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AGROECOLOGIA - La Pastorizia mobile.
 
Michael DIMOCK (USA)
Buongiorno a tutti e benvenuti a questo workshop dedicato alla pastorizia mobile. Abbiamo molti relatori, ognuno di essi avrà a disposizione 10 minuti e poi ci sarà un po’ di tempo per la discussione. Lascio la parola al primo intervento.

Jesus GARZON HEYDT (Spagna)
Il contributo che la Spagna può apportare è quello di un amore antico per la pastorizia che risale all’11° secolo. Abbiamo una lunga storia di allevatori che possono transumare liberamente su tutto il paese. Abbiamo una rete di sentieri, e più di 125.000 km e 4.000 ettari, così che ogni pastore ha a disposizione 400.000 ettari tra nord e sud che possono essere usati come pascoli. Di solito i pastori non sono proprietari della terra.

Il problema che abbiamo in Spagna negli ultimi anni è la perdita della terra. Inoltre, siccome adesso la transumanza si fa con camion o con treni, e non più naturalmente, vi sono problemi legati alle risorse. Per spostarsi tradizionalmente da nord a sud ci voleva circa un mese, mentre adesso con il movimento meccanico s’impiega un giorno. Ciò significa che quando inizia la stagione secca, in aprile, c’è ancora la neve sulle montagne, per cui bisogna aspettare per iniziare la transumanza. Inoltre, aprile e maggio sono i mesi più importanti perchè vi è la fioritura: se gli animali permangono durante quel periodo nella zona meridionale, distruggono le foreste e, quindi, le possibilità per le specie vegetali e animali di riprodursi.

Questo problema dell’alimentazione animale è dunque vitale per proteggere la biodiversità spagnola, la maggiore in Europa. L’80% di tutta la biodiversità europea origina dalla Spagna. Quando l’Europa era in glaciazione, solo la Spagna aveva fiori, insetti e animali.

Questa biodiversità è anche il prodotto della transumanza: gli animali trasportano anche i semi e, dunque, la fertilità. Una pecora trasporta circa 5.000 sementi ogni giorno. In un mese un branco di pecore mobilita più di 2 milioni di semi. In una fase di cambiamento climatico, come nel mondo oggi, questo è importante per evitare l’estinzione di molte specie. Con la transumanza trovano nuovi luoghi per riprodursi e sopravvivere.

E’ dunque importante tenere sotto controllo gli ecosistemi, le mandrie transumanti e le specie migratorie, che vanno e vengono dall‘Africa. Questo è il senso del nostro progetto.

Il progetto va esteso altrove nel mondo, poiché i dati scientifici dicono che gli erbivori ed i transumanti sono importanti anche nel resto del mondo. Invitiamo dunque i transumanti di tutto il mondo a venire in Spagna l’anno prossimo, perchè dal 17 giugno organizziamo dieci giorni in campagna per iniziare a metter in atto un progetto che si propone di preservare la biodiversità entro il 2010 e di raggiungere gli obbiettivi del Millenium Development Goals entro il 2015. La pastorizia mobile deve essere la chiave dello sviluppo sostenibile nel mondo.


Roberto RUBINO (Italia)
Mi chiamo Roberto Rubino. Sono un ricercatore del Ministero Agricoltura e Foreste, Italia, e lavoro nel sud dell’Italia. Da circa 20 anni noi studiamo i sistemi pastorali e li confrontiamo con sistemi di animali stabulati.

Anche nel sud Italia vi è una cultura per cui i sistemi pastorali sono la causa del sottosviluppo rurale. C’è chi ancora pensa che il pascolo degli animali sia la causa principale del degrado delle terre e della povertà. Invece noi, studiando questi sistemi, abbiamo visto che è il contrario, cioè che le terre non si degradano, che gli animali rispettano l’ambiente ma soprattutto che la qualità dei formaggi, della carne, ed anche il benessere degli animali è tutt’altra cosa rispetto ai sistemi stabulati.

Basta, in effetti, cambiare l’unità di misura. L’efficienza dei sistemi in stalla finora è stata misurata utilizzando la quantità, misurando cioè litri e chili prodotti. Se a quest’analisi sostituiamo invece la qualità, nonché l’aroma e gli antiossidanti, cambia tutto: è un altro mondo.

