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RISORSE/ Campi di battaglia: l’agricoltura ha bisogno di pace e viceversa
 
Giovanni Ruffa (Italia)
L’agricoltura ha bisogno di pace e viceversa. È un’affermazione ovvia. Purtroppo però la realtà è molto diversa. Le guerre imperversano, non solo quelle che stanno sulle prime pagine dei giornali per qualche periodo, ma anche le cosiddette guerre dimenticate, che in realtà sono moltissime in tutte le parti del mondo. Sono guerre che vanno avanti da molti anni e di cui nessuno parla. Ovviamente, situazioni di questo genere influiscono pesantemente sull’agricoltura ed è ovvio che la pace avrebbe invece influssi positivi sull’attività agricola, oltre che su tutto il resto. Questo sarà il tema di cui discuteremo oggi pomeriggio.

Giulietto Chiesa (Italia)
Devo dire che non ho mai visto, se non forse al forum sociale mondiale a Mombay, così tanti rappresentanti, come qui oggi, di un modello sostenibile di produzione e di distribuzione del cibo. Ce ne sono tanti, ma noi ne sappiamo poco. Anzi noi ne sappiamo quasi niente, ed è per questo che dico grazie a coloro che hanno pensato di farceli vedere almeno una volta. Terra Madre, di Slow Food, è una bellissima idea. Spero che possa andare avanti e proseguire nella comunicazione.
Partiamo dal tema della guerra. La guerra contro l’agricoltura, la guerra che distrugge, è quasi un’ovvietà. Se c’è una sfera in cui la guerra distrugge di più e più a fondo è proprio quella della natura. Lì la guerra devasta non solo in profondità, ma per tempi lunghi. Porvi rimedio richiede sforzi enormi ed enormi sofferenze. Un missile può abbattere delle case, delle città, può uccidere gli uomini, ma le case si possono ricostruire e, se c’è qualcuno che investe per farlo, si ricostruiscono quasi sempre. Per chi ha denari, è noto, la guerra è anche un buon investimento. Ma una guerra modifica l’ambiente, introduce elementi estranei nei processi naturali, elementi che non se ne andranno in fretta, li piega, inquina, turba l’universo. Non solo le cose, ma anche gli uomini che abitano questo universo, turba la loro psiche altrettanto e spesso per sempre. Le conseguenze della guerra sull’agricoltura non hanno bisogno dunque di grandi spiegazioni. L’esempio estremo è Cernobyl. Non fu una guerra, perché non c’era la guerra, ma gli somigliò molto. Oggi vedrete ed ascolterete i testimoni di vere guerre, non solo di una guerra grande e simbolica: la Croazia, l’Eritrea, ed altri che non hanno conosciuto la guerra direttamente, ma l’hanno subita in ogni modo da lontano. Eppure c’è un’altra guerra, più specifica e meno evidente, quella dell’uomo contro la natura. Noi stiamo conducendo una guerra contro la natura. La guerra del modo moderno di offenderla e di costringerla a seguire i ritmi delle tecnologie umane. Le tecnologie non hanno ritmi naturali, sono per definizione artificiali. Questa discussione e questo incontro vogliono essere un contributo alla saggezza. Un nuovo modo di intendere la produzione del cibo significa infatti, in molti sensi, ritornare all’antico e l’antico, in questo caso, è più saggio del presente. Ma questa non è nostalgia. La nostra sensibilità resta moderna anche quando si volge all’antico, in molti sensi: il rispetto dell’ambiente è cosa al tempo stesso antica e moderna. Il rispetto e la cura delle risorse è moderno. Il rispetto della salute e della dignità di chi lavora è moderno. Tutto questo significa, o dovrebbe, significa pace tra l’uomo e la natura. In senso molto moderno, tutte le guerre nascono da una violazione dell’ecologia, sia essa della natura e dell’uomo. Anche l’uomo è un essere ecologico. Questo è un punto nodale. C’è un altro che mi preme, come ho accennato all’inizio. Un’agricultura alternativa che si occupa solo di profitti e quantità smisurate già esiste. Oggi qui la vediamo. E’ una filiera molto lunga fatta di piccole e medie comunità rurali, di singoli produttori, di distributori e di consumatori già sensibilizzati. Ma questa filiera non ha nessuna potenza comunicativa e formativa. Chi fa la comunicazione sono le grandi aziende, le multinazionali che si impongono perché hanno la potenza dell’informazione nelle loro mani, dalla loro parte. La loro prima forza è il controllo dell’informazione e della formazione degli uomini quindi degli uomini, degli individui. Quando questo controllo diventa totale, monopolistico come quello in cui viviamo, esso assume le vesti della violenza. Così come sta accadendo. Terra Madre è una grande idea comunicativa, in primo luogo. Far sapere che esiste un altro modo di produrre cibo e di consumarlo, un altro modo di vivere, insomma. Varrà la pena dedicare ai temi dell’informazione una parte dei nostri pensieri futuri quando si tireranno le somme. La battaglia per la difesa della natura e della dignità dell’uomo, non importa a quale latitudine o longitudine, si gioca oggi, a mio giudizio, sulla quantità e qualità dell’informazione.

