostre guide:
Il nostro spreco quotidiano

Quando fai la spesa, usa la testa! 


Segnate quindi in agenda il 25 maggio, data in cui le Condotte italiane coinvolgeranno centinaia di piazze in attività, laboratori, incontri e dibattiti.


Scarica il rapporto dell’IMechE “Global Food Waste Not, Want not”
Fonte:
Best Foot Forward
Fao.org
IMechE

Think.Eat.Save

 
 
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