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RISORSE/ Buono da vivere: le condizioni di lavoro in agricoltura
 
Romano Magrini (Italia)
Io sono il responsabile delle politiche del lavoro, previdenza e sicurezza della Confederazione Nazionale Coldiretti. La Coldiretti è un’organizzazione di rappresentanza dei datori di lavoro e degli imprenditori agricoli. Ha socie in Italia 500mila imprese agricole, in rappresentanza di oltre un milione di lavoratori.
Facciamo prima una fotografia di quello che è il lavoro in agricoltura, in Italia. In Italia ci sono circa un milione di lavoratori agricoli distinti in lavoratori a tempo determinato, circa 900mila, e lavoratori a tempo indeterminato, circa 100mila. I lavoratori a tempo determinato hanno un inizio e una fine del contratto predeterminati, mentre quelli a tempo indeterminato sono quelli che iniziano un lavoro senza avere una scadenza prefissata. A fianco di questo milione di lavoratori agricoli dipendenti abbiamo in Italia oltre 90milioni di giornate lavorative, mentre abbiamo 10milioni di giornate di lavoro in un anno per quelli a tempo indeterminato. Questi sono dati riferiti al 2003, gli ultimi disponibili. La caratteristica del lavoro agricolo italiano, come quella di quello mondiale, è di avere una consistente discontinuità: i lavoratori agricoli non sono impegnati quotidianamente, ma molto spesso lo sono in funzione delle condizioni atmosferiche o di altri fattori. In Italia la discontinuità è fortemente marcata: ci sono periodi in cui l’attività è molto intensa e periodi in cui non c’è lavoro, ad esempio nei periodi invernali. Questo determina il fatto che i lavoratori siano in gran parte sotto contratto a tempo determinato o stagionale. I lavoratori agricoli in Italia, in particolare quelli dipendenti, sono tutelati dal datore di lavoro da una molteplicità di leggi. C’è una tipologia di legislazione legata proprio al rapporto di lavoro e poi c’è una legislazione finalizzata alla tutela della sicurezza del lavoratore durante il lavoro agricolo. Nel tempo si sono accumulate una serie di leggi che hanno consentito e hanno garantito al lavoratore ad esempio un monte ore giornaliero limite, una tutela durante questo orario di lavoro, determinate condizioni di salubrità dell’ambiente lavorativo e di sicurezza rispetto ai potenziali rischi. Il limite dell’orario giornaliero in un’azienda agricola è di circa 6 ore e 30 ed è quello definito dalla contrattazione collettiva, cioè da un sistema di relazioni percui le organizzazioni che rappresentano i datori di lavoro e quelle che rappresentano i lavoratori hanno comunemente sottoscritto un accordo. Oltre alla legge, c’è questo patto volontario tra le parti che serve a circoscrivere ulteriormente i confini della tutela dei lavoratori. Esistono per questo i contratti collettivi nazionali di lavoro degli operai agricoli e degli impiegati agricoli. Questi accordi hanno individuato come limite massimo di lavoro le 6 ore e 30.
Affianco di questi accordi di tutela del lavoro c’è stata una legislazione che, a partire dal 1955, ha sempre più dedicato attenzione agli operai agricoli per regolarne le condizioni di lavoro durante lo svolgimento del rapporto di lavoro in azienda. Ad esempio, abbiamo una legge che protegge il lavoratore dall’esposizione prolungata al rumore, che obbliga il datore di lavoro a fornire ai dipendenti cuffie o tappi insonorizzanti; oppure abbiamo leggi sulla tutela dei lavoratori rispetto al contatto con materiali pericolosi come l’amianto o come altre sostanze cancerogene; una protezione particolare è stata riservata nel tempo a chi lavora esponendosi ad agenti chimici, come pesticidi o anticrittogamici. Quindi nel tempo, al lavoratore agricolo, è stata dedicata da parte del legislatore una particolare attenzione affinché egli possa sviluppare la propria attività nel massimo della sicurezza. Nonostante queste leggi, negli anni, ci sono stati numerosi casi di infortunio sul lavoro, anche se negli ultimi anni il trend è positivo, grazie anche alle attenzioni che le organizzazioni come la Coldiretti hanno dedicato alla sicurezza negli ambienti di lavoro. Nel 2002 gli infortuni sono stati 73mila circa, nel 2003 sono diminuti di oltre 2mila unità. Ci sono poi gli infortuni mortali che sono stati, nel 2002, 167 e nel 2003 120. A fronte di questo c’è stata una grande attenzione soprattutto rispetto alla formazione dei datori di lavoro e agli imprenditori agricoli, e rispetto ai lavoratori, affinchè all’interno delle aziende, oltre che alla legislazione, ci siano delle buone pratiche che riducano il rischio di incidenti. Inoltre è stata posta attenzione all’ammodernamento delle macchine delle imprese agricole: molti trattori ad esempio sono datati e dunque pericolosi e vanno per questo sostituiti. L’efficacia del sistema gestionale di sicurezza, applicato in azienda, ha evidenti risvolti etici ed economici ed assume sempre maggior rilievo per coloro che si rivolgono ai sempre più sensibili mercati esteri. Una migliore atmosfera lavorativa, la riduzione dell’assenteismo, degli incidenti, l’aumento della produttività vanno a formare una migliore immagine aziendale, in un contesto sociale dove la domanda pone continuamente una maggiore attenzione alla qualità e all’eticità dell’azienda, a come un prodotto viene realizzato, alla responsabilità sociale delle imprese.