Tomislav Galovic (Croazia)
Thirteen years ago I did not believe there could be a war in Europe, but it happened. Croatia was attacked by Serbian soldiers, and the war lasted a long four years. I was born in a part of Croatia we call Slavonia, 04,53. I will speak about my experience because I think is a great example for what we are talking about today. In 1977 I made and created a Geographically Indicated and name protected product which was a Slavonian sausage, made with paprika. It is a well-known product and produced in a specific geographic area of Slavonia which has a unique climate. The whole processing is done in a traditional way in family farmers. Smoking drying and curing must be done in a classic way according to the local tradition. The farmers use and prefer the meat of the indigenous Black Slavonian pig, considered the best to make this salami. It is processed only in Slavonia, but during the war production stopped entirely. You can imagine the damage this caused. It left thousands of people without work. Many towns were destroyed. Thousands of people immigrated to other parts of Croatia or even left the country. Houses, villages and town destroyed in the war were rebuilt, but the biggest problem now is rebuilding human rights and small farms and preserving the few local breeds of pigs such as the local Black Slavonian pig. We need a new development plan for this area and a culinary project for this pig. Many people have come back to their villages and pastures, but there are many mines left underground, causing great danger and very big damage to the families. I am happy to be a leader in my community to promote the Slavonian pig.

Alessandra Colonna (Italia)
Sono un produttore vinicolo nel Monferrato, però oggi parlerò dell’associazione Amani in cui sono attiva. Amani significa pace in swahili che è la lingua comune del centro Africa. E’ un’associazione laica presieduta però da un Padre conboniano che ora vive a Nairobi ma prima ha vissuto in Zambia a lungo. E’ stato anche giornalista e commentatore radiofonico. E’ un’associazione riconosciuta al Ministero. Da anni viaggiavo per interesse personale per la cultura agro-economica che mi interessava e mi hanno portato a conoscere quest’associazione. Ne condivido un valore vitale: quello di lavorare su una base volontaria, quindi con aiuti diretti con progetti a due canali. Innanzitutto il primo canale: un progetto legato ai bambini visto anche la quantità dei bambini che si riversano sulla strada, senza un legame all’africana, ovvero un legame largamente estesa. Le famiglie africane si allargano ad abbracciare fino ai cugini di 20° grado spesso. Se arrivano sulla strada vuol dire che non c’è più nessuno che se ne occupa, che la famiglia non esiste più. La famiglia non è come la nostra con padre, madre, figli e poi forse degli zii. Ormai moltissimi bambini non hanno più una famiglia. L’associazione ha creato tre punti: uno è a Nairobi con una casa che funziona come centro di aggregazione della zona dove ospitiamo centinaia di bambini, ormai non li contiamo più, in lingua si dice Kivuli che significa l’ombra dell’albero, dell’rifugio. Ad ogni modo ci vivono almeno 150 persone. Poi c’è un’altra piccola esperienza nelle colline di Lingon hills di Nairobi che un tempo era fuori ma ormai fa parte della città, che riguarda le bambine, bambine nate letteralmente sulla strada, tante di queste ex-prostitute che a 12 anni sono quasi tutti già madri. Vengono invece trasportate in esperienze di famiglia in comunità con famiglie keniane già con le loro figlie, li ospitano e li tengono con sé. Il terzo progetto è una casa simile al primo, cioè il Kivuli, però è in Zambia. I progetti sono gestiti assolutamente da keniani, il nostro apporto è esterno. Sono quindi progetti che non cadono dall’alto ma sono spinti dalle necessità e vissuti secondo i ritmi e bisogni della società in cui vengono sviluppati. Il secondo canale è il nostro apporto per i nuba. Abbiamo parlato prima di un tema importante qual’é l’informazione e delle guerre dimenticate. Ancora di recente i Nuba sono una popolazione che vivono nel centro del Sudan, paese abbastanza diventato esperto nell’isolare i propri conflitti. Abbiamo visto già nell’ultima esperienze di Darfur, ovvero l’ennesima tragedia umana