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CEREALI/ I cereali minori: cibo dimenticato o cibo del futuro?
 
Otani Yumiko (Giappone)
Buongiorno, mi chiamo Yumiko Otani, vengo dal Giappone e sono molto lieta di essere qui a parlarvi oggi della nuova storia delle granaglie nazionali in Giappone e puntare l’attenzione sull’importanza della biodiversità. Voglio parlare della cucina di un nuovo mondo. Ora in Giappone abbiamo un movimento che si occupa di granaglie in modo sostenibile ed ecologico e noi in questo momento ci occupiamo delle granaglie per così dire dimenticate. Ho scoperto queste granaglie quando lavoravo nelle cucine gourmet e sono stata affascinata immediatamente dall’energia e dal sapore di queste granaglie. Sono ormai vent’anni che queste granaglie sono cadute nel dimenticatoio e io voglio verificare questi prodotti e riportarli sulle tavole di tutti. Le abbiamo chiamate granaglie tradizionali e per esempio parliamo di stubu. Ho concepito e coordinato una campagna per diffondere queste granaglie e insegnare come coltivarle, come cucinarle, insegnare qual è il loro valore nutrizionale. Nel corso di questa attività ho raccolto più di mille ricette sane utilizzando granaglie tradizionali e cucinate in un modo nuovo. Si tratta di ricette molto veloci, facili e allettanti. Oggi abbiamo bisogno di questo tipo di ricette: le granaglie tradizionali sono di grande importanza in Giappone perché hanno un alto valore nutrizionale. Riconoscere tutto questo ci porta ad arricchire la nostra dieta e a sostituire le granaglie tradizionali che abbiamo utilizzato finora. Quindi la gente comincia a conoscere questi tipi di prodotti, noi possiamo risolvere anche dei problemi ambientali partendo dalla cucina con la nostra attività quotidiana. Qui vediamo un cereale che era già diffuso in Giappone prima ancora di essere diffuso in Cina e in Russia. Questo è il cereale sorgo. Il sorgo si può utilizzare con carne trita, piatti misti, possiamo fare anche dei buoni piatti con il miglio. I giapponesi oggi non sono più soddisfatti soltanto con il riso, che è sempre stato il piatto fondamentale nella dieta giapponese e quindi possiamo sfruttare questi cereali alternativi per creare piatti diversi. Chiaramente un piatto deve essere facile e veloce: questa è la mia strategia per creare un nuovo futuro. Per esempio noi abbiamo iniziato a pubblicare una rivista per raggiungere un pubblico più vasto.

Bob Quinn (Stati Uniti)
Buongiorno, sono molto lieto di essere qui a parlarvi oggi. Io uso sistemi organici ormai da vent’anni, nella mia attività. Abbiamo un’azienda agricola di famiglia e siamo attivi da molti anni. Ci troviamo nella pianura del nord del Montana, nell’ovest americano. Sono molto lieto di potervi parlare della nostra coltivazione di una granaglia di nicchia, che noi chiamiamo kamut, marchio che abbiamo ideato. È un parente lontano del grano duro attuale, delle dimensioni doppie del grano duro, si chiama Corasan e ha le caratteristiche associate a tutto il grano antico, nel senso che è molto alto, circa due metri, ha una bassa resa, 1,5 tonnellate per ettaro, è suscettibile alle patologie al di fuori della sua regione nativa. Molto probabilmente l’origine di questa granaglia è egiziana. Si pensa che un americano abbia portato dei chicchi dal Cairo e li abbia trasportati in Montana dove sono stati coltivati per 10-15 anni e poi dimenticati. Ho avuto l’idea di lavorare su questo tipo di granaglia nel 1977 e lavorarlo nell’orto e poi nei campi. Il sapore è simile a quello della nocciola, ha una consistenza morbida; nell’’88 l’abbiamo lanciato sui mercati americani, nel ’91 in Europa, partendo dalla Germania e poi, 3-4 anni fa, siamo arrivati a diffonderlo anche in Italia. Qui è molto utilizzato e diffuso, con caratteristiche che lo rendono particolare: ha un buon sapore e questo è fondamentale e soprattutto è integrale, ricco di proteine e contiene molto selenio. È ipoallergenico e quindi può essere utilizzato senza problemi da chi è allergico al grano. Noi coltiviamo questo prodotto nei luoghi più adatti, siamo andati in Russia e in altre parti del mondo per cercare di farlo crescere, ma è molto suscettibile alle patologie quindi non può essere coltivato in un terreno umido e questo ci limita. Il nostro obiettivo è stato appunto quello di creare un sistema dove i coltivatori fossero vincitori, garantendo le condizioni affinché potessero coltivare la propria coltura a un prezzo sempre di un certo livello e noi lo coltiviamo dove c’è una possibilità di successo. Il produttore vince perché ha un prodotto che è stabile in termini di qualità e di prezzo. Negli anni di eccedenza non permettiamo ai produttori di abbassare il prezzo e negli anni di scarsità non consentiamo che succeda l’opposto e quindi cerchiamo di creare una partnership dove tutti lavorano insieme per il bene comune.
Vorrei parlarvi dei principi che ho appreso nel settore: bisogna innanzitutto trovare una coltura che funzioni bene in una determinata area e poi bisogna selezionare una varietà che produca un buon sapore e una buona qualità, non tanto la grande quantità. Per quanto riguarda la ricerca bisogna approfondire tutti gli aspetti possibili, riuscire a differenziare la coltura sul mercato. La mia filosofia di vita è lavorare molto e divertirmi. Grazie.

