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CAFFÈ/ La produzione è in crisi, ma il consumatore non lo sa.
 
Meskela Tadesse (Etiopia)
I am representing cooperatives in Ethiopia. For those of you who don’t know this country. it’s a country located in the corn of Africa. The population is about 65 million people and about 85% of them live in rural areas. This country is the place of birth of coffee and coffee takes its name from a place called Kafaa in our country. Coffee is grown by smallholder farmers and 15 million people depend directly or indirectly from the production of coffee. 55% of foreign exchange earnings were from coffee, but now this figure is at about 40%. All the coffee produced in the country is of arabica type. Only 40 to 60 kgs of coffee are produced per household. The drop in coffee prices is affecting our farmers and country very high. The average income of the coffee producers has decreased and now they can get up to 25% of what they used to get before the crisis, that began in 1998.
As you know, we are the first country in producing organic coffee without using fertilizers, insecticides, pesticides for coffee plant. We have many different kind of species, more than 2000, and only 8 of them are in the market. Coffee is also the major stimulant for our people, from extreme poor to rich. They consume coffee at least 3 times a day. So coffee has a big impact, both social and cultural. During the crisis, farmers were highly affected and were not able to sustain their families, not able to buy food, to send their children to school. And there is also a problem in the lower foreign exchange earnings so that we cannot import the same quantity of commodities as before.

Asnake (Etiopia)
I am representing one of the cooperative units in Ethiopia too. Actually there are 4 cooperatives units involved in coffee production, processing and marketing from the farm till export.
My colleague already informed about the Ethiopian coffee economy. My presentation is made of 3 parts. The first one was already covered. The second one refers to coffee crisis and the third one deals with the solutions for the crisis. As you know Ethiopia produces Arabica coffee and Ethiopia has ideal climate conditions for the growth of coffee. That’s also why we have so many types of coffee, with different types of flavours: the so called Harrar, Yirgacheffe, the real mocha flavour, and Yemeni Sidamo.
We have four distinct production systems: the forest coffee, semi-forest, garden coffee and the plantation coffee. The plantation coffee accounts only 5%, so all the Ethiopian coffee production is dominated by smallholders. They produce coffee on small plots of land.
The price of the Ethiopian green coffee dropped from 1.60 per pound in 1997 to 80 cents in 2004.
You can see the crisis at the macro level, at the national level, at household level. At the macro level, contribution of the coffee to national economy dropped from 60% to 40% now. So coffee was the engine of Ethiopian economy, now its contribution has dropped of 20%.
At the national level the crisis led as a consequence that the country is unable to repay its national debt. Other sectors are also paralysed by this crisis, such as the transport sector, grocery…Coffee crisis has also increased dependence on foreign aid. At household level, the income dropped from 3500 Eth. Birr (9 Birr=1 U$D) to 1400 Birr.
The farmers are also unable to meet basic household needs because of the low flow of cash income from coffee.
Crisis also changed the nutritional patterns of coffee producers’ community, especially in the garden coffee production system. The main staple food of the coffee farmers is false banana, that we call Enset, used to be prepared with cabbages, meat and other animal sources. Now, because low income, they are forced to eat Enset only with cabbage. This leads to malnutrition that increases physical weakness. Moreover the families are unable to cover school fees and buy books for their children, so the school enrolment rate has been reduced.
Isolation is another consequence of the crisis. The farmers who are in crisis are isolated from the community. Another effect is the decreased bargaining power of the farmers and loss of assets. The farmers in Ethiopia keep their livestock as insurance against disasters. So because of the low cash flow from the coffee they are forced to sell the livestock at historically low price. Another consequence is that less farmland is devoted to coffee. Farmers are tempted to grow other cash crops, such as qat (drug). Regarding the solution for the coffee crisis there is the need of an awareness campaign of what is happening to coffee producing countries. Another solution is promotion of coffee especially in Asia and China. Another solution can be to set a minimum price for coffee just to cover the production costs, the reintroduction of ICO (International Coffee Organization) quota systems since one of the causes of crisis is over supply. Another is rural development in order to diversify rural activities. The last one is a long term producer buyer-consumer system.