che in fondo si è consumata quasi nel silenzio. Tra l’altro non abbiamo avuto il permesso di entrare perché nel Sudan non ci vogliono. Però, Amani è stata praticamente l’unica associazione che ha potuto avvicinarsi anche violando il divieto di sorvolo, si sa, entrare nel territorio dei Nuba per anni ed entrare in contatto con loro per portare gli aiuti essenziali, a quello che era una loro vita normale interrotta da una guerra scatenato dal governo di Khartoum nei loro confronti. Erano - e sono - dei grandissimi agricoltori. I Nuba sono agricoltori in una zona d’africa che sopravvivevano, anzi vivevano bene, da agricoltori, con un grandissimo patrimonio di esperienza, di colpo erano stati privati dalle loro terre, senza nessun alternativa di poterne avere altre. La prima cosa di cui sono stati sottratti sono i mezzi di sostentamento più banali apparentemente, ovvero il materiale per coltivare: le zappe, i semi e la possibilità di reperirle. La zona poi, si sa, è stata minata con queste mine anti-uomo che hanno per lo più parte vittime nei bambini. Mine che servono per colpire nel cuore una società, che non uccidono ma creano dei mutilati, quindi il peso è ancora più forte, forse. Quindi, l’aiuto di Amani ha apportato e porta in questo genocidio, quasi nel totale silenzio, che si è consumato, anche se in questo momento c’è una sorta di pseudo-pace. Pietro Veronese de La Repubblica è stato uno dei pochi giornalisti che collabora con Amani, in effetti, a rompere questo muro. Non credo che si sia molto parlato dei Nuba così come dei Darfur o di quello che sta succedendo al confine con il Chad. Al di là del mio impegno personale, ma mi sono chiesta: come produttore di vino, cosa potevo fare? Mi sono chiesta del perché del vino, che sia, sì un’espressione di cultura antica, ma anche di più. A me spiace produrre un bene che oggi sia percepito come un bene voluttuario. Il vino potrebbe essere ricondotto alla sua quotidianità, al suo ruolo non tanto come bevanda voluttuaria quanto di alimento, legato in fondo alle nostre radici. Ho cercato in qualche modo un legame con la mia terra, a cui sentirmi più vicina, attraverso il mio vino e allora Amani è diventato un vino e i proventi vengono devoluti alle attività dell’associazione e dall’altra parte poteva essere e diventare un modo per comunicare, per veicolare in modo gioioso il nome dell’associazione e i suo progetti. Si parla tanto di Africa in quanto paese in difficoltà, di tragedia, di malattie, di estrema drammaticità. Chi ama o vive l’Africa in un certo modo sa che, in realtà e dall’altra parte, Africa è anche vitalità, è forza, è progettualità, è speranza, è inventiva, in tutti i settori, non solo quelli strettamente sociali, ma anche quelli economici e quindi anche quelli agricoli. Io ho visto degli escamotage a livello agro-economico incredibili, proprio nell’intelligenza dell’esperienza e della capacità agronomiche che sono frutto di antichissime tradizioni ma anche di grandi intuizioni e di grandi capacità di adattamento. Quindi, in fondo anche moderne. Per cui legarlo a un vino, il vino che è nella nostra cultura, una cultura anche cattolica, che ha in fondo tutta una sua simbologia. E’ potesse diventare un momento, un collante anche festoso per poter essere un veicolo ulteriore rispetto alle sue usuali funzioni di pace. Concludo dicendo che chi mi ha preceduto parlava anche della pace con la terra e la necessità di trovare anche un proprio equilibrio con la terra e con l’ambiente, parallelamente a quanto detto prima, dove vivo io la terra sta subendo degli attacchi notevoli. Si pensa sempre che sia una risorsa inesauribile. Si pensa sempre che si possa sfruttare, senza mai soffermarsi sulla sofferenza della terra. Ed è per questo motivo che da poco abbiamo costituito un’altra associazione, che però ha finalità diverse. Si chiama Osservatorio del Paesaggio del Monferrato ed ha come finalità quella di monitorare l’utilizzo del territorio. Stiamo avviando dei progetti in tal senso sia con l’Università col Politecnico di Torino e poi il Politecnico di Milano per cercare di vedere se si riescono a sensibilizzare le varie istanze che sovraintendono al controllo e la gestione del territorio affinché questo avvenga nella maniera più armonica e rispettosa dello stesso possibile.

