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STRATEGIE/ Riformare la politica agricola comunitaria
 
Maurizio Gily (Italia)
Vorrei solo tracciare un breve profilo di quella che è stata la storia della PAC in Europa: da Roma 1957 a Lussemburgo 2003. La prima fase della politica agricola comunitaria era orientata soprattutto al sostegno dei prezzi agricoli. Il procedimento è questo: si fissa un prezzo europeo ad un livello che viene giudicato sufficientemente remunerativo per gli agricoltori. Quando il prezzo di mercato tende a scendere sotto questo valore, si interviene per mantenerlo artificialmente ad un livello più alto rispetto a quello che avrebbe sul mercato. Esistono due meccanismi principali per fare questo: la prima opzione è il ritiro del prodotto dal mercato. Il prodotto viene stoccato in magazzini, il prezzo di questo stoccaggio è a carico della collettività. In seguito, se il mercato non si sbolcca, il prodotto è inviato alla distruzione, oppure a qualche tipo di trasformazione industriale che, di per sé sarebbe antieconomica, se non ci fosse un aiuto pubblico a renderla vantaggiosa. L’altra opzione è agire sul mercato internazionale attraverso i meccanismi della restituzione alle esportazioni e i dazi all’importazione. Praticamente il produttore europeo esporta il prodotto, ad esempio il grano, su un altro mercato, dove però il prezzo è più basso di quello fissato in Europa. La Comunità Europea restituisce la differenza tra il prezzo europeo e il prezzo internazionale. Lo stesso succede sui prodotti importati, quindi sul grano che viene importato, ad esempio dall’Argentina, viene fissato un dazio in modo da portare il prezzo di quel prodotto, inizialmente più basso, al livello minimo europeo. Questo gioco usato sull’import-export era usato soprattutto per le commodities, quindi i cereali, mentre il meccanismo dell’immagazzinaggio e della distruzione era usato per i prodotti più complicati da gestire dal punto di vista logistico: carne, vino, ortofrutta, burro, ecc… Questo meccanismo ha impegnato la maggior parte dei soldi della Comunità Europea destinati all’agricoltura, fino agli anni ’90. All’inizio degli anni ’90 due terzi del bilancio comunitario andavano all’agricoltura e in maggioranza servivano a tenere in piedi un meccanismo da più parti giudicato perverso. Questo meccanismo ha avuto come conseguenza la creazione di gigantesche eccedenze produttive destinate in gran parte alla distruzione. Questo ovviamente ha creato turbamento nell’opinione pubblica, perché, di fronte ad un problema mondiale di malnutrizione, l’idea che il cibo venisse distrutto disturbava. Il problema della povertà e della malnutrizione non dipende dal fatto che c’è poco cibo, bensì dal fatto che i poveri non hanno i soldi per comprarlo o non hanno la terra per produrlo. Il mito che ancora viene agitato, dell’aumentare la produzione agricola per risolvere il problema della fame, è una colossale presa in giro. Oggi questo sistema di sostegno ai prezzi non è del tutto abbandonato, ma ha perso gran parte della sua importanza. Ci sono ancora delle turbative, ad esempio il mercato dello zucchero, ma sostanzialmente la PAC ha cominciato a cambiare negli anni ’80. Tutti questi problemi di sovrapproduzione non erano inaspettati, Mansholt li aveva previsti già nel 1958. Mansholt è uno dei padri fondatori della politica comunitaria europea e viene ricordato ogni anno con un premio ai benemeriti per l’agricoltura ecocompatibile, un premio che nel 2002 è stato conferito a Carlo Petrini. Il principale strumento finanziario con il quale l’Europa operava ed opera si chiama FEOGA, cioè Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia. Il settore Garanzia si occupa di sostenere i prezzi agricoli con i meccanismi che abbiamo illustrato, mentre il settore Orientamento sarebbe dovuto intervenire sulle strutture produttive, migliorando l’efficienza mediante aiuti agli investimenti, al settore Garanzia andavano però la maggior parte dei finanziamenti. A partire dagli anni ’80 cominciano a cambiare le cose: si interviene meno sui prezzi, e viene inventato il meccanismo di sostegno diretto al reddito, quindi