Pablo Jara (Cile)
Buongiorno, i cereali minori sono alimenti dimenticati o alimenti del futuro? È strano parlare di cereali minori nel caso della quinoa, che è stata classificata come pseudo-cereale perché in realtà la sua proteina è molto più utile al nutrimento umano rispetto a quello di molti altri cereali.
Oggi la tecnologia ha permesso di risolvere il problema del gusto amaro della quinoa, ma la tecnologia non riuscirà a risolvere il problema del pudore che gli antenati ancora hanno nel diffondere questo tipo di cereale. Oggi tra la nostra popolazione abbiamo persone che ne vanno orgogliose e persone che un po’ se ne vergognano. Le persone che l’hanno fino ad ora ignorata oggi sono sempre più attente a introdurla nella loro alimentazione. Invece coloro che la conoscono sono ancora vivi e questo consentirà di avere un effetto moltiplicatore. Dobbiamo essere capaci di sensibilizzare questo mondo che conosce da sempre la quinoa affinchè ci parli di questo cereale: molte volte il commento di una nonna è molto più importante di mille ore di televisione per questo tipo di informazione. All’inizio me la procuravo per consumarla con i miei amici e poi piano piano i ristoranti hanno cominciato a utilizzarla nei loro menù. La produzione è aumentata, si è cominciato a esportarla. Accanto al consumo nazionale si è avviato quello internazionale. Oggi il consumo nazionale interno ha superato di gran lunga le quantità esportate. A questo punto occorre creare alleanze e condividere le conoscenze e le esperienze che riguardano la quinoa. Per esempio in occidente si consuma tanto pane, se agli ingredienti venisse aggiunto un 20% di quinoa cotta, il pane sarebbe ancora più gustoso. Si può utilizzare anche per fare le minestre, senza fare per forza ricette sofisticate. Bisogna diffondere la conoscenza di questo cereale, che fino ad ora è stato conosciuto come alimento senza glutine e quindi si è pensato che potesse essere utilizzato soprattutto per le persone malate. Adesso invece le università stanno promuovendo l’utilizzo e le conoscenze della quinoa e addirittura ci sono delle persone che si laureano su questo tema. Non deve essere neanche un alimento riservato a coloro che possono pagare un prezzo alto per procurarselo, il prezzo deve essere più economico perché così la diffusione sarà molto maggiore. Gli agricoltori saranno ben contenti di avere un nuovo prodotto da introdurre nelle loro coltivazioni, ovviamente questo dovrà essere accompagnato dalle conoscenze tecnologiche necessarie per rendere il prodotto sempre più gradevole e commestibile. Io ci ho lavorato per molto tempo, mi sono occupato di progettare macchine per coltivarla, raccoglierla e per togliere il gusto amaro. Ci sono varie modalità di lavorare questo cereale. In alcuni casi si può consumare anche sei mesi dopo che è stato raccolto e lavorato. Io, nei primi dieci anni, l’ho utilizzata sciacquando i chicchi e mi sono occupato delle produzioni nelle zone basse più che delle zone alte dei paesi vicini che producevano altre varietà di quinoa. Il problema del gusto amaro è risolto da una decina di anni, l’importante è sciacquarlo sempre prima di consumarlo. Che è quello che è sempre stato fatto nel passato, e questo consente di mantenere il chicco vivo fino a quando non è ora di utilizzarlo. Lo sviluppo e la diffusione della quinoa ha mobilitato molte risorse e ci sono stati anche degli incentivi alla produzione di questo cereale. A volte però il consumo è stato fatto molto dopo la raccolta e questa non è sempre una buona pratica perché ovviamente se il gusto perde, chi la consuma non avrà più voglia di utilizzarla in futuro. C’è poi il problema dei terreni che sono spesso pieni di pietre, mentre la macchinizzazione della raccolta consente di evitare che la pannocchia tocchi terra e bisogna stare molto attenti alla distanza degli impianti nella semina. Dobbiamo insegnare agli agricoltori a togliere le pietre dal terreno e si può fare semplicemente con una bottiglia di plastica con un tappo togliendo la parte inferiore della bottiglia e sciacquando con acqua, creando un vortice. A quel punto le pietre rimarranno bloccate nel tappo della bottiglia. È importante condividere le scelte e le soluzioni che si sono trovate per i problemi che si presentano nella coltivazione di questo cereale e questo è anche il significato di questo incontrarci qui. Possiamo individuare gli aspetti simili nelle nostre pratiche e arricchirci reciprocamente. Adesso torneremo ai nostri luoghi di lavoro, matureremo e applicheremo nuove pratiche apprese qui. Troveremo sempre soluzioni diverse e in questo modo ci sentiremo meglio con noi stessi.