Elisa Van Der Haut (Canada)
I’m a small, organic farmer from Ontario, Canada, here to present a paper of Marnie Cuff, my neighbor and friend who at the last minute could not attend. I have a lot of respect for her. She is an active member of the Ecological Farmers Association of Ontario and the Heritage Livestock Breeding Association. She and her husband work to preserve heritage breed varieties in Canada so they’re very interesting people to meet and talk to. Greetings. Thank you in advance for your attention to my presentation at this important gathering of global food peoples of my thoughts and concerns regarding agriculture, food and conflict. I also wish to thank and acknowledge Slow Food international and the organizers of Terra Madre 2004 for their efforts in bringing together this global community of food producers and for allowing me the privilege of voicing my thoughts and experiences at this particular earth workshop. Gratitude and acknowledgement are offered to all delegates, all of you in attendance who have chosen as a life path to produce or process good food in good ways. Most importantly, I wish to acknowledge those family members friends and community members who have stayed behind to do the necessary good work allowing the delegates to participate in Terra Madre and share their stories. Our family’s invitation to participate at this gathering is connected to our efforts and experience on our family farm, which could be described as a diversified, ecological farm. A focus of our farm has been the conservation and preservation of traditional heritage livestock breeds, in particular where cattle and swine and the promotion of their meat products, grass-fed beef and pasture-raised pork. Other focus has been the maintenance of traditional knowledge and skills regarding the training and use of heritage cattle breeds as oxen. However, my interest and desire to participate in the dialogue of issue of this workshop arises from my off-farm work experience. My off-farm profession is as a social welfare policy analyst and research that also has experience in the realm of participatory community development. In this role I have had the privilege of working and meeting with many people of diverse cultures and from a diversity of regions throughout the world who have come to Canada as refugees from conflict or war zones. Many of these people emigrated from their homes in recent years. However, some made the journey decades ago as youth and, not surprising, many come from agriculture-based community. Though all have unique, individual stories to share, there is a common theme regardless of region, culture or when they immigrated. The common theme of all these stories is of great loss in terms of family in the farming community. The loss of livestock, seeds, mother cultures as well as loss of land and land usefulness, not to mention the loss of knowledgeable family and community members. Yet within these stories of deep loss, there are many who have managed to make their journey to Canada with some of their valued, traditional food resources such as some of their seeds, their centuries-old mother cultures, not to mention their traditional regional knowledge and skills regarding foods, and food production or processing. Though I am only one person, from my experience it seems there exists a wealth of knowledge and resources within Canadian immigrant and refugee communities that may be relevant or important to those in conflict or in war regions. The impact of collateral damage on traditional food resources and production is a topic that is rarely considered or even discussed in agricultural circles that I have knowledge of. Further, it seems that even when those of us in the Have- regions respond generously to those in need in conflict regions we offer resources that, though culturally and environmentally relevant and appropriate for our own regions and methods, may not be suitable or meaningful or effective in other regions. In fact, in the long term our gifts may even be detrimental to any recovery of local traditional agricultural resources. I am sure that all present are well aware of the importance of regional agricultural resources and practices and food production processes to the cultural and nutritional health of individuals and communities as well as to the health of any agricultural lands in the broader environment. There is a broad representation of peoples from this gathering of global food communities including delegates from many regions of current or recent conflict. I believe it is extremely important for all of us to use this gathering as an opportunity to begin a more meaningful and appropriate dialogue on issues of agriculture and conflict. I hope this gathering can be a focal point of information gathering, networking, and knowledge sharing for those who have or continue to experience in conflict as well as for those who may be geographically outside these regions of conflict, some of whom may have retained resources otherwise lost to those still recovering from the conditions of conflict and war. In an effort to initiate dialogue, promote reflection, perhaps even long term regarding our ability to acct in solidarity with those who those traditional means of processing has been harmed