aiutando gli agricoltori senza incentivarli a produrre cose che nessuno avrebbe comprato. Gli aiuti sono differenziati in base alle condizioni geografiche e territoriali, ad esempio sono maggiorati in montagna e nei territori disagiati. Si prende coscienza dell’agricoltura e della pastorizia come elementi di presidio di un territorio, del paesaggio e della vita economica e sociale della comunità rurale. Purtroppo in molti casi ormai è tardi perché gran parte della montagna e delle zone interne dell’Europa sono state abbandonate per correre dietro all’industrializzazione. A partire dagli anni ’90 c’è una nuova correzione di rotta, si stanziano più fondi all’Orientamento e meno alla Garanzia, si punta sugli aiuti diretti al reddito, sulla qualità dei prodotti, sul rispetto dell’ambiente, sulla salute, sulla sicurezza sul lavoro e sul benessere animale. Oggi 10 miliardi di euro sono la cifra impegnata annualmente sul benessere animale, agricoltura biologica e qualità del cibo, secondo quanto dichiarato dal commissario Fischler. Chiaramente c’è la pressione dei consumatori e dell’opinione pubblica in questo mutamento di indirizzo. Il sistema delle Denominazione d’Origine dei vini, cioè i sistemi DOP e IGP, rappresenta il modello a cui ci si ispira per tutelare con la legge anche altri prodotti alimentari nel loro legame storico con il territorio di origine. Su questo c’è un conflitto, soprattutto con gli Stati Uniti, conoscerete la vicenda del Parmesan Cheese, perché i marchi DOC, DOP e IGP sono considerati, anche da personaggi autorevoli, una limitazione al libero mercato, cioè ognuno dovrebbe poter produrre un formaggio e chiamarlo Parmigiano ovunque nel mondo. Su questo punto non c’è margine di accordo: credo che ci siano differenze profonde che l’amicizia tra Europa ed USA non sia ancora oggi in grado di colmare. Noi pensiamo che questo possa avvenire in futuro, perché speriamo che gli Stati Uniti, come anche altri paesi, scelgano l’opzione dell’Europa, quindi delle Denominazioni Controllate. La nuova PAC, decisa a giugno a Lussemburgo, nella sostanza accentua la svolta degli anni ’90, quindi c’è un’accresciuta disponibilità all’apertura dei mercati ed un progressivo abbandono dei meccanismi di sostegno dei prezzi. Ricorre sempre di più il tema dello sviluppo rurale; si riconosce l’alto valore sociale dei territori rurali, che vengono sempre più indirizzati alla produzione dei cosiddetti experience good, cioè beni di alta qualità che hanno particolari caratteristiche, ed alla cosiddetta multifunzionalità, cioè il territorio rurale non deve produrre solo beni alimentari, ma anche servizi ambientali, prodotti culturali dell’artigianato e offerta turistica. C’è anche maggiore libertà di scelta per i singoli stati nel determinare quali strumenti usare e come usarli. Concludo con la questione dell’apertura ai paesi dell’est: la maggior parte degli agricoltori europei, siccome l’agricoltore è pessimista per natura e vede più rischi che opportunità, pensano che avranno una concorrenza più dura rispetto al passato. In realtà gli agricoltori si rendono anche conto del significato storico e politico di quest’apertura e sono aperti al dialogo. Confrontandomi con colleghi dell’est Europa ho potuto constatare come storie diverse ci abbiano portato ad analisi diverse. Noi, ad esempio, parliamo spesso di contratti interprofessionali, pluriennali per garantire un reddito ai produttori; parliamo di dimensioni insufficienti delle aziende; parliamo della necessità di organizzarsi in cooperative, associazioni produttori, consorzi, controllo della qualità… tutte queste cose per i nostri colleghi dell’est hanno un suono un po’ sinistro, perché, in paesi dove la libertà di impresa è stata mortificata per lungo tempo, oggi si vorrebbe avere la massima libertà ed il minimo ei vincoli. Questo è più che comprensibile, ma l’originalità del sistema economico europeo sta proprio nel mediare tra le necessità di un mercato libero e, da un lato, il welfare, dall’altro lato, l’opportunità che la pubblica amministrazione possa intervenire e dare degli indirizzi alle imprese che siano ritenuti utili per tutti.