I sistemi pastorali producono ricchezza e qualità. Un po’ come per i vini. Se vuoi fare un grande vino, devi farlo in certe zone e in un certo modo. Se vuoi fare un grande formaggio, devi farlo alla maniera dei pastori e rispettare la tradizione.

Bisogna allora cambiare questa cultura. In tal senso abbiamo costituito in Italia l’Associazione Nazionale Formaggi sotto il Cielo, cioè prodotto con gli animali al pascolo. Abbiamo una rivista che si chiama Caseus, con l’obiettivo specifico di valorizzare questi formaggi, farli conoscere ai consumatori e farne apprezzare la qualità.

La vera qualità si trova nei sistemi al pascolo. Il resto è un prodotto banale, buono ma niente di eccezionale. I sistemi pastorali saranno la salvezza dei sistemi agrari nel mondo. Con l’associazione, andiamo in questa direzione.


George STEAPLIS (Isola di Mann)
L’isola di Mann si trova nel canale d’Irlanda, a metà tra Gran Bretagna e Irlanda. Anche noi abbiamo grandi pianure, circa 32 miglia di lunghezza e poco più di larghezza. Abbiamo un sistema molto antico di pastorizia, tramandato di generazione in generazione. L’allevamento è generalmente di piccola scala.

Abbiamo specie primitive evolutesi nei secoli. Ad esempio, abbiamo un tipo particolare di pecora originato sulle isole scozzesi e poi arrivato fin da noi. E’ abbastanza diversa dall’ovino comune, come diversa è la sua alimentazione. La pecora dell’Isola di Mann ha un mantello naturale marrone e si trova in tutta l’isola, anche se in maniera limitata.

Negli ultimi 200-300 anni in Gran Bretagna abbiamo assistito a una evoluzione del sistema produttivo, verso l’intensificazione per aumentare le produzioni. In questo modo si ha un impatto sull’ambiente, sui cicli di riproduzione degli animali, e si influisce sul ruolo degli animali nella catena alimentare.

Lo sviluppo dei sistemi agrari ha visto lentamente scomparire i vecchi sistemi di allevamento e pastorizia, in un’ottica di produzione molto più intensiva.

Oggi, grazie anche a Slow Food e all’interesse per una diversificazione della produzione, vi è una rivalutazione di questo ovino che produce carne e lana di ottima qualità e che rappresenta anche una attrazione per il turismo, perchè è un animale antico e caratteristico, quindi ha contribuito ad attrarre i turisti e ridare vitalità a una pastorizia che stava altrimenti scomparendo.


Altanchimeg CHIMMEDORJ (Mongolia)
Vi parlo del ruolo delle comunità pastorali nomadi nella conservazione delle risorse naturali in Mongolia oggi.
La Mongolia confina con la Russia e la Cina, copre circa 1.600.000 Kmq e ha 2.700.000 abitanti e circa 30 milioni di capi di bestiame.

Uno degli ambienti ecologicamente più importanti per la Mongolia è l’area semi-desertica di Gobi, che copre il 42% del paese. Comprende anche siti paleontologici e archeologici, dove si trovano anche specie di animali in via di estinzione e le risorse genetiche originarie degli animali moderni.

La pastorizia rappresenta ancora la principale fonte di sostentamento della Mongolia e dà un contributo importante all’economia nazionale. Fin dall’antichità i pastori mongoli praticano la transumanza e allevano 5 specie animali: cavalli, bovini, capre, pecore e cammelli, secondo le condizioni agro-ecologiche. I sistemi nomadi hanno tradizioni e sistemi di gestione molto antichi, che permettono di mantenere un buon equilibrio tra conservazione delle risorse e necessità di sostentamento.

I pastori nomadi hanno uno stile di vita particolare, incentrato sulla proprietà comune delle risorse, con l’uso di territori molto estesi e la mobilità. Soprattutto nelle terre più aride, la mobilità rappresenta la base stessa del loro sostentamento e della sostenibilità degli allevamenti. Già da millenni i pascoli della Mongolia vengono gestiti dai pastori ed esiste una lunga tradizione di risorse gestite in comune. I territori a pascolo sono ampi e per gestirli occorre un controllo a livello collettivo e una grande mobilità.

Le sfide attuali per i pastori sono i diritti al pascolo, attualmente regolati da leggi assolutamente inadeguate. Inoltre, l‘accesso al mercato e ai servizi essenziali come per l’educazione, la salute e l’informazione è molto difficile. Estremamente difficile è anche l’accesso alle tecnologie e all’energia necessari per trasformare i prodotti.