by conflict of war I wish to share a couple of examples of stories, which suggest that perhaps valuable resources may exist outside conflict regions important to the recovery and maintenance of traditional and local regional agriculture. These are offered only as a dialogue and to suggest that perhaps there are relevant regional resources in existence outside the areas where conflict has damaged local agriculture and food production. I do share my thoughts with the understanding that I am not an expert. I could not possibly have the answers. Only the experts have the answers. Those with the answers are the people and the communities of these regions of conflict. Number one, how can we identify and explain to those either currently recovering from regional conflict potentially valuable seed heritages brought to areas outside conflict? I noted above that many refugees in Canada have brought with them, some of their valued seeds. These people have come from diverse regions ranging from Central or South America, Eastern Europe and the Middle East to note a few. Seeds have also been brought by those who immigrated to Canada to escape conflict over the past century, from regions of Europe, Asia and elsewhere. Are these seeds of value or importance? Are they thought to have been lost in regions of origin? Do our non-profit, non-governmental organizations such as Seeds of Diversity Canada or other similar organizations in other countries have knowingly within their membership some of the needed seed resources? What are the issues of agriculture health that we need to be aware of in global seed exchange? Secondly: what important livestock breeds are currently being lost or at risk as a result of conflict? What important or appropriate heritage livestock genetics exists in our regions? How may needed livestock genes be reestablished in regions and what action may be taken to ensure the survival of livestock in times of conflict? Through our own efforts to conserve and preserve traditional or heritage breeds I have become aware that many of these heritage breeds bought to North America many years past are often truer to their characteristics than some of the animals in their region of origin. This may because some of the animals have not been selected for the marketplace or consumer demands. Are some of these breeds more appropriate when livestock genetics needs support to be reestablished? There are examples of successful reintroduction from North America of breeds lost in particular regions where the breed arose. One example is the Hungarian yellow chicken, which as a result of the work of a Canadian poultry breeder was reintroduced to the place of origin. A French-Canadian cattle breed, believed to be of very old gene stock from Normandy has also been established in that region. One example of pro-action protection of valued livestock can be seen in the story of how Sir Winston Churchill oversaw the movement of the Great White Park cattle to sites in Canada and in the US to ensure their survival during the World War 2. Is this a relevant appropriate approach today? What other ways can the technology and skill in Western regions be used to protect livestock genetics? How may organizations focusing on the conservation of heritage livestock breeds such as Rare Breeds Canada or the UK’s Rare Breeds Survival Trust have a relevant and supportive role?
Thirdly, in regions where the loss has been in the realm of knowledge and skills, how may we best identify and link those refugees with knowledge to those in regions of need? Are the lessons of the indigenous peoples of North America important and relevant to indigenous peoples of other regions of conflict, especially with respect to traditional medicines? I have had the privilege of meeting many people with a wealth of knowledge regarding regional and traditional agriculture. The knowledge that I have been made aware is of both the institutional-professional type, a couple of examples being locally-trained veterinarians and other agricultural professions from regions in Afghanistan, Sri Lanka, Egypt and Albania and as well as traditional people, knowledge of women, elders and other community leaders. If the knowledge of any of these people is needed, how may we best provide safe and appropriate links? An additional personal example arises from the difficulty I had in identifying and locating some in my own region with the knowledge and skills in training and working oxen. I did need to travel to another region, however this non-profit, non-government organization, Tillers International, Michigan, USA, has focused on collecting, developing and sharing such knowledge in diverse settings throughout the world. Can these little-known small organizations be of importance in conflict regions? I realize the summaries of my thoughts and questions is brief, but I hope it may initiate some dialogue and suggest perhaps that some of the fragmented or lost regional resources may in fact exist in regions outside conflict areas, having escaped in the pockets and minds of the peoples. I welcome any ideas from those who are currently or recently experiencing the impact of war on their traditional means of food production and from those interested in working in solidarity with these people.