Gilbert Dalla Rosa (Spagna)
Sono di origine Veneta, di Bassano del Grappa, ma attualmente vivo tra Lourdes e i Paesi Baschi. Gestisco per Slow Food un convivio. Sono stato professore universitario di geografia ed ora faccio parte di un’associazione nazionale francese, Confédératione Nationelle de Foyers Rurals, che anima gli spazi rurali, ha 300 mila aderenti che si occupano prevalentemente di animazione culturale e sviluppo rurale. Oggi il mio obiettivo è di presentare degli esempi concreti che supportino tutto questo. La buona notizia è che la prospettiva dal 2005 al 2012 è che ci sia l’abbandono dell’aiuto alla produzione, quindi che, attraverso le nuove disposizioni e la focalizzazione dell’attenzione sulla qualità, ci sia più rispetto per il territorio agricolo, trascurando la volontà di produrre quantità enormi e valorizzando un punto di vista che si avvicina non solo a quello di Slow Food, ma anche alla volontà dei contadini stessi. Non entro nel dettaglio delle nuove disposizioni perché ci sono pubblicazioni cartacee e telematiche su cui tutti noi possiamo informarci. Vorrei piuttosto fare alcuni esempi di come questo nuovo orientamento della PAC a livello europeo sia solo un passo avanti che ancora non è sufficiente.
Io credo che l’Europa sia divisa in due grandi zone: il nord con i paesi anglosassoni, di tradizione nomado-pastorale, quindi abituati ad un nutrimento di base di carne e latte e quindi ad una cultura diversa da quella dell’altra metà dell’Europa, quella latina, che arriva fino ai paesi dell’est, dove la tradizione alimentare è legata più ad una produzione cerealicola. Il rapporto con il territorio è egualmente molto diverso: per l’Europa latina parlerei di un rapporto di terroir, quindi un legame che unisce territorio, cultura e savior faire. Le due visioni, quella anglosassone e quella latina, sono in competizione anche per quello che riguarda le decisioni legislative. Le normative sanitarie, che i contadini ritengono un po’ vessatorie, sono figlie della mentalità dell’Europa nordica. Ad esempio, nella mia zona c’è un pastore che d’estate porta le sue pecore sui Pirenei in alpeggio. Da un mese all’altro questo pastore sposta il gregge su diversi pascoli ed, in ognuno di questi alpeggi, produce il formaggio. Se lui dovesse rispettare le normative europee, in ogni malga di ogni alpeggio dovrebbe avere la sala di mungitura, la sala di caseificazione, le piastrelle, gli scarichi, l’acciaio inox, ecc… tutto questo è chiaramente impossibile da realizzare. Il rispetto di quest’ossessione igienista in realtà condanna le produzioni di grandissima qualità, che per di più non hanno mai fatto male a nessuno. Forse su questo, il WWF non sarà del tutto d’accordo, ma io spezzo una lancia a favore dei produttori di foigra che, in base alle normative sul benessere animale, dovrebbero probabilmente cessare la loro attività. La pratica dell’ingozzamento, che serve a produrre il fegato grasso, è considerata contraria al benessere animale. Io non sono d’accordo su questo. Si tratta di una pratica antichissima, già documentata nell’antico Egitto, dove sono state rinvenute pitture parietali con raffigurazioni di ingozzamenti a base di fichi. Io credo che l’agricoltore non provochi una malattia nell’animale, perché questo processo è reversibile nel momento in cui si sospende questa pratica, il fegato ritorna normale. Gli uccelli migratori e le anatre, prima di migrare, fanno abbondanti scorpacciate, per accumulare le riserve per il lungo viaggio ed anche in questo caso si verifica un’ipertrofia del fegato. Inoltre nel processo artigianale l’ingozzamento non è traumatico per le oche, che, in genere, corrono in contro alla padrona che và a dargli da mangiare. Io ritengo che questa norma sia sbagliata e vorrei proporre a Petrini di fare un presidio di questo prodotto, o di creare una mobilitazione per mantenere la produzione del foigra, almeno quella artigianale. Infine, vorrei esprimere una preoccupazione perché l’Europa non mi sembra sufficientemente attenta a due aspetti che io ritengo importanti: il primo è quello del gusto del cibo, il secondo è quello dell’animazione culturale dei territori rurali. L’aspetto positivo è che l’Europa sembra ferma nel suo legame con il terroir e con le Denominazioni d’Origine.

