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Contraffazioni alimentari: ovvero come arricchirsi alle spalle degli onesti

110 mila posti di lavoro, 6,9 miliardi di euro di valore di mercato e quasi 2 milioni di introito per l’erario. Ecco di quanto ci priva il mercato del falso italiano peggiorando, nel caso ce ne fosse bisogno, la drammatica situazione economica che vive il nostro Paese. Con la lente di ingrandimento sull’agroalimentare, quello che anche in questo Vinitaly è stato definito come il più fiorente e sicuro volano per far riprendere il nostro Pil, vediamo poi che sono 60 i miliardi di euro bruciati tra vera e propria contraffazione e cosiddetto “italian sounding”.  Dal prosecchito, che in realtà è un mojito, al generico “balsamico”, dal Brunello di Montalcino con tanto di blasone aziendale (peccato non ci sia nessuna famiglia a sostenerlo) al classico parmesan per tutte le stagioni. Questi sono solo alcuni esempi di come l’Italia si faccia soffiare sotto al naso il valore dell’immenso patrimonio gastronomico di indicazioni geografiche (12 miliardi di euro con 753 denominazioni riconosciute, di cui 193 prodotti del settore agroalimentare, 521 vini e 39 spiriti).

Un allarme lanciato dalla pletora di istituti preposti al controllo (forse troppi ma è così che si scoprono le frodi) e dai Consorzi di tutela – che spesso devono operare senza mezzi per difendere i veri produttori – che si sono trovati a Vinitaly al convegno organizzato da Qualivita per cercare qualche soluzione e dare una prospettiva.


Diverse le problematiche da risolvere per rendere davvero efficienti per produttore e consumatore gli strumenti di tutela europei: i trattati bilaterali non comprendono tutte le denominazioni di origine, ma solo quelle che interessano l’Unione e il Paese firmatario e dipendono troppo dal peso politico ed economico della controparte. Dovrebbero essere tutti uguali invece con il comune intento di difendere una ricchezza comune.


 


A volte quindi non basta nemmeno la denominazione d’origine per portare a casa il risultato. Che fare allora? Impossibile pensare che tutti possano registrare il proprio marchio in tutti i Paesi: troppo costoso e poco efficiente, soprattutto quando ci si confronta con mercati in cui non si riconosce valore al brand.


E poi c’è la questione dei nomi generici, che negli Stati Uniti è tutelata da un’associazione per cui asiago, balsamico, romano, ecc… sono nomi che identificano immediatamente un prodotto, quindi, perché non utilizzarli per arricchirsi alle spalle dei contadini e artigiani italiani onesti? 

Che sia l’Unione europea ad agire è un obbligo, anche perché il singolo Governo sarebbe ancora più debole. Il problema però è che sono pochi i Paesi interessati dalle denominazioni: Francia, Italia, Spagna e pochi altri, il resto non ha alcun coinvolgimento. Altra strada da seguire sarebbe quindi una maggiore pressione del Governo sulla Commissione europea che fatica a mettere questo tema ai primi posti dell’agenda politica.

Elisa Virgilllito
e.virgillito@slowfood.it 

 
 
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