Nello Blangiforte (Italia)
Buongiorno. Rappresento la Comunità dei produttori di grani autoctoni siciliani. Quello di cui voglio parlarvi ora è la conservazione delle risorse genetiche in agricoltura al fine di avere delle sorgenti genetiche primarie e un utilizzo locale di questi prodotti. La Sicilia è caratterizzata da un ambiente diversissimo, passiamo dalla montagna (con ambienti tardivi), all’entroterra collinare di media precocità, alle pianure che sono anche precoci, fino alle pianure del sud che sono ambienti precocissimi (parliamo di ambienti pre-desertici). C’è quindi una forte variabilità e tutte le specie che sono arrivate in Sicilia hanno avuto un’evoluzione in questi ambienti molto varia, come molto varie sono le specie arrivate.
Come ci siamo mossi all’interno del nostro Istituto di ricerca per recuperare queste varietà all’interno dell’isola? Intanto è stata utilissima una ricerca bibliografica che i nostri predecessori hanno fatto; grazie a questo noi possiamo avere oggi un quadro di quello che era nel passato e di quello che è rimasto oggi di quelle coltivazioni. Abbiamo contattato degli uffici periferici in tutta la Sicilia, gli agricoltori, gli anziani, la memoria storica di questi prodotti. Abbiamo poi raccolto il materiale e da lì è iniziata la conservazione. Ci siamo trovati di fronte a un vastissimo numero di varietà di frumento, con 30-35 tipi diversi in tutta la Sicilia, di leguminose e così via. In questa foto vedete varietà di frumenti teneri duri, sulla sinistra osservate un frumento lungo simile al Kamut, produzione molto vecchia in Sicilia. È molto lungo, simile al Kamut ma non uguale.
Abbiamo così conservato il prodotto e ci siamo mossi in questo modo: intanto continuando a coltivare nei campi dell’Istituto per provare a rinfrescare il seme che avevamo raccolto e abbiamo iniziato da qualche anno a fare dei “campi cataloghi” nelle aree in cui sono stati prelevati questi frumenti. Ma la sfida del futuro è quella di conservare all’interno delle aziende questi prodotti. Stiamo cominciando a contattare degli amatori, gente che crede in questo e nell’utilizzo di questi prodotti per tutelare la nostra cultura e il nostro passato. L’utilizzo del frumento duro in Sicilia si collega prima di tutto al pane, e soprattutto alla pasta. Qui c’è un libro edito da Slow Food in collaborazione con il nostro Istituto che parla dei pani d’Italia e ci sono diversi frumenti siciliani. Il pane di Castelvetrano è un pane prodotto dalla tuminia, che deve essere utilizzato per dare la tipicità a questo tipo di pane. Altro pane particolare è il pane bianco a pasta dura del Ragusano, la sua caratteristica è quella di avere una mollica molto spugnosa e fitta, per questo tipo di pane si usa la varietà russello. Infine il classico pane siciliano, quello più diffuso, la vastedda cucciddato prodotto con i vari tipi di frumento.
Gli studi sono stati fatti anche per i legumi, abbiamo tutta una serie di legumi, la fava, la lenticchia, la cicerchia i piselli, due Presidi Slow Food, la fava di Leonforte e la lenticchia di Ustica, ma esistono tante altre produzioni, la lenticchia nera di Bronte, quella nera di Enna, utilizzate da pochissime persone nei pranzi quotidiani.