Cristian Kleps (Romania)
I am working in the Romanian Academy of Agriculture and Forestry Sciences. I represent the community of researchers working in agricultural sciences and reforming the EC Agricultural policy. Because Romania is expected to be integrated into the Europe community in 2007, we are faced with big challenges especially in the agricultural sector. Romania is mainly an agricultural country. For this reason I want to emphasize part of our achievements in the fields of biodiversity conservation and diversification in agri-eco systems. These are very special areas also in the frame of the Slow Food movement. Regarding geographic and climatic data, Romania is medium-size country (23.84ּ106 hectares), located in the south-eastern part of Europe. Its relief is varied, consisting of flood plains, plains, piedmonts, hills, and mountains. The maps of major land forms, regional slopes, and hypsometry point out that the hilly and mountainous lands respectively sloping and steep lands with local relief intensity higher than 200 m occupy 51.9%, while the level and the ondulated lands (≤ 8% slopes) represent 48.1%. Natural resources, especially climate, water and soil, play an essential part in the development of Romanian agriculture. Thus, from the thermic regime point of view, in the southern part of the country the accumulated average is 4,000oC and in the eastern Transylvania and Northern Moldavia – up to 3400oC during the vegetation period. Regarding the precipitation regime, Romania is characterized by 3 humidity zones: (i) the humid zone, with annual rainfalls of 600-1000 mm and annual potential evapotranspiration (ETP) of 550-700 mm; (ii) the sub-humid zone, with annual rainfalls of 450-700 mm and annual ETP of 650-750 mm; (iii) the semi-arid zone, with annual rainfalls of 350-550 mm and annual ETP of 700-800 mm, covering the fields from the South, South-East and South-West of the country. The water resources corresponding to the internal hydrographic network are modest – 37 billion m3/year on average, Romania being situated on the 21st place in Europe considering the water quantity per inhabitant. These resources are showing a deficit during summer, especially in the field zones. The Danube is an important water resource, with an annual average flow of about 170 billion m3 which, added to the interior water sources, ensures annually about 9,800 m3/inhabitant. The soil resources of Romanian agriculture consist in a great variety of soils, from the most fertile to the very poor ones in nutritive elements, falling on average into the middle productivity class. Presently, agricultural fields represent 62.07% of the total territory of Romania, respectively 0.65 ha/inhabitant. Arable lands represent 63.1% of the total agricultural surface, pastures 22.8%, hayfields 10.1%, vineyards and orchards 4%. In order to ensure constant high agricultural productions, during the period 1970-1990 irrigation arrangements were built on about 3.1 million ha, drainage works on 3.2 million ha, soil erosion control on 2.3 million ha and protection against floods for about 0.6 million ha. However, on about 12 million ha of agricultural fields, of which 7.5 million ha arable land (about 80% of the total arable surface), the production capacity of soils is affected by one or more restrictions, from which the frequent droughts, leading to fluctuations of crop production are noticed. Now I would like to speak about conserving and diversifying the biodiversity in agri-ecosystems. The replacement of local traditional varieties with modern varieties produced essential modifications in crop technologies determined by the requirements of the new genotypes for soil fertility, water supply and agro-phytosanitary conditions. Considering that plants melioration and modern varieties belong to the agricultural productive systems, their impact on biodiversity is big and direct. In order to implement international conventions, to develop and apply a national strategy for biodiversity conservation, coordination and close cooperation is necessary between the policies of various fields concerning the sustainable development. The understanding of the importance of the biodiversity of cultivated species and their preservation can be shown through the agrarian policy, programs and strategies developed by the state organs activating in this field, by finding the economic means and instruments necessary for this purpose. An important part in preservation of agricultural crop biodiversity is played by the scientific research. The efforts of the agrarian policy show that the willingness and the means of implementation, sustained by research activities, can lead to the improvement of this situation. For this purpose, scientific research can offer diverse biologic materials with attractive production levels with genetic resistance to diseases and unfavorable environmental conditions. Scientific research can also offer farmers the proper technologies for various environmental conditions.
