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STRATEGIE/ Il tempo è dei filosofi, la terra è di chi la lavora
 
Christo Libano (Frei Betto) (Brasile)
Quando parliamo di strategie, oggigiorno, dobbiamo pensare alla lotta dei contadini a tre livelli diversi, a tre dimensioni. Bisogna pensare alla dimensione internazionale della lotta per i diritti per il possesso della terra, alla dimensione nazionale ed alla dimensione locale. Noi dobbiamo incontrarci più spesso in situazioni come questa; oltre a Slow Food esistono diverse organizzazioni che si occupano dei contadini, dei produttori, una di queste è la Via Contadina, che è un ente permanente, è un punto di riferimento per chiunque lotti per la riforma agraria in tutto il mondo. Tutti quelli che hanno una visione critica di quella che io chiamo la globocolonizzazione, la colonizzazione globale, stanno cercando un’alternativa per il mondo in cui viviamo. A livello nazionale, non bisogna parlare di riforma agraria nei semlici termini di ripartizione della terra, ma bisogna farlo con una nuova consapevolezza del fatto che, in paesi come il Brasile, i problemi non sono soltanto i latifondisti, ma anche le multinazionali che investono in terreni. Esiste poi un confiltto tra agricoltura organica ed industrializzata. Bisogna capire che si deve conquistare il mercato attraverso le cooperative di piccoli produttori, si deve penetrare nel mercato, e questo possono farlo specialmente quelli che hanno già beneficiato di riforme agrarie. La riforma agraria non è solo la conseguenza di una scelta politica del governo, è il prodotto del lavoro di una società. Nessun governo ha mai dato dei diritti alle persone senza che queste li conquistassero con le lotte. Per questo è così importante l’organizzazione dei contadini, in cooperative, ad esempio. Bisogna fare pressione, altrimenti non andremo avanti nella conquista dei nostri diritti. Vediamo il terzo livello, quello locale. I movimenti sociali dei diversi paesi dell’America Latina hanno fatto l’errore di lottare in modo corporativo, per i singoli interessi di parte. Molte volte, i movimenti contadini ritengono di non avere nulla a che vedere l’uno con l’altro, con il movimento delle donne, ad esempio, mentre le donne credono di non avere nulla a che fare con i movimenti indigenisti che, a loro volta, pensano di non avere niente a che spartire con i movimenti dei senzatetto delle città. È per questo che noi, in Brasile, abbiamo cercato di creare una centrale dei movimenti popolari, per coordinare i movimenti sociali. Volevo evidenziare una cosa: più coordinati saremo, più forti saremo, più forti saranno questi movimenti. La cosa difficile è cercare di ottenere qualcosa quando ogni singolo movimento porta avanti i propri interessi corporativi senza collegarsi con gli altri. Lula ha creato questo ufficio per la mobilitazione sociale che ha lo scopo di creare un forum permanente dei movimenti per fare le proprie rivendicazioni e critiche al governo brasiliano, per completare o contribuire alle politiche del governo. Si sta cercando di dare vita ad una collaborazione tra movimenti popolari ed istituzioni, questo è fondamentale per ottenere un successo per le nostre rivendicazioni.