Il problema dell’accesso all’acqua, molto scarsa, è molto sentito, così come lo sfruttamento incontrollato e la degradazione delle risorse naturali. Dalla fine del secolo scorso viene sentita molto fortemente la mancanza di un adeguato supporto istituzionale nel coordinamento della gestione e utilizzo delle risorse. I pastori hanno, dunque, cercato di organizzarsi autonomamente per definire delle azioni collettive volte ad affrontare questi problemi di gestione delle risorse naturali. Le donne giocano un ruolo particolarmente importante nella vita comunitaria.

La necessità di mobilità ha dato vita ad associazioni a livello comunitario e la presenza delle donne pastori nelle aree più remote ha portato alla formazione di centri comunitari mobili. Ci stiamo adesso adoperando per mettere in atto delle strategie per migliorare la sostenibilità di questi sistemi, come la diversificazione del reddito, le lavorazioni che incrementassero il valore dei prodotti, l’accesso al mercato e sistemi di credito alle comunità, come alle famiglie.

Il cammello rappresenta una risorsa particolarmente importante per il paese. In Mongolia si trova circa il 30% dei 20 milioni di cammelli che popolano il mondo, in particolare quelli del genere Bactrian, a due gobbe. Il numero complessivo è calato negli ultimi decenni fino a 200.000 esemplari (negli anni ‘70 si registrava fino ad un milione di capi). Adesso le ONG stanno cercando di sostenere gli allevatori nomadi per riprendere ad allevare questi animali, anche attraverso festival dei cammelli, con giochi, mostre e gare basate sull’impiego di cammelli.

Un argomento particolarmente importante è l’accesso ai mercati per gli allevatori nomadi. La lana di cammello è, infatti, molto pregiata, per cui è importante riuscire a commercializzarla nel modo migliore possibile. Il latte di cammello viene utilizzato anche nella medicina tradizionale per la cura di molte malattie.

Per concludere, la mobilità è importante per la gestione dei pascoli e per la conservazione della fauna selvatica. Dare diritto di sfruttamento delle risorse naturali alle comunità locali è particolarmente importante perchè, secondo un antico detto, è “colui che cura l’albero che dovrebbe aver diritto a coglierne i frutti”.


Marzia VERONA (Italia)
Sono qui per rappresentare i pastori vaganti piemontesi. Anche in Piemonte esiste ancora un gran numero di pastori mobili che si spostano continuamente sul territorio. Nell’alpeggio, in particolare, troviamo un gran numero di ovini, di cui la gran parte pratica il pascolo vagante. In tutta la regione vi sono circa 50 greggi di tal genere, con un numero di ovo-caprini che varia da 300 a 2.500 animali per gregge. Questi animali sono nutriti esclusivamente con foraggio verde e fresco, ma la loro carne non è valorizzata, poiché viene venduta e valutata al pari della carne degli altri animali allevati in forma intensiva nelle stalle.

La stagione dell’alpeggio è un periodo di difficoltà rispetto al resto dell’anno. Questa attività ha una valenza speciale soprattutto nei confronti del paesaggio e della manutenzione del territorio montano. Molte di queste greggi affrontano delle impegnative transumanze, anche di centinaia di chilometri, per passare dall’alpeggio al territorio dove svernano (autunno, inverno, primavera) dalle valli alpine alle colline di Monferrato, ad esempio.

Quando non è possibile muoversi a piedi, bisogna utilizzare il trasporto meccanico, cosa spesso molto onerosa in termini economici. I problemi dello spostamento a piedi nascono spesso dal contrasto con la viabilità ed i ritmi del 21° secolo.

L’attività della pastorizia è soggetta a una serie di eventi variabili e imprevedibili: non si possono prevedere gli spostamenti con grande anticipo, mentre le leggi richiedono che per passare all’interno di un comune occorrono almeno 15 giorni di preavviso per ottenere i permessi, pratica tra l’altro complessa per chi deve badare ai propri animali e non ha possibilità di assolvere funzioni burocratiche, oltre al fatto che non è sempre facile sapere per tempo come e quando ci si sposterà.