Luciano Centonze (Bosnia)
Vorrei raccontare la mia esperienza in Bosnia, dopo il termine di una Guerra che ha avuto impatti disastrosi. Un’esperienza per vedere come l’agri può essere un’importante veicolo di pace, per aiutare la risoluzione dei conflitti. Come sapete il conflitto nella ex-Yugoslavia è stato particolarmente cruento e lungo. Ed ha portato un’enorme massa di profughi, si pensa a 2.5 su 20 milioni d’abitanti. Una delle grandi sfide opportunità o tentativi era di dare un supporto a questo processo di rientro dei profughi. In molti hanno deciso di rientrare, nonostante se in zona la maggioranza era di un’altra etnia. Si trattava di una così detta comunità internazionale e si trattava di costruire infrastrutture, case, senza preoccuparsi di aiutare la sostenibilità del rientro. Chi torna ha anche bisogno di lavorare, di poter produrre, di poter avere un nuovo legame con la propria casa. Trattandosi poi di zone rurali, abbiamo pensato che forse sarebbe stato utile intervenire sull’agricoltura, come una possibilità per aiutare il reinserimento di queste popolazioni, di queste famiglie. Abbiamo iniziato come partner dell’UNHCR nel 1999, quindi con cinque anni che siamo partner con un progetto che aveva lo scopo di supportare e sostenere il rientro dei popoli attraverso diversi attività di agricoltura in diverse area della Bosnia Herzegovina. Il risultato credo fondamentale, al di là della riuscita di un attività, è stato vedere che persone e gruppi di diverse etnie, anche se è brutto utilizzare questo termine etnie, hanno nuovamente iniziato a collaborare e a vivere insieme. Cinque anni di esperienza personale mi hanno portato a capire che la volontà di lavorare insieme è superiore a qualsiasi altro tipo di problema. L’aiuto è stato di fornire materiale e assistenza tecnico ma soprattutto psicologico. Quello che mi ha colpito, parlando con tantissime persone, era quanto piantando un nuovo albero potesse essere significativo di riappropriarsi delle proprie radici, della propria vita, del proprio territorio, della propria cultura. Quanto sia stato importante fare collaborare, cooperare persone di etnie diverse. Questo è assolutamente l’unica possibilità per poter mettere in atto un processo di riappacificazione. Un processo che ha durato cinque anni, con problemi diversi e tante difficoltà ma anche tante soddisfazioni. Ha portato un visibile risultato: un gruppo di donne di diverse gruppi etnici di Gorazde, una zona molto martoriato, sono riusciti a valorizzare una produzione locale, una prugna lavorata artigianalmente, che sta diventando un presidio Slow Food. Lavorano insieme e sono riusciti a collaborare e produrre un prodotto tipico che va alla ricerca di una produzione locale. Il nostro più importante risultato sia proprio questo: aver dimostrato a delle donne bosniache che è possibile lavorando insieme produrre qualcosa di interessante non solo per un consumo interno ma anche per il mondo esterno.

Tzeghereda Woledeghiordghis (Eritrea)
I’m so happy to see the whole world together in one place. As I said to a Terra Madre organizer, this opportunity is very important to the whole world. I am from Eritrea and the national union of Eritrean Women. I will speak about the affect of war to the culture and all the other aspects of life. Eritrea is a new independent nation and covers 123,400 kilometers of land surface. It has a population of 3.5 million. We are half Muslim, half Christian, with also some animists. 80% of the Eritrean population depends on agriculture, 50% are engaged in subsistence farming, 30% of who are pastoralists and agro-pastoralists. Eritrea is divided in to six regions, to give you some background. It was under various powers for more than a century, resulting in armed struggles to fight for and obtain our independence. The achievement of independence was positive, but, in other ways, the Eritrean economy and agriculture were devastated, and many people were killed, disabled, looted, burned. So I can say that the result of war and conflict is destruction. From 1991 to 1998 because the scares of war and the colonial power was not good, the Eritrean government had to work hard to change this situation. There were many activities done in this period such as the introduction of a nationally supervised referendum by the Eritrean government. It drafted and ratified a national constitution. It has reconstructed destroyed physical infrastructures roads, houses, electricity and water services. It has rehabilitated the devastated productive sectors such as agriculture, trade, industry and fisheries. Unfortunately, in 1998 we had a border conflict again. Apart from the 30 years of armed struggle, we have had a border conflict again. This war resulted in pain of about 19,000 precious lives and disablement of thousands. Thousands became victims of land mines. 1.1 million left their homes and spread internally, most of who are women, children and elders. Threats and insecurity of landmines has hindered the mobility of people and livestock thereby reducing agricultural and economic activities. Large tracts and the most productive farmlands and prosperous grazing grounds are still inaccessible. Also shifting the productive level force to military hinders a wise economy or a good implement for the country. At this moment Eritrea is not a war, but it is not a peace, either. We have international diplomatic interventions by the U.S., by the U.N., by other international organizations, but the problem is not solved. So I can say that Eritrea has faced two big wars: one is armed struggle and the second is armed conflict. With conflict there is disablement. Human value is undermined. Livestock cannot survive. Physical infrastructures can be damaged. This is our situation. In order to have good cooperation with the world and to have development in the world, first we need peace. With peaces we cannot cooperate with each other. We can use traditional and modern farming. We cannot have development with bombardments. So just help us work for peace. The world is not lacking resources, but justice. Let us work towards peace and then we can cooperate in any way.
 
 
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