Per concludere, cercherò di spiegarvi come funziona Fame Zero, il nuovo programma del governo del Brasile. Non si tratta di dare da mangiare agli affamati, quello è assistenzialismo, che non è una cosa buona perché l’affamato che ha semplicemente ricevuto un piatto per sfamarsi, la notte avrà ancora fame. La cosa importante è portare avanti pratiche di inserimento sociale e questo poggia su tre pilastri: in primo luogo il trasferimento dei redditi alle famiglie al di sotto della soglia della miseria, della povertà assoluta, vale a dire famiglie che hanno un reddito di un dollaro al giorno. In Brasile le famiglie in queste condizioni sono 4 milioni e 600mila, per il 2006 vogliamo arrivare a coprire i bisogni di queste famiglie, ma non basta. Aiutare i poveri è una cosa buona secondo la Banca Mondiale, ma non basta: il secondo pilastro sono le politiche strutturali; politiche agrarie, agricoltura familiare, abitazione, salute, formazione al lavoro, un insieme di politiche pubbliche finalizzate al fatto che i poveri possano arrivare a produrre il proprio reddito, creandosi un proprio lavoro, senza dipendere dalla solidarietà e dai governi. Il terzo pilastro è l’educazione, l’istruzione del cittadino. È il metodo di Paolo Freire, portato avanti dal governo di Lula con uno staff di 800 educatori. Questo gruppo cerca di portare istruzione ai contadini, perché si sa che, quando il contadino non ha la terra e poi riesce ad avere la propria terra, il problema maggiore è il rischio che questa persona inizi a pensare con la mentalità dei latifondisti. Per questo ci vuole un lavoro di educazione politica permanente delle persone allo scopo di cambiarne la mentalità affinché queste persone non lottino soltanto per i propri diritti individuali. Bisogna unire i punti di vista dei contadini, delle donne, degli indigeni, delle persone per arrivare all’emancipazione del paese e della sua gente. In altri termini, bisogna far si che le nostre rivendicazioni e le nostre lotte siano all’interno di una visione strategica con un progetto di emancipazione globale, non del nostro singolo paese, ma del mondo nel quale viviamo, per vedere se riusciamo a lasciarci alle spalle questo liberismo odierno, per salvare il pianeta dalla catastrofe provocata dal degrado ambientale e dalla disuguaglianza sociale.

Luis Zenaide Gomes (Brasile)
MST è stato fondato nel 1984. In Brasile sappiamo che ci sono 4 milioni e 800mila famiglie senza terra che da vent’anni lottano e finalmente è stato possibile ottenere la terra per 380mila famiglie. Ci sono circa 200mila famiglie che si trovano in insediamenti in varie regioni del paese. 54 milioni di persone in Brasile soffrono la fame nonostante la presenza di numerosissime realtà agricole di piccola entità. Il problema principale in Brasile è la struttura della proprietà agricola, laddove sull’1% dei coltivatori si concentra la maggior parte della superficie coltivabile, mentre 2 milioni di famiglie hanno tutte insieme solamente il 2% delle terre. Il problema della concentrazione delle proprietà agricole in Brasile è molto grave perché il 20% degli agricoltori è in possesso di una grandissima percentuale di ettari di terreno, che si avvicina al 50%. Le implicazioni di questa strategia agricola sono innanzitutto che le colture si incentrano essenzialmente sulla produzione di semi di soia transgenici, che tra l’altro costituiscono anche un pericolo ambientale, il tutto a discapito di altre coltivazioni minori. Questo fa si che l’agricoltura dipenda totalmente dal mercato e non prenda minimamente in considerazione i consumatori locali. I semi di soia non sono usati dai consumatori, ma come mangime per il bestiame. Un aspetto molto importante della riforma agraria promossa da MST è una modifica della matrice tecnologica, cioè una conversione dei sistemi convenzionali in produzioni che utilizzano metodi ecologici basati sulla produzione di sementi e di colture organiche, non solo per preservare il valore del terreno, ma anche migliorare la qualità della vita degli individui. Attraverso la creazione indiretta di lavoro e opportunità di occupazione, si rafforza l’economia locale. Nella legislazione brasiliana, dal 1964, esiste una legge sulla riforma agraria nella quale si dice che si deve consentire agli individui l’accesso alle terre, questo fa proprio parte del corpus legislativo del paese. Nonostante questa legge, la gente si deve organizzare per poter esercitare una pressione sociale in modo da conquistarsi il diritto di accedere alle terre. Grazie a Slow Food e a questo incontro tra comunità internazionali, MST propone una campagna internazionale contro le colture transgeniche.