Alfredo Reies (Honduras)
Provengo dall’Honduras, sono produttore di caffé e lavoro per una compagnia esportatrice di caffé. Vi presenterò un progetto di produzione sostenibile che si sta sviluppando in Honduras, Colombia e Perù. Come potete vedere, nel caso dell’Honduras ci sono 33 famiglie coinvolte nella produzione di caffé che appartengono alla Comunità della Fortuna, che si trova nella zona del Parco Nazionale del Cosuco (zona protetta per la conservazione dell’ambiente, l’ecologia e la riforestazione).
I maggiori partner di questo progetto sono Lavazza e GTZ (Germania) e abbiamo la certificazione della società Rainforest Alliance. Questi sono i quattro pilastri della sostenibilità del progetto: relazione diretta con l’esportatore e compratore finale (Lavazza) e creazione di un banco comune della produzione ed eliminazione degli intermediari. Nel nostro paese accade che vi sono molti intermediari che comprano il caffé nelle montagne e lo vendono agli esportatori e in questi casi i produttori vendono il loro caffé a basso prezzo agli intermediari. Altro pilastro è il premio di qualità, cioè una sorta di remunerazione per il produttore che riceve il prezzo per il caffé e in aggiunta un premio per la qualità. Nell’ambito sociale il progetto prevede la costruzione di una scuola (ora terminata), un centro medico, la terapia di un ragazzo sordomuto dalla nascita e la creazione di un banco comune familiare. Quest’ultimo servirà per permettere ai membri della comunità di accedere ai finanziamenti senza dover passare per le banche commerciali.
Gli obbiettivi del progetto sono: dimostrare che è possibile ottenere una catena di fornitura sostenibile di caffé nei paesi produttori, migliorare la qualità del caffé mediante un miglior processo post-raccolta, migliorare l’inserimento dei piccoli produttori mediante il miglioramento della qualità e del rendimento, migliorare le condizioni di vita, l’educazione dei giovani e proteggere l’ambiente e le zone di produzione del caffè.
Per coloro che non sanno dove si trova l’Honduras, il nostro paese si trova nel cuore del Centro America e il progetto della Comunità della Fortuna si trova esattamente sulla linea della zona di ammortizzamento del Parco Nazionale del Cosuco.
Nel campo ecologico abbiamo introdotto i benefici (Beneficio = Sistema di lavorazione del caffé) ecologici centralizzati e il trattamento delle acque e delle polpe derivate dai benefici (beneficio umido).
Questo ha portato alla costruzione della laguna di ossidazione per il controllo delle acque (aguas mieles) e dell’inquinamento, congiuntamente con l’addestramento del personale per la gestione del beneficio umido. Questa operazione garantisce al produttore di ottenere un prodotto finale di migliore qualità, avere maggior potere di negoziazione grazie alla qualità migliorata, ottenere un contatto diretto con l’esportatore e quindi migliorare il suo ingresso. Inoltre esso riduce l’inquinamento dei torrenti, migliorando la qualità dell’ambiente
La seconda tappa è la costruzione di una scuola e la cura di Julio Gutierrez che è un ragazzo sordomuto dalla nascita.
La tappa numero 3 è stata l’ispezione da parte degli specialisti della Rainforest Alliance e l’elaborazione di un piano di lavoro per ottenere la certificazione alla fine del 2004.
In seguito c’è stata la costituzione legale dei produttori che ora sono organizzati in un’impresa. Parallelamente al banco famigliare è stato creato anche il banco comunale per la produzione, per supplire alle necessità dei produttori nel periodo post-raccolta, ossia quando il coltivatore ha bisogno di denaro e non sa dove ottenerlo.
La quarta tappa è stata la costruzione di un centro medico e delle sue attrezzature.
Qui ancora ho un quadro comparativo dei prezzi delle raccolte 2002-03 e 2003-04. Potete vedere la differenza dei prezzi che sono significativi.