Ultimamente si è sviluppato, prima in Europa, con la pubblicazione del libro verde, poi in Italia, un qualche cosa che va oltre la legislazione e che vede impegnati in prima persona gli imprenditori: quella che viene appunto chiamata la responsabilità sociale degli imprenditori e delle imprese, che è definita come l’integrazione volontaria delle problematiche sociali ed ecologiche nelle operazioni commerciali e nei rapporti delle imprese con le parti interessate.
Le principali funzioni di un’impresa consistono nel creare valore tramite la produzione di beni e servizi che la società richiede, generando al contempo profitti per i suoi titolari e azionisti, nonché ricchezza per la società, in particolare tramite un processo continuo di creazione di posti di lavoro. Tuttavia le nuove forme di pressione sociale e commerciale inducono le imprese a modificare progressivamente i loro valori ed orizzonti. Le imprese prendono più coscienza del fatto che gli obiettivi di un successo commerciale e sostenibile e di benefici durevoli per gli azionisti non sono perseguibili massimizzando i profitti a breve termine, bensì adottando comportamenti vigili nei confronti del mercato, ma anche responsabili. Esse sono coscienti del fatto che possono contribuire allo sviluppo sostenibile gestendo le loro operazioni in modo tale da rafforzare la crescita economica e la loro competitività senza recare danno all’ambiente, senza sfuggire alle proprie responsabilità sociali e senza trascurare gli interessi dei consumatori. Il consumatore, oggi in italia, guarda con maggiore attenzione al made in Italy, all’origine dei prodotti, a come quei prodotti arrivano sulle loro tavole, al processo produttivo da cui derivano, alle materie prime, ma soprattutto alle condizioni dei lavoratori che hanno fatto si che quel determinato prodotto fosse commercializzato. Io ricordo, ad esempio, qualche anno fa, quell’azione che fu fatta da una nota impresa che produceva palloni da calcio, che venivano cuciti in Asia: tutti sapevano che quei palloni erano cuciti da bambini e anche se in Asia questo è legale, anzi molte famiglie sopravvivivono grazie al fatto che i propri figli possono lavorare, l’azienda scelse sotto la pressione dei consumatori di metter in commercio solo ed esclusivamente prodotti realizzati senza lo sfruttamento del lavoro minorile.

José Montenegro (United States)
My name is José Montenegro. With all due respect, I’m going to read my presentation, because it’s the best way to ensure that I express my thoughts.
I’m happy to be here. I live in the state of California. I’m a Mexican immigrant in the United States of America. I now live away from Mexico, but Mexico is never away from my heart and soul. I’m here to talk briefly about farm workers in California and in the U.S. in general, but first I would like to say that I’m not here to talk for farm workers. I am not the voice of farm workers. Each farm worker has his or her own story to tell. So I will talk about farm workers in two contexts: first, from my perspective as a Mexican immigrant, and second, as a person who has worked many years hand-in-hand with the people of the farm workers’ community in California as well as with projects emphasizing sustainable agriculture, education, economic development, civic participation, and self-reliance.