Nelle greggi, oltre agli ovini, si trovano spesso caprini e anche alcuni asini, che vengono utilizzati per il trasporto, ad esempio, degli agnelli appena nati. Il pascolo vagante è particolarmente importante per le zone cosiddette marginali, cioè poco utilizzate, in particolare quelle di media e bassa vallata e le zone collinari. In queste zone apparentemente abbandonate sono spesso i proprietari ad opporsi al passaggio delle greggi. Invece gli animali potrebbero giocare qui un ruolo importante, pulendo il sottobosco e le aree d’incolto, prevenendo anche il rischio d’incendi.

Il vero ruolo della pastorizia si esplica comunque non durante l’alpeggio, ma durante il resto dell’anno. Durante autunno, inverno e primavera il gregge è in movimento quotidiano, alla ricerca continua di risorse foraggere, soprattutto stoppie, incolti, pioppeti ed erba in grande quantità.

I pascoli a disposizione si riducono continuamente a causa del ‘progresso’ che spesso preclude anche la mobilità perchè sulle vie di transumanza si costruiscono autostrade o ferrovie. Le problematiche della viabilità sono indubbie, poiché mobilitare grandi greggi su strade di uso pubblico non è facile impresa. A questo si sommano numerosi divieti emanati contro le greggi e i pastori dai comuni per tutelate riserve di caccia o aree protette. E’ proprio nelle aree protette che paradossalmente i pastori incontrano maggiori difficoltà. I parchi fluviali, ad esempio, evitano l’accesso alle greggi e i pastori vengono pesantemente multati per danni alla flora ed alla fauna, anche in zone già degradate.

Eppure le zone fluviali sono quelle dove si pratica tradizionalmente la pastorizia, perchè quando i prati non sono accessibili e i campi già coltivati, i vasti incolti lungo i fiumi rappresentano l’area ideale, anche perchè si possono abbeverare gli animali. La vegetazione in queste zone è composta da specie autoctone, che sono sfuggite alle coltivazioni e ai giardini, oppure piante infestanti - le greggi quindi non possono causare danni ma, anzi, tengono puliti gli argini del fiume, prevenendo anche rischi di alluvioni. In queste aree le esondazioni, attraverso il continuo deporre sabbia e limo, hanno selezionato nel tempo una vegetazione resistente, che ben resiste anche al passaggio degli animali. Il pastore inoltre potrebbe rappresentare una risorsa per la gestione delle aree protette, in quanto continuamente presente sul territorio potrebbe affiancare i guardiaparco e giocare il ruolo di sentinella, mentre invece viene vessato da multe e divieti.

E’ necessario, dunque, utilizzare tutti i servizi che la pastorizia può apportare nella gestione del territorio, perchè la scomparsa della pastorizia rappresenterebbe un grave danno dal punto di vista sociale, storico, ambientale e anche economico. Se le continue pressioni esercitate sui pastori li spingeranno a smettere, sarà soprattutto il territorio montano a subirne le conseguenze, ma anche le pianure che beneficiano della loro presenza, anche solo per la presenza visiva del loro passaggio. Saluto tutti i pastori da parte di quelli del Piemonte.


Gilbert DALLA ROSA (Francia)
Vengo dal sud della Francia e sono responsabile di una condotta di Bern, dove ci mobilitiamo per difendere e valorizzare il formaggio di pecora in montagna.

L’allevamento transumante, cominciato nel neolitico, si è sviluppato fino a poco tempo fa, con delle costrizioni sociali molto forti. Gli ultimi nati di una famiglia diventavano pastori. Dovevano andare in montagna in estate e nelle pianure fino a Bordeaux in inverno. Erano celibi, senza famiglia e senza proprietà. L’unica ricchezza era il gregge e il fatto di essere vicino al cielo. Quindi potevano beneficiare di un prestigio presso la loro società in quanto giocavano il ruolo di intermediari tra gli uomini e il cielo. Ma ciò non garantiva una sopravvivenza economica. Il formaggio di montagna rischiava dunque di scomparire completamente, nonostante avesse qualità organolettiche eccezionali.

Da allora le cose sono cambiate. Anche gente che faceva altri lavori è diventata allevatore transumante. Joseph Farroix è uno di coloro che hanno ripreso a produrre in questa maniera, e oggi vi sono parecchie coppie e famiglie che vanno a fare il formaggio. Abbiamo modernizzato il sistema e le abitazioni. Oggi possiamo dire che l’allevamento transumante è economicamente più vantaggioso di quello in pianura.