Bernardo Della Mea (Italia)
Io sono stato invitato da Terra Madre in rappresentanza dei torrefattori italiani e vi devo portare l’esperienza di che cos’è oggi il caffé in Italia dal punto di vista delle torrefazioni.
In Italia siamo circa 1200 torrefattori che importano 4-5 milioni di sacchi di caffè all’anno.
Per darvi un’idea delle grandezze, Lavazza è una torrefazione che da sola importa più di un milione di sacchi all’anno. Noi nella nostra piccola realtà facciamo 2000 sacchi.
Voi sapete che in Italia c’è la cultura del caffé espresso, che è un tipo di estrazione differente dal filter coffee e che ha bisogno di un determinato tipo di macchina.
Il 99% della produzione del caffe espresso è un blend,ossia miscela di varietà diverse. Quindi oggi il mercato italiano è al 99% fatto dai blend. il blend di Arabica e il blend di Robusta.
L’Italia è uno dei più grandi importatori di caffé robusta. Ora non starò a parlare delle differenze qualitative tra l’arabica e il robusta. Io ad esempio sono stato in India e ho visto che le piantagioni di robusta sono belle e trattate bene come quelle di Arabica. Quindi da parte mia non ci sarà mai una demonizzazione del caffé robusta perché chi lavora bene il caffé nel territorio, lavora bene sia l’arabica che la robusta.
In uno dei miei blend io uso per 50% del caffé robusta, ad esempio, perché nel Karnatka (India) ho trovato questo tipo di caffé che mi ha dato delle sensazioni di gradevolezza che in altri caffé robusta non ho mai trovato. Senza più discutere delle differenze tra Arabica e Robusta, voglio invece parlarvi dell’esperienza italiana.
In Italia, il mercato dei caffé espresso si è un po’ complicato nel senso che oggi le grandi torrefazioni per trovare nuovi clienti offrono (soprattutto i ristoratori) delle cose in più oltre il semplice caffé. Offrono macchinari in comodato, offrono finanziamenti, offrono tutte cose che non hanno niente a che fare con il caffé.
Quindi il cliente (ristoratore) viene legato a questi contratti e in questo modo non importa che il blend fornito sia più o meno buono, la qualità del caffé diventa un aspetto secondario.
Noi che cosa facciamo in Italia? Stiamo cercando di lavorare offrendo, sempre con il metodo dell’espresso, diverse varietà di caffé di singola origine.
Dal 1997 in poi abbiamo selezionato dei caffé puri, i Seasonal Coffees. Oggi ne abbiamo 10 che importiamo o direttamente o in esclusiva. In questo momento come importazione diretta abbiamo l’India, Cuba, Guatemala, mentre come importazione esclusiva importiamo un caffé di una fazenda brasiliana, di una colombiana e adesso anche un arabica da Papua Nuova Guinea.
Ai nostri clienti li proponiamo anche in purezza, perché secondo noi è come se in Europa dicessimo “il vino europeo”, quando invece ci sono 50 paesi con differenti vigneti e vini e quindi non si può generalizzare. Abbiamo aperto a Venezia una caffetteria dove vendiamo caffé di 12 origini differenti e la gente dopo un anno ha imparato a provare e richiedere caffé di diversa origine.
Questo è il motivo per cui sono qui a Terra Madre. Perché in Italia, io insieme a pochi altri, stiamo cercando di portare avanti un discorso di cultura, e far partire dal consumatore finale una piccola rivoluzione “gentile” che ci consenta di far capire al cliente italiano che il caffé non è solo un sacchetto di chicchi, ma dietro c’è tanta storia, c’è una cultura, ci sono le tradizioni.
Slow Food mi ha chiesto di partecipare al progetto per il Presidio del Guatemala. Nel Huehuetenango c’è una cooperativa di produttori e l’anno scorso io ho comprato mezzo container di caffé di Guatemala. Abbiamo un progetto insieme a Slow Food di far diventare questa piccola area, un centro di produzione di caffé che entro il 2007 dovrà essere gourmet di fascia altissima.
Quest’anno abbiamo avuto meno produzione perché abbiamo selezionato solo i tipi di caffé che andavano bene per la mia preparazione espresso. Siamo orgogliosi di dire che nei posti dove io vendo caffé del Guatemala in purezza, la gente è soddisfatta. Compriamo il caffé direttamente dall’associazione e fissiamo di anno in anno il prezzo insieme alla cooperativa. L’anno passato abbiamo pagato 6000$ per il caffé.
Abbiamo inoltre organizzato un ente no profit in Italia che si chiama “I bambini del caffé” e con questi soldi abbiamo cercato di aiutare la cooperativa a migliorare il Beneficio, abbiamo introdotto nuovi macchinari, abbiamo inviato un agronomo che sta selezionando i terreni.