In order to diversify the local vegetal genetic resources, during the last 25 years the research institutes working under coordination of the Romanian Academy of Agricultural and Forestry Sciences (AAFS) created 458 new varieties and hybrids of field crops, 107 new biological creation of fruit trees, 28 type of grapes, 221 type of vegetable and flower crops and 26 new biologic creation of aromatic and medicinal plants. In order to conserve vegetal biodiversity, two complementary strategies are combined: in situ and ex situ. For both strategies, the agricultural research institutes and stations from the AAFS network, botanical gardens, natural reservations, Agronomical and Biological Sciences Universities as well as the Bank of Vegetal Genetic Resources of Suceava are involved. In order to avoid any future threatening for the vegetal genetic diversity in the Romanian agro-ecosystems, the researchers from the Academy of Agricultural and Forestry Sciences recommend the following measures: (i) the adequate organization of the territory; (ii) the adequate technologies for the cultivated areas in friendly environment conditions; (iii) rotation and a corresponding structure for agricultural crops; (iv) diversification for each cultivated plant variety and hybrid; (v) genotype conservation in gene-banks and periodically recultivation in situ and ex situ. Romania has also an old tradition in animals breeding, which represents 45% of the agricultural production, meaning over 6% of the Gross National Product. The situation of the present genetic resources as well as the biologic creations obtained by the Romanian zootechnical research institutes, included in the annual report for the FAO Program/2002 on Conservation of animal genetic resources, emphasize a total number of 37 new local breeds of bovines, sheep, swine, horses, poultry, foxes, bees and silkworms. From the scientific point of view, the problem of animal genetic resources includes the following peculiarities: (vi) taxonomy aspects still unresolved in our country and abroad leading to numerous confusions regarding the belonging of an animal to a certain breed; in this context we have to mention the involvement of molecular genetics in taxonomic delimitations; (vii) biodiversity conservation in situ through a modern methodology and in close collaboration with the international bodies involved in this activity; reestablishing the National Bank of Animal Genes; (viii) drawing up of the new amelioration national plans. Further research will be also necessary for the development and applying of a system of indicators to asses the state of biodiversity, for monitoring the evolution of the indicators having regard especially to emission of pollutants and release or spread into the agro-environment of alien species and genetically or living modified organisms. The Romanian food and drink industry is estimated at 4,2 billions euro, representing about 27% of the agricultural gross production total value. It ensures jobs for 240,000 persons that is 11,5% of the industry jobs. It structured on 1725 companies and contributes with 30% at the creation of the value-added of the industrial sector. Its activity is organized in 8 principal sub-branches: cracker and bread industry, milk industry, meat industry, vegetable and fruit cans and cooling drinks industry, vegetal oils and fats industry, sugar and sugar products industry and drinks industry. Due to market competition, in order to gain consumers trust, the food producers companies have introduced supervising quality systems by implementing ISO 9000 standards and by introducing HACCP system of risk analyze in the control critical points. The last one is a must for the producers companies from the all EU member states. Since 2001, the Romanian position regarding the implementation of EU-aquis was expressed into the Agricultural and Rural Development Strategy for Accession to the European Union. In this context, the Ministry of Agriculture, Forests and Rural Development (MAFRD) pointed out the importance of lasting development of agri-food sectors, their contribution to national income growth and the ensuring of food safety. Also, the EU countries through PHARE and SAPARD programs have assisted in these directions. After 2000 the Government took significant steps to harmonize Romanian regulations with that of the EU and to develop Romanian institutional capacity for implementing the new requirements. In this aim, according to CEE 2092/91 and 1804/99 regulations, a set of Romanian laws concerning ecological agri-food products, production rules, labeling, inspection system, certification background, accreditation bodies, trade and financial support were made. The main EU pre-accession instrument for agri-food sector is SAPARD program with the following main targets: (i) to raise the agri-food production and quality of food; (ii) to fit production, processing and commercial field into the European norms; (iii) to strengthen agricultural exploitation into the optimal area; (iv) to keep local traditions; (v) to train agri-producers; (vi) to develop infrastructure in these fields. The Romanian strategy on agri-food sector in the view of EU integration has the following priorities:
- continue the process of harmonizing the EU legislation;
- continue the process of harmonizing the control system concerning Food Quality and Safety and the survey, control and monitoring of the parameters concerning food safety;
- the development of infrastructure concerning evaluation and quality;
- implementation of quality systems: HACCP, GMP, GPL;
- identification of risks sources and research counseling of food quality and safety;
- the strengthening of collaboration between institutions;
- the strengthening of professional training;
- the development of functional food and organic market.

Peter Weiss (Slovacchia)
I speak on behalf of the association of Ecological Farming in the Slovac Republic. We just entered the European Union in May. I would like speak about the reforming EU agriculture policy, about the Commission Regulation number 445/2002, concerning the support of rural development. Farmers in Romania, as well as other eastern countries, had lost their land. For 50 years it belonged to the state. Now after 50 years of socialism, or communism, as you like to call it, the land is being returned to the owners, not to just seven people but the original owners. If a family had owned it, now their children’s children have a right to the land. The land is being parceled into smaller lots, maybe 50 lots. We have about 87 eco-farmers at the moment. A big problem now is helping the new farmer and farmer families who would like to produce vegetables and fruits to make that first step. They have to negotiate with many people to obtain the land. The EU supports rural development but limits the amount of growth ratio. You cannot expand the land by more than half. And if you’re just starting, you don’t really know how much land to start with. You cannot expand for over two hectares of the original size of the land. So if you’re starting with a sheep farm, and need land for pasture, you’re not allowed to expand your land according to the EU regulation. We feel that this workshop is a good place to bring up points of possible reform. We would like to be in touch with neighboring countries which have similar problems in order to tackle these problems together with the EU commission.
 
 
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