Joseph FARROIX (Pirenei, Spagna-Francia)
Buongiorno. Sono il portavoce di un’associazione di transumanti nei Pirenei. Vogliamo dimostrare che la transumanza è un’attività economicamente vantaggiosa.

Utilizzando le erbe naturali di montagna e delle vallate, ci serviamo di risorse che non costano. Questa alimentazione permette produzioni di qualità che garantiscono la sopravvivenza dell’intera famiglia, mentre nei sistemi intensivi di fondovalle servono 400 capi per sopravvivere.

La pastorizia permette anche la salvaguardia di razze animali destinate a scomparire, perchè sono proprio questi animali che permettono di gestire i pascoli e di garantire produzioni di qualità. Questo spazio tradizionale di pascolo diventa una fonte di attività economica per le famiglie. Serve poi ad altre funzioni, come il turismo e la salvaguardia del patrimonio naturale. Uno spazio multifunzionale, in sintesi. Il nostro ruolo deve essere quello di produrre un buon formaggio, ma la legittimità per andare avanti su questa strada va ancora conquistata. Insieme, con voi.


Nunzio MARCELLI (Italia)
Sono rappresentante della cooperativa ARPO (Associazione Regionale Produttori Ovicaprini). Vengo da una comunità di pastori che pratica ancora l’allevamento transumante in aree protette. L’Abruzzo è, infatti, una delle regioni con gran parte del territorio soggetto a tutela. L’allevamento tradizionale nelle aree abruzzesi si caratterizza per la transumanza, un tempo orizzontale (dall’Abruzzo alle pianure pugliesi), ora prevalentemente verticale.

La salvaguardia della biodiversità va coniugata con la necessità di salvaguardare il gregge, soprattutto dai grandi carnivori, quali lupi e orsi. Siamo a tal proposito riusciti a mantenere il nostro allevamento in forma tradizionale, contribuendo, anzi, alla biodiversità e al mantenimento di forme tradizionali di vita.

Purtroppo dal punto di vista istituzionale il nostro ruolo non viene riconosciuto – come ho visto anche altrove – ed esistono persino organizzazioni che ci espropriano di questo ruolo, usufruendo così delle risorse per la protezione dell’ambiente. Ad esempio, noi siamo in zone abitate dall’orso – e credo che la pastorizia abbia avuto nei secoli un ruolo importante per la protezione di questo grande carnivoro. La CEE ha finanziato circa 60 progetti con un costo totale di oltre 60 milioni di euro, e nessuno di questi progetti ha coinvolto le comunità locali di pastori.

Un altro aspetto su cui abbiamo lavorato è lo sviluppo di una trasformazione itinerante dei prodotti che sia rispettosa dei parametri di legge. Abbiamo a tal riguardo istituito dei caseifici mobili, installati su rimorchi, che hanno le attrezzature e lo spazio per poter caseificare e vendere, nel rispetto delle normative vigenti.

Il successo di questa esperienza ci ha spinto a dare altri apporti al settore, anche in altre realtà, tipo la valorizzazione di una razza di cani particolarmente adatta a difendere il gregge dal lupo e dall’orso. Questa è la nostra risposta eco-sostenibile per difendere il gregge dalla presenza di una biodiversità che è importante mantenere.

Un’altra iniziativa che portiamo avanti è di tipo commerciale: siamo andati a spiegare ai consumatori che acquistando i prodotti della nostra area si difende la natura. ‘Adotta una pecora’ è lo slogan scherzoso di questa iniziativa per coinvolgere interessi familiari attorno a una attività che va scomparendo e di difendere la natura, e che consente al consumatore di ottenere i prodotti di consumazione direttamente dal produttore. Questo è un modo per creare un rapporto diretto tra allevatore/produttore e consumatore, che potrebbe essere utile anche ad altri settori dell’agricoltura.

Con altri allevatori stiamo lavorando sulla condivisione di piccole soluzioni pratiche con pastori francesi, greci, portoghesi e spagnoli, su un progetto europeo che si chiama Pasto Med (www.pastomed.org). Ognuno porta il suo contributo, attraverso incontri che si svolgono periodicamente. L’obiettivo di questo progetto é ‘pastoralismo mediterraneo: quale futuro per la pastorizia nell’economia post-industriale?’. Cerchiamo di definire un profilo nuovo, anche come strumento per i politici, affinché riescano a riconsiderare il ruolo della pastorizia anche in una economia post-industriale, molto presa da problemi tecnologici, in cui la pastorizia ha ancora una funzione importante, soprattutto per la difesa del territorio.