Migan Assetou Foune Samake (Mali)
Buongiorno a tutti, il mio intervento riguarda le colture minori, vi parlerò di una coltura minore del Mali che viene denominata fonio. Questa coltura viene catalogata fra le colture minori semplicemente perché non è stata oggetto di diffusione al di là della zona dove viene coltivata, zona che si estende dall’Africa occidentale alla Guinea, la zona dove nasce il fiume Niger, che percorre l’Africa occidentale e sfocia in Nigeria. Tutti questi paesi attraversati dal Niger producono il fonio, dalla Guinea al Burkina Faso. Ebbene tutte queste zone vengono considerate zone di produzione tradizionali, quindi la culla del fonio. Come dicevo precedentemente questa coltura viene definita minore perché non ha potuto contare su appoggi in termini di ricerca e di diffusione, è una coltura che è rimasta in questa zona e la sua continuazione fa parte della tradizione di questi popoli. Ma quando osserviamo il ruolo svolto da questa coltura, ci accorgiamo che non si tratta di una coltura minore, infatti produce sempre il frutto ed è alla base della nutrizione della popolazione quando non c’è pioggia, quando cioè le condizioni climatiche sono difficili, perché cresce anche nelle zone povere ed è molto resistente. Ce ne sono molteplici specie e a partire dal seme si può distinguere l’ecotipo. Questa coltura è interessante perché ha un valore nutritivo molto alto, è ricca di sali minerali e amminoacidi. La farina del fonio viene usata nell’alimentazione dei bambini. La preparazione è molto difficile perché la trasformazione viene in maniera manuale. Quando nei paesi del Sahel si offre un piatto di fonio a uno straniero è un segno di benvenuto perché la preparazione è molto complessa.

Valcárcel Manga Adriana Irazema (Perù)
Buongiorno, vorrei parlare di un progetto svolto nella zona di Bacartango, provincia di Cusco. Abbiamo lavorato con i nostri prodotti agricoli ancestrali, l’amaranto, il quinta, il mais che condividiamo con i nostri colleghi del Messico e del Cile. In questa occasione abbiamo portato al mercato e al mondo un prodotto che consente di gustare i diversi sapori simulando quello che avveniva lungo il percorso verso il Machu Pichu con tutti i suoi colori e i suoi sapori. Abbiamo sapori di frutta, la granola o il muesli, una miscela di cereali e frutta secca, abbiamo anche delle barrette di amaranto, biscotti e un prodotto come la fava che si è adattata molto bene sulle Ande. Anche la banana, che è un frutto tropicale ma si è adattata molto bene nella nostra zona. Poi abbiamo il mais chulpi, quasi in via di estinzione. Voglio cogliere l’occasione per invitare gli agricoltori della nostra zona a riscoprire i diversi sapori. Grazie.

Asongayi Nojang Grace (Camerun)
Il mio intervento riguarda i cereali, soprattutto il sorgo. Vengo dall’estremo nord del Camerun, il mio è un organismo che riunisce gli agricoltori dell’estremo nord. Qui parlo del sorgo e di come si coltiva e si consuma. Innanzitutto abbiamo due tipi di sorgo, il rosso che si coltiva da giugno a settembre e quello giallo, da ottobre a marzo. Tra settembre e ottobre si mettono le erbe nei campi, le erbe prese sul posto, che sono considerate un buon fertilizzante. In ottobre gli uomini fanno dei buchi di circa un metro e mezzo. In questi buchi le donne e i bambini seminano il sorgo e la pianta cresce grazie a una riserva d’acqua. Nel mese di marzo si tagliano le piante, vengono fatte seccare sui campi e portate a casa o in luoghi di raccolta pubblici. La resa è di 1,2 tonnellate per ettaro. Questo prodotto si consuma in comune nella zona dell’estremo nord. Questo permette di combattere la fame, si fanno stoccaggi nei magazzini per metterli a disposizione degli agricoltori. Quando la riserva dei contadini finisce, allora si ricorre a questi stoccaggi che sono stati fatti appositamente. Il sorgo è vittima della sua endogenicità, è penalizzato da altri cereali, non deve scomparire ma essere rivalutato. Attraverso il nostro Istituto facciamo studi di mercato nella regione. Prendiamo contatti con i commercianti e li invitiamo a venire a vedere i nostri stoccaggi e a comperare i nostri materiali. Cerchiamo di contrastare la sua scomparsa anche organizzando una fiera in cui saranno esposti il sorgo e altri prodotti della regione a base di sorgo.