Michael Ableman (Stati Uniti)
La riforma agraria normalmente viene discussa considerando i bisogni delle persone. Ma io credo che esistano anche dei bisogni della terra stessa e questo andrebbe considerato in una riforma agraria. In California, in una società sovrasviluppata direi, è stata affrontata la questione. La riforma agraria viene discussa anche in riferimento al cosiddetto mondo in via di sviluppo e, se vi recate negli USA, noterete che, dei giovani che sono interessati all’allevamento e all’agricoltura non hanno accesso alla terra nemmeno qui. Quindi si tratta di una questione fondamentale. Vi descriverò un modello che è attuato negli USA. Qui scompaiono 36 ettari ogni ora per la costruzione di centri commerciali, alloggi e così via. Io vivo nella California meridionale, in una fattoria che nel 1954 aveva un terreno agricolo, c’erano 36 piedi di suolo di elevata qualità, col tempo c’è stata una forte erosione del suolo. La fattoria, attualmente, è di 12,5 acri ed ha 26 dipendenti ed un totale di 500 famiglie, 5000 persone ogni anno, che vengono a visitarci. Quando abbiamo dovuto affrontare una vendita obbligatoria per fare spazio allo sviluppo edilizio, abbiamo cercato di contrastare quest’evento ed abbiamo chiesto alla comunità di guardare questa terra come se fosse stata per ciascuno la propria. Abbiamo creato iniziative per i bambini, degustazioni, eventi… Quando la comunità si è resa conto della minaccia si è attivata ed ha agito, in 8 mesi abbiamo raccolto 1 milione di dollari. Un documento estremamente importante è stato elaborato, anche con l’ausilio di diversi senza terra, il cui scopo era promuovere la conservazione della terra per le generazioni future. Quando parliamo di riforma agraria, però, dobbiamo anche considerare in un contesto più ampio quelle che sono le nostre responsabilità una volta che abbiamo avuto accesso alla terra. Credo che, in ultima analisi, una riforma agraria possa avvenire solo coinvolgendo tutti coloro che mangiano, che si alimentano, cioè tutti noi. Credo che la riforma possa aver luogo ed essere completata appieno soltanto se si sviluppano dei modelli con un’utilità anche economica. Noi dobbiamo svolgere un buon lavoro nel coltivare i nostri prodotti e nel fornire prodotti buoni. Se i prodotti sono di cattiva qualità, l’agricoltore non deve essere supportato dalle nostre organizzazioni, noi non facciamo beneficenza. Infine, ritengo che dovremmo considerare la terra e la proprietà terriera come un bene comune: la proprietà deve essere ridiscussa, per quella che è la sua accezione comune. Ribadisco che il mio discorso fa riferimento alle realtà sovrasviluppate.

Olga Razbash (Russia)
Se ho ben compreso gli interventi precedenti, la partecipazione del pubblico è una sorta di garanzia procedurale per gli allevatori e gli agricoltori, una garanzia del fatto che le loro voci vengano ascoltate. Si tratta di una delle sfide più importanti che dobbiamo affrontare. Suppongo che, in tutti i nostri paesi, il problema dell’equilibrio tra grandi aziende e piccoli produttori sia una questione sempre più scottante. L’altro giorno ho partecipato alla plenaria di Terra Madre ed ho visto l’unione di persone di tutto il mondo, persone unite in questo mondo globale di grandi aziende. Per questo vorrei richiamare la vostra attenzione su uno strumento giuridico internazionale molto interessante, sviluppato a livello europeo. Ieri se n’è parlato in una delle sessioni sugli OGM e sul cibo per bambini. Si tratta di un testo che parla dell’accesso alle informazioni; quindi come poter richiedere questi testi e riceverli, quali sono gli obblighi dei funzionari pubblici per fornire queste informazioni connesse al potere decisionale e anche il modo in cui le organizzazioni dei consumatori del pubblico sono in grado di essere coinvolte in questa procedura, in che modo possono avvalersi della legge per fare dei reclami, o per citare in giudizio e quindi per porre rimedio a situazioni di abuso o non corrette. Questo testo è la Convenzione di Horus, siglata nel 2002 in Danimarca con il patrocinio della comunità delle Nazioni Unite per la regione europea. Il pubblico e i piccoli agricoltori spesso non sono uniti come le grandi aziende e certamente non sono altrettanto potenti per quanto riguarda i procedimenti giudiziari o per l’influenza sulla produzione di testi a livello legislativo. È per questo che il 30 ottobre di due anni fa è stata siglata questa convenzione, che ha vari gruppi e vari organismi. Uno di questi è quello sugli OGM, se ne parlava in questi giorni, che