Un’altra iniziativa è quella di un programma di cooperazione con i pastori afgani, chiamato ‘Enduring Cheese’. Ci siamo resi conto che la pastorizia è importante per quel paese, ma hanno problemi nelle trasformazioni, che aggiungono valore ai prodotti. Le greggi che caratterizzano le terre afgane permettono di effettuare forme diretta di cooperazione. Queste greggi attraversano Iran, Afghanistan, Kazakistan, Tajikistan e rappresentano una vera e propria circolazione libera di uomini e bestiame. Loro, però, non riescono a valorizzare i loro prodotti, soprattutto il latte (che utilizzano in forma di yogurt o addirittura lo essiccano al sole per poi farne una sorta di latte condensato, con seri ed immaginabili problemi sanitari, che provocano alti tassi di dissenteria, ma anche di mortalità).

Noi abbiamo insegnato alle donne locali a conservare il latte secondo la nostra tradizione, in modo ‘presamico’. Il latte una volta munto e portato a 36°C, viene addizionato di caglio estratto dallo stomaco degli agnelli; si può trasformare in tempi brevi in una massa grassa che diventerà poi formaggio. Questa massa può essere conservata per parecchi mesi. Questa tecnica ha favorito lo sviluppo dell’allevamento transumante sulla nostra penisola, poiché permetteva di accumulare il prodotto e mantenere il valore del latte in condizioni di mobilità.
Alcuni pastori afgani hanno reagito molto bene, tanto da stimolare anche l’interesse di altre organizzazioni. Abbiamo in programma di tornare in Afghanistan attraverso l’iniziativa del caseificio itinerante, adattato sia alle condizioni locali e al territorio che ai problemi riguardo la sicurezza e le condizioni igieniche locali.

Questi sono paesi isolati che nei secoli sono riusciti a creare una ricchezza. Vorremo trasmettere esperienze in realtà come l’Afghanistan, per valorizzare le risorse naturali locali al fine di migliorare le condizioni di vita.


Gugu Wario QALICHA (Kenya)
Vi presento la nostra relazione sui sistemi di pastorizia in Kenya. In Kenya il 70% del paese è dedito a questa attività, che rappresenta la principale risorsa economica e mezzo di sostentamento, soprattutto nella parte più arida del paese. La pastorizia contribuisce a qualcosa come il 10% del PIL del paese.

Nelle zone aride è l’unico modo per cercare di ovviare alla povertà, soprattutto nelle zone aride, anche se per molto tempo questo non è stato riconosciuto o capito. Per questo ci siamo organizzati, non solo per fare riconoscere i nostri diritti ma anche per commercializzare i nostri prodotti. Il KLMC è una organizzazione basata nelle zone aride e semiaride del Kenya, con sede a Nairobi. I soci sono produttori, pastori, commercianti, macellai e anche bottegai. Lo scopo dell’associazione è di mobilitarsi per una pastorizia sostenibile, esercitando pressioni, anche sui mercati, per vendere i nostri prodotti, che sono più sani di quelli prodotti in altra maniera.

Ovviamente vi sono molti problemi, a livello locale e nazionale ma anche internazionale, specie quando si parla di esportazioni. Noi vogliamo fare in modo che i nostri prodotti siano liberi da malattie. A tale scopo stiamo tentando di ottenere un certificato internazionale e anche maggior visibilità e accesso ai mercati. L’obiettivo è proprio quello di garantire e difendere i diritti delle comunità di allevatori e alleviare problemi come il dialogo con le istituzioni, l’accesso ai pascoli, la commercializzazione dei prodotti. Dobbiamo ovviamente farci sentire anche a livello politico, col governo, affinché le leggi siano fatte a nostro favore, che non è successo fino ad oggi. Il governo keniota sembra interessato oggi a lavorare in questa direzione.

La terra è in comune e anche sul gregge non esiste diritto di proprietà. Il problema è sopravvivere, poiché siamo esposti agli attacchi degli animali, ma anche degli umani. Le mandrie vengono guidate e condotte dai capi comunità, per evitare il conflitto e il degrado delle risorse, così da conservare i nostri pascoli, in modo che in caso di siccità, molto frequenti nelle nostre zone, riusciamo a garantire che vi siano alcune aree salvaguardate per essere utilizzati in casi estremi.