Belyakov Sergey (Russia)
Buongiorno, vi parlerò delle Aziende Agricole Cooperative, associazione fondata nel 1989 e registrata nel 1990. Il suo scopo principale è tutelare gli interessi degli agricoltori nel paese e all’estero. Riunisce 6 aziende agricole che si occupano della produzione, lavorazione, deposito e vendita del grano. Vi lavorano in tutto 8 uomini e coltivano una superficie di 173 ettari. La farina viene prodotta al mulino cooperativo, poi si trasporta al panificio dove si produce il pane per la popolazione locale. La cooperativa è un esempio per tutte le cooperative della regione. Prima nella nostra regione funzionavano tanti mulini ad acqua e gli agricoltori producevano il grano con concime organico. La raccolta era di circa 25 tonnellate ad ettaro. Oggi si riprendono i vecchi costumi e le vecchie usanze, non si usa più il concime chimico ma il concime organico. In questo modo si conservano le tradizioni. Noi non dipendiamo dal mercato mondiale del grano, i nostri agricoltori pensano che si debbano utilizzare le risorse naturali senza spreco e salvaguardare il territorio utilizzando concimi naturali. Bisognerà aiutare le aziende agricole che lavorano in questo modo, che producono grano senza concime chimico. È molto importante per la nostra nazione salvaguardare la natura e il nostro territorio.

Sow Malick (Senegal)
Vengo dal Senegal, la mia è una federazione di contadini. Vorrei parlare del miglio, un alimento dimenticato o del futuro? La risposta è chiara: è un alimento dimenticato dai politici ma un alimento del futuro per i produttori. La presenza del miglio ha una grande importanza nel nostro sistema di produzione. Era un alimento di base tradizionale già prima della colonizzazione e assicurava la sopravvivenza alimentare agli agricoltori. Noi abbiamo la missione di nutrire il nostro Paese, ma il dramma sta nel fatto che nel Senegal non si coltiva quello che si mangia, si sta creando una dipendenza alimentare dalle esportazioni con un deficit alimentare gravissimo per il paese. E colpisce i redditi dei produttori locali. C’è una mancanza di volontà politica, i risultati della ricerca esistono ma non sono valorizzati. Il miglio è importante per molte produzioni, potrebbe avere un grosso sviluppo e avere un peso importante nella nostra alimentazione e anche in quella del bestiame. Bisogna fare del miglio un alimento del futuro. È per questo che ci vuole una lobby affinché si arrivi a una grande produzione. E la ricerca prova che questo è possibile. Occorrono misure di accompagnamento, di stimolo e di aiuto a questa produzione. Per migliorare la salute delle popolazioni, per ridurre il potere delle lobby e dei dictat degli importatori, per ridurre la dipendenza alimentare e migliorare la bilancia commerciale facendo valere anche il nostro diritto alla sovranità alimentare. Il miglio occupa un posto importante nel nostro sistema di produzione. Dobbiamo dire che in Senegal quello che noi lanciamo è che ci si batta per sviluppare il miglio così si ridurranno le importazioni.

