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Slow Food: il nostro cuore è in Mali

A causa della difficilissima situazione in Mali, è stato prorogato di tre mesi lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale: il provvedimento restrittivo è stato deciso a Bamako durante un consiglio dei ministri straordinario. La decisione dell’esecutivo di transizione di Bamako è giunta a poche ore da nuove conquiste sul terreno da parte delle truppe maliane e dei francesi della missione Serval. Dopo giorni di bombardamenti aerei e sviluppi incerti sul terreno, il ministero della Difesa di Parigi ha confermato la riconquista delle città di Diabali (400 chilometri a nord della capitale) e di Douentza (800 chilometri a nord-est), abbandonate dagli insorti di Ansar Al Din, del Movimento per l’unità e il jihad in Africa occidentale (Mujao) e di Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). Lo stesso scenario si è verificato 400 chilometri più a nord, a Douentza: una riconquista ad alto valore simbolico in quanto lo scorso settembre era caduta senza combattimenti nelle mani del Mujao. Dopo le ultime conquiste, il fronte dei combattimenti si sta spostando sempre più a nord, nella vasta regione desertica dell’Azawad, estesa quanto il territorio francese, da nove mesi feudo dei gruppi armati. Ma l’avanzata congiunta dei maliani e francesi non è esente da timori per la sorte dei civili, in particolare per tutti quei cittadini appartenenti alle comunità arabe e tuareg, considerate ‘vicine’ ai gruppi ribelli; violazioni commesse dai soldati di Bamako sono già state denunciate nella città di Sévaré. L’Osservatorio delle situazioni di sfollamento interno (Idmc) ha invece lanciato l’allarme per “gli spostamenti di migliaia di maliani in fuga continua dalle zone di combattimento, in pieno deserto e in zone ostili, prive di strutture sanitarie e con un accesso sempre più limitato a cibo e acqua”. Secondo l’organizzazione, con sede a Ginevra, la chiusura del confine algerino a nord e i controlli sempre più serrati sul lato mauritano “stanno privando questi sfollati in partenza da Gao, Kidal e Timbuctù di destinazioni sicure”, costringendoli a “ripararsi nel deserto o nella boscaglia, con rischi maggiori per la propria sicurezza e sopravvivenza”.


Le notizie che arrivano dalla rete di Slow Food in Mali non sono rassicuranti. «I due referenti del Presidio della pasta katta, Almahdi Alansari e Saoudata Aboubacrine, entrambi di etnia tuareg, sono dovuti fuggire in Mauritania e in Burkina Faso», racconta Michela Lenta, responsabile Slow Food per il Mali. «Mentre Almahdi vive ora in un campo profughi cercando di realizzare il progetto dei Mille Orti in Africa, Saoudata offre assistenza alle donne per aiutarle a garantirsi un futuro una volta uscite dai campi. Insomma, cercano di ridare speranza a chi si trova in quella difficilissima situazione». Il responsabile del progetto Mille Orti in Mali, Camara Ahmed, ci racconta: «Per il momento stiamo bene, ma siamo preoccupati per le comunità di Gao e Mopti che si trovano al centro del conflitto». Mentre Guindo Mamadou, responsabile del Presidio dei Somé Dogon, dice che «tutte le attività sono bloccate e la popolazione vive con la paura». Preoccupante è la testimonianza della coordinatrice di una cooperativa di produttrici di succhi e marmellate di Djenné, che racconta: «ci sentiamo davvero prigionieri nelle nostre case, siamo al centro dei combattimenti tra le due fazioni e ora i ribelli cercano di infiltrarsi nel villaggio. Preghiamo perché la situazione si risolva al più presto». 


Slow Food è in contatto con la rete nel Paese e con le produttrici costrette a vivere nei campi profughi: seguirà da vicino la situazione delle comunità, organizzando alcune iniziative in loco per fornire loro assistenza finanziaria e progettuale).

A cura di Michela Marchi


m.marchi@slowfood.it 


 


Fonte: Misna  

 
 
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