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Le lingue a Terra Madre
 

Tamar, in arabo, significa dattero ma anche ottobre, il mese in cui si raccolgono i datteri. Non solo, nella cultura araba i datteri sono così importanti, che la lingua possiede ben cinque parole diverse per indicarli: hababouk (dattero acerbo), kimri, blah o khalal (dattero fresco), rutab (dattero di media consistenza), tamar (dattero secco). In base allo stesso principio, la lingua dei Sami (popolazione indigena della Scandinavia) possiede 300 vocaboli per indicare la neve e quella degli Yanomami (etnia dell’Amazzonia) dieci parole per le banane.
Le lingue non servono solo a comunicare, ma definiscono la realtà, sono legate profondamente alle identità locali, esprimono culture ancestrali.
Secondo i linguisti, nel mondo ne esistono circa 7.000 e, di queste, 5.900 sono parlate soltanto dal 3% della popolazione del pianeta. Sono lingue che ci raccontano molto su chi è l’uomo, sul suo rapporto con l’ambiente, sulla sua cultura ed evoluzione. Con loro, rischiano di sparire società contadine antichissime.
Terra Madre – la rete internazionale di comunità del cibo creata da Slow Food, luogo per eccellenza della diversità e dello scambio fra culture - non poteva restare indifferente di fronte al fenomeno dell’erosione di questo patrimonio.
Così il prossimo evento - che vedrà confluire a Torino, dal 21 al 25 ottobre, oltre 5 mila contadini di tutto il mondo - dedicherà a questo tema la cerimonia di apertura (il 21 ottobre, al PalaIsozaky). Sul palco si alterneranno un aborigeno australiano, un rappresentante dell’etnia Gamo (Etiopia), una rappresentante dell’etnia Kamchadal (Kamchatka, Russia) un Sami (Svezia) e un Guaranì (Brasile), parlando nella propria lingua.
Ma non solo: le popolazioni indigene e le lingue saranno argomenti centrali di ogni giornata del meeting. L’area “Lingua Madre” (gestita in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Torino, grazie al sostegno della Regione Piemonte) ospiterà infatti una serie di incontri su questi temi, coinvolgendo i rappresentanti di oltre cento comunità indigene.



di Serena Milano
Tratto da Agricoltura - La Stampa 4/10/10
 
 
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