ha concluso proprio ieri i propri lavori. Gli esperti di tutto il mondo, uniti in questo gruppo di lavoro, hanno tentato di attirare l’attenzione della comunità internazionale su norme e disposizioni vincolanti che impongano a chi sviluppa delle biotecnologie di informarne il consumatore, questo proprio per consentire a chi volesse preservare la propria terra da OGM di poterlo fare, di poter avere informazioni adeguate. In alcuni paesi, una zona cuscinetto anche di 20 kilometri non è sufficiente per garantire la non contaminazione da OGM. Questa convenzione e l’operato di questi gruppi di lavoro sono stati molto importanti, anche per quel che possono essere gli standard e le norme internazionali che dovrebbero consentire ai consumatori di selezionare i prodotti. Questo è quello che potete trovare nel sito web dell’UNECE. Devo dire che i gruppi di lavoro sono stati molto interessanti. Forse potremmo parlare a Slow Food International. Forse questa associazione può darci l’opportunità di scambiare le nostre opinioni ed informazioni, confrontare i vari progetti per analizzare le leggi relative alle riforme agrarie, i vari movimenti esistenti, forse quindi può darci la possibilità di cooperare ed elaborare degli standard minimi a livello internazionale per quanto riguarda il diritto alla terra, soprattutto nel caso in cui la terra viene confiscata dallo stato. Ci sono delle leggi molto diverse a livello nazionale e dovete inoltre prestare attenzione riguardo ad alcune politiche elaborate dalla banca mondiale circa queste espropriazioni. Esistono tutta una serie di garanzie, di strumenti per difendersi da queste cose. Ci sono sempre più organizzazioni intergovernative che impongono le politiche a livello nazionale. La terra, e tutto quel che la riguarda a livello legislativo e normativo, dovrebbe essere una priorità assoluta per congiungere i nostri sforzi.

(Bolivia)
E’ per noi commovente trovarci tutti qua oggi a condividere le nostre esperienze. In Bolivia, soprattutto nella mia regione, il Dipartimento Pando, stiamo cercando di avviare un dibattito che possa portarci ad una vera riforma agraria per la sopravvivenza dei contadini. Io rappresento una cooperativa formata da contadini, io non sono andata a scuola, ma vi posso raccontare la mia esperienza. Abbiamo lottato in diversi modi, come hanno fatto prima di noi i nostri antenati, per avere una riforma agraria. Da pochi mesi stiamo cercando di metterci in moto e ci siamo mobilitati per ottenere 500 ettari per i contadini, anche se le grandi compagnie si prendono le terre migliori. Si dice che la terra è di coloro che la lavorano, ma le multinazionali credono che la terra sia di chi la può comprare. Perciò stiamo cercando di cambiare le cose nella nostra regione, non è possibile che chi lavora porti benessere solo ai proprietari terrieri e non a se stesso. Noi vogliamo la garanzia di poter mandare a scuola i nostri figli. I pochi ettari che abbiamo a disposizione non bastano, perciò, grazie alle ong che ci hanno aiutato a dorganizzarci, siamo riusciti a fare dei passi avanti. Siamo in pochi ad aver ottenuto dei miglioramenti. Le grandi aziende hanno il terreno e comandano il mercato. Noi vogliamo creare dei prodotti di qualità anche per questo, non solo per noi, ma per esportarli e commercializzarli anche all’estero. Stiamo impiantando dei castagni per lavorare, per permettere ai nostri figli di andare a scuola e per creare dei consultori sanitari. Non abbiamo altri posti dove lavorare, non possiamo e non vogliamo andare a lavorare per le grandi aziende a coltivare il mais o il riso. Noi vogliamo coltivare il castagno per motivi religiosi. Crediamo che siano stati gli Dei a darci le castagne e stiamo lottando per questi pezzi di terra. Le autorità hanno fatto orecchie da mercante, hanno pensato a deforestare per dare spazio alle coltivazioni estensive e questo danneggia non solo l’ambiente, ma anche le nostre possibilità di accedere alle risorse alimentari ed economiche. Vogliamo capire come fare ad ottenere un terreno migliore, un accesso migliore alla terra. Grazie alle ong ci stiamo organizzando in cooperative e di coinvolgere tutti i contadini del posto. Non voglio parlare di leggi, non sono in grado di farlo, ma secondo me bisogna potenziare la democrazia e questo vuol dire avere un pezzo di terra, vuol dire il lavoro per le donne e per gli uomini. Sappiamo lavorare, ma non ci è consentito avere la terra. Grazie ancora per averci fatto riunire e parlare fra contadini.
 
 
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