I giovani si spostano meglio degli anziani, per cui in caso di siccità, si fa riferimento ai giovani, che possono percorrere distanze più lunghe e raggiungere così pascoli non ancora utilizzati. Queste sono le questioni che affrontiamo.

Nella gestione della mandria, si distingue una parte che dà latte ed una che non ne dà. Inoltre, bisogna seguire le disponibilità di acqua. Durante le piogge abbiamo meno problemi, mentre la stagione secca è dura e vi sono spesso fenomeni di siccità. Altri problemi sono dettati dall’insicurezza, le infrastrutture, l’accesso limitato ai mercati, il conflitto con gli animali selvatici e predatori delle mandrie.

Differentemente da quello che si pensava in passato, adesso ci si sta facendo una ragione del fatto che noi siamo nomadi, e dunque non possiamo sedentarizzare, perchè ne va del nostro sistema di vita. Inoltre, non vi sono leggi che difendono i nostri animali - che non sono salvaguardati - e non vi sono compensi in caso di perdita o malattie. Quando vi è qualche situazione problematica, rischiamo di perdere tutto quello che abbiamo.

Per tutte queste cose noi stiamo lavorando insieme. Anche per reinvestire nella pastorizia i proventi da essa generati. Bisogna organizzarsi in una rete più estesa, per condividere le esperienze a livello internazionale.

La pastorizia andrebbe non solo riconosciuta ma anche apprezzata per i suoi contributi e dovremo mettere a punto delle misure per difendere i mezzi di sussistenza dei pastori. In certe aree del nostro paese, senza la pastorizia, la gente morirebbe di fame.


Vladimir LEVIN (Kazakistan)
Sono i direttore della Farmers’ Foundation e parlerò della pastorizia in Kazakistan.

Il paese ha 271.6 milioni di ettari in totale, di cui 182.4 dedicati alla pastorizia, cioè il 67%. Le condizioni di pascolo dipendono dalle caratteristiche agro-ecologiche.
A nord vi è la steppa, nelle zone centrali la zona desertica, mentre a sud abbiamo delle catene montuose. Questa diversità di condizioni richiede un’attività di pastorizia transumante. Vediamo l’esempio della regione di Almatynskaya, per capire il livello di varietà dei pascoli. In tutto il paese si ha qualcosa come 1117 tipologie di pascolo e circa 150 sistemi di pastorizia. Queste risorse si sviluppano e vengono utilizzate in tempi e periodi diversi. Questo spiega l’importanza della mobilità, per meglio utilizzare queste risorse. Se si studiano i canali migratori, si scopre che nel tempo la composizione delle mandrie è cambiata per adattarsi alle diverse situazioni.

Vi è dunque una interdipendenza nel senso che, nel tempo, un calo di accesso ai pascoli ha causato problemi agli allevatori. Dal 1941 si sono registrati anche dei problemi politici che hanno impedito l’uso delle terre di pascolo, portando così ad una riduzione del numero di capi. Dal 1954 al 1995 vi fu un periodo particolarmente favorevole, come indicato dall’aumento degli animali, mentre ora siamo tornati in un periodo di depressione.

Da questi dati, che definiscono l’importanza dell’allevamento rispetto al settore agricolo nel tempo, si può constatare l’importanza della pastorizia, che contribuisce significativamente all’economia del paese. Nel nostro paese un buon equilibrio è dato dal rapporto 50/50 tra pastorizia e resto del settore.
Nella tabella seguente analizziamo il peso medio degli animali macellati.
Una pecora è in genere 36 kg, mentre i grandi ruminanti intorno ai 260 kg. Un abbassamento di peso medio indica generalmente una diminuzione della disponibilità di pascoli. Il modo migliore per gestire queste risorse è dunque organizzare i pastori in forme cooperative, che si dedichino alla produzione di foraggi e alla trasformazione dei prodotti alimentari derivati. Attualmente gli animali sono concentrati prevalentemente attorno alle aree urbane, invece sarebbe meglio fossero sparpagliati e lontani dalle zone urbane. Una decentralizzazione del genere aiuterebbe a migliorare la situazione nel nostro paese.

 
 
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