Dengkayaphichith Vorasone (Laos)
I come from Laos and I work for the Jhai Foundation that is a NGO. We do many things beside coffee. First of all I want to introduce you Laos. Laos is located in the South East Asia and is located between Thailand and Vietnam, China and Cambodia. It has 236000 Square Km. Laos has a population of 5.7 millions people. About 90% of population are farmers. The main crops are rice, coffee, tea, corns…
I would like to introduce you the Jhai coffee. Jhai is a Lao word that means “hearts and minds working together”. Jhai Foundation firstly developed Jhai coffee project in 2000 before it became Jhai coffee farmers cooperatives. This doesn’t mean Laos started produce coffee in 2000 but we began decades and decades ago.
Jhai coffee is produced in the south of Laos. We started working with farmers of the Paxong district. We educated farmers to improve their harvesting and processing techniques for the arabica typical crop qualities. In 2001/2 we exported 1.5 tons and expanded to over 14 tons in 2003/4.
We work in 11 villages with 1200 hectares out of 25000 of total coffee farms area in paksong. Alleviation of the land is about 1200m.
We want improve the quality of the coffee and we also want to identify complementary crops that can be grown with the coffee in order to increase farmers’ income.
What can the cooperative bring for the farmers? The cooperative can help in many things.
First it can allow a better access to coffee crop management techniques, improve processing techniques, allow the farmers in maintaining ownership avoiding brokers and other middlemen, so that the coffee revenues would increase.
Second it can organize and apply for fair trade and organic certification. Farmers are far away on the mountains and most of them are illiterate.
So, our project is sustainable and replicable. The cooperative becomes property of the villages and the farmers operate by themselves. Villages together have developed their own business plan.
So cooperative will elicit micro enterprise coach to support village business activities.
The cooperative will engage social researchers in analysing economic impacts and effects on villages life.
Regarding what we have achieved there has been the creation of cooperative based on collective ownership by the villages. This is the first cooperative in that coffee business in that area.
About the challenges, for the implementation of the Jhai coffee project at the beginning we faced many problems because at the beginning farmers didn’t understand about quality coffee. Farmers just produces and sold coffee regardless the quality of coffee.
Our coffee is organic because they produce it on the mountains far from their houses, but we need to go further and make farmers aware of organic farming and fair trade certificates.
Most farmers are small ethnics minorities with low literacy.
Finally, our challenge is to make people understand the benefits of cooperatives and to try to attract the social understanding in cooperation.

Marco Ferrero (Italia)
Buongiorno a tutti. C’è con me anche Lopez Castillo che si occupa della commercializzazione del caffé Huehuetenango, Noi abbiamo lavorato insieme a un organismo di cooperazione italiana che si chiama MAIS, una piccola ONG torinese dal 2001, che lavora in questo dipartimento del Guatemala, al confine con il Ciapas. Il caffé Huehuetenango è divenuto dal 2002 un Presidio di Slow Food per la sua qualità e per il fatto che, con la crisi internazionale dei prezzi del caffè, la sua produzione è a rischio.
Io oggi sono qui a raccontare una piccola iniziativa che speriamo possa costituire una nuova forma di partnerariato tra produttori, tostatori e consumatori di caffé. A partire da dicembre 2004, qui a Torino, grazie alla collaborazione della Casa Circondariale di Torino, sarà possibile tostare il caffé Huehuetenango dentro il carcere. Questo sarà soprattutto possibile grazie all’aiuto dei torrefattori che insegneranno ai detenuti quest’arte.
Allo stesso tempo, grazie all’appoggio di un programma dell’UE che abbiamo redatto insieme ai produttori del caffé Huehuetenango, ci occuperemo di fare 4 cose.
La prima è continuare a lavorare sulla qualità del caffé prodotto e soprattutto sulla fase del Beneficio umido.
Ci occuperemo poi della fase di agroindustria del caffé, cioè verrà costruito a breve un drymill che consentirà ai produttori di esportare direttamente il caffé, senza perdere il controllo della fase di esportazione. Quindi avranno la possibilità di far giungere il loro prodotto sul mercato italiano senza intermediari.
Infine ci occuperemo di appoggio alla produzione organica di caffé e alla sua certificazione.
Quindi sono due campi di attività, uno in Guatemala e l’altro qui in Italia, grazie ai quali speriamo di poter fornire sul mercato italiano un nuovo prodotto, torrefatto e tostato con la cura artigianale che la qualità di questo caffé merita.

Lopez Castillo (Guatemala)
Questo è un progetto molto interessante perchè è rivolto a piccoli produttori che producono circa 5-10-15 sacchi. Siamo piccoli produttori e stiamo lavorando nel piccolo, ma nonostante ciò speriamo che questo progetto si sviluppi. La cosa importante è che si sta parlando della conservazione ambientale, del miglioramento economico, delle questioni sociali dei microproduttori di caffé e soprattutto della qualità del caffé (cosa che spesso si dimentica!). Infatti mediante questo progetto noi possiamo offrire al tostatore un prodotto di qualità elevata che può garantire un mercato tanto a lui quanto a noi, come produttori. A fronte di una elevata qualità del caffé, quello che desideriamo è un prezzo equo per il nostro prodotto. Speriamo quindi che nel futuro gli italiani possano bere il nostro caffé.
 
 
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