Ambrogina Pagani (Italia)
Buongiorno, vi parlerò della ricerca che stiamo svolgendo in collaborazione con l’Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura e Slow Food che si inserisce in un progetto più ampio finanziato dalla Fondazione Cariplo e si propone di esplorare due strategie di valorizzazione dell’amaranto al fine di individuare nuovi sbocchi di mercato per questa coltura. I fruitori saranno le cooperative messicane, in particolare il gruppo “Quali” .
Il titolo che noi abbiamo proposto, La riscoperta dell’amaranto, sintetizza le attese che questa interessante coltura potrà soddisfare. L’utilizzo dell’amaranto per ottenere alimenti di ottima qualità sia nutrizionale sia sensoriale deve tenere in considerazione alcuni aspetti particolari di questa materia prima. Bisogna ricordare che le proteine, sebbene presenti in quantità e qualità elevata, non sono in grado di formare una rete come quella del glutine, struttura che è essenziale per garantire l’aumento in volume di tutti i prodotti da forno, piuttosto che la buona tenuta in cottura di una pasta. Ora, tenendo in considerazione questi e altri aspetti, noi abbiamo ipotizzato due vie tecnologiche per valorizzare questa coltura; la prima via, la più semplice, prevede di utilizzare l’amaranto in miscela con il frumento ma mettendone una percentuale più alta possibile, compatibile con i processi tradizionali di panificazione e di pastificazione. A differenza di altri pseudo cereali l’amaranto ben si presta a questa trasformazione, in quanto ha una farina chiara simile a quello del frumento e non possiede flavours particolari. Ora, sebbene sul mercato internazionale siano già presenti numerosi prodotti alimentari arricchiti con amaranto, il nostro progetto si propone di studiare formulazioni che soddisfino al meglio le esigenze sensoriali dei consumatori e non soltanto di quelli italiani. L’altra via che intendiamo esplorare è la ricerca di nuovi sbocchi di mercato per l’amaranto; è una via un po’ più ambiziosa in quanto si propone di creare degli alimenti, spesso indicati come alimenti non convenzionali idonei anche per i consumatori affetti da celiachia. Per raggiungere tale obiettivo sono indispensabili studi di base sulle proprietà funzionali delle macromolecole presenti nell’amaranto, quindi per raggiungere questi obiettivi abbiamo coinvolto diversi partner che vengono qui ricordati, prima di tutto Slow Food, l’Università di Milano e l’Istituto Sperimentale della Cerealicoltura oltre al Laboratorio di panificazione e pasticceria tradizionale che opera presso il Molino Quaglia.
Il nostro progetto è appena iniziato, abbiamo prima fatto un’indagine per conoscere quali sono i prodotti già presenti sul mercato. Non abbiamo tempo di raccontare i risultati di questa nostra esperienza ma prossimamente una nostra studentessa in Scienze e tecnologie alimentari si laureerà proprio discutendo i risultati di questa indagine. Abbiamo già avuto una collaborazione diretta con Slow Food e con le cooperative messicane che hanno fornito svariati materiali, semi e altre farine commerciali su cui stiamo caratterizzando le principali proprietà, ma la cosa più interessante che volevo mostrarvi è questa: che noi, in collaborazione con il Molino che ho prima citato, abbiamo già messo a punto alcune formulazioni, alcuni processi per ottenere alimenti a base di frumento in cui però l’amaranto è presente almeno al 20% degli sfarinati. Abbiamo provato sia a impastare e produrre alimenti salati come i grissini, sia alimenti dolci come frollini e torte. Le proprietà sensoriali che sono state giudicate da un gruppo ristretto di assaggiatori esperti, sono state ritenute estremamente interessanti. Il nostro entusiasmo è tale che il lavoro proseguirà nelle prossime settimane sperimentando delle miscele sempre a base di frumento. L’ultima sfida è quella più emozionante, cercheremo per il prossimo Salone del Gusto di produrre anche alimenti come pane e pasta che non abbiano frumento, quindi cercheremo delle nuove formulazioni tecnologiche idonee a creare un’impalcatura che dia un appagamento sensoriale a questi prodotti.

Tom McCrack (Stati Uniti)
Vengo dal Colorado, negli Stati Uniti. Noi coltiviamo la quinoa da quindici anni. Abbiamo un clima molto simile alla Bolivia e al Perù, alcuni dei semi ci sono stati portati dal professore dell’Università di Corell 15 anni fa e quindi abbiamo sviluppato un mercato locale e abbiamo riscontrato un’ottima reazione da parte del consumatore. Vorrei parlare ad alcuni degli indigeni che coltivano la quinoa e conoscere la loro esperienza con il cereale nella coltivazione e nella raccolta. Mi piacerebbe mettermi in contatto con queste persone, la quinoa è nella nostra area un pochino più costosa rispetto alle altre in quanto usiamo dei semi e delle coltivazioni combinate, molta della coltivazione è fatta manualmente e quindi magari scambiandoci le nostre esperienze potremmo migliorare alcune delle nostre pratiche.

Almando Alvarez (Argentina)
Abbiamo esperienza per la coltivazione dell’amaranto e della quinoa e questo da molti anni. Stiamo lavorando con la quinoa in 24 varietà ed abbiamo 4 varietà di amaranto. Stiamo facendo farine, soprattutto con l’amaranto, quindi se qualcuno vuole condividere la nostra esperienza sono a disposizione. Le istituzioni ci aiutano molto, facciamo come dicevo farina e stiamo anche producendo pane. Per quanto riguarda i fratelli indigeni credo sarebbe utile scambiare le nostre esperienze.
 
 
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