No presentation about immigrant and migrant farm workers in the United States can ever be just without addressing one key dimension: why do Mexican immigrants become immigrants in the first place? How does migration affect their quality of life? Let me first say that as soon as we immigrated to the United States, and crossed the border, our names changed. Our identities began to erode. When I crossed the border into the U.S., the larger society gave me a bunch of new names: “illegal,” “wetback,” “dirty Mexican,” “alien,” “problem,” “intruder,” “invader,” and other names. That’s how the larger society thinks of us, and that’s how they act towards us. The vast majority of crop workers in the U.S. are foreign-born. However, 95% of them are Mexican. Many Mexican farm workers working in the crop fields of the United States are people who grow up as peasants and farm workers in Mexico. The conversations about farm workers in the U.S. often ignore the systemic, political and social conditions that drive people to leave their homeland. Each day, 600 peasants emigrate from cities in Mexico or try to cross into the United States. In one decade, about 4 million people left the rural sector, which is now principally run by men and women over 50-years old. For every person who seeks his or her place in a new land, there is a community of origin that has a fabric of life that is disrupted by his or her absence.
I was born and grew up in a small farming community in Northern Mexico. My dream was to stay at the farm with my parents, but things got tougher year after year in the community. My parents sent me away to school. But ,I graduated from a public education system that emphasizes education programs profoundly inapplicable to the needs and aspirations of our communities. Ironically, I was less prepared to go back to the farm after I graduated from college. Formal education separated me from my way of life in a violent form. By the time I graduated from college in 1988, rural families could not sustain themselves by farming. Clearly, critical decisions that influences production and commercialization were no longer in the hands of peasants and farmers in my local community. Something was going in the wrong direction. Poverty in my community deepened, thus leading to further desperation. Farmers began to sell or abandon their parcels, and the children of farmers saw little hope in farming. Our local food system began to collapse, like an avalanche, rapidly and overwhelmingly, and with this our capacity to own our future was weakened. Migration, as a form of escape, represented a possible solution for us. As we separated ourselves from the social and cultural structures of our country, we become part of a culture of silence. Many, like my own father, have refused to leave and expand their wisdom at the expense of an exploitative agricultural system far away. But many have joined the exodus of misery in immigrating to the U.S. of America. We did not immigrate to the U.S. in pursuit of the American dream. Instead, migration has been our last resort in trying to originate a solution to generate life.
In the United States, the agribusiness corporations are hungry for profit, while the agricultural workers are hungry for justice. Those along the food chain repeatedly, frequently and systematically violate the human, legal and labor rights of workers. Some examples of the systematic violation of the labor, social and legal rights of farm workers in the crop fields of California in the United States are:
(1) The illegal immigration status among recent immigrants and undocumented workers, which does not allow them to organize themselves and defend their rights and priorities.
(2) The rise of temporary hiring: the percentage of farm workers employed on a temporary rather than full-time basis has increased from 64% to 83% between 1997 and 1998.
(3) Another problem is that farm workers enjoy very few social benefits, such as access to health insurance and medical care.
(4) Another problem is the use of farm labor contractors, the middle person between the employers and the employees: farm labor contractors have a history of abusing farm workers.
(5) Exposure to dangerous pesticides: long-term exposure to pesticides has been proven to cause skin disease, sterility, neurological damage and cancer.
(6) They also face problems off the farm, such as severely inadequate housing conditions.
(7) The cost for children is another issue: nearly half, or 45%, of all farm workers surveyed in 1998 had children; however, a life of migrancy forces many farm workers to leave the children while they work in agriculture.
(8) Another problem is the injustices in the law: U.S. labor laws have a long history of exploiting farm workers, while protections are afforded to workers in other sectors of the economy.
Progress is measured in dollars, rather than in socioeconomic justice terms. In 2002, California farmers produced more than $27.5 billion in farm value. There is even a billion-dollar club, for counties with farm values higher than one billion dollars. Twelve California counties were members of the billion-dollar club in 2002. I wonder if they have thought about creating a farm-worker-justice club. Monterey County has the state’s highest agricultural payroll, at $292 million. The value of agricultural production in 2002 in Monterey Country was $2.8 billion. The value of head lettuce in 2002 was $429 million dollars.
Each day, consumers in the U.S. have a connection to farms in the food they eat. Food is a bargain. In fact, the average American earns enough income in less than 40 days to pay for a family’s food supply for an entire year. The fanfare made in showcasing these values in dollars and cents presents only the so-called “good” side of the story and ignores the injustices and complexities of a corporate-controlled food production and distribution system that victimizes field workers. Obviously, this economic boom has not benefited farm workers. Behind a head of lettuce produced in the fields in California by agribusiness corporations, there is a tragedy, a tragedy large agribusiness wants us to ignore. They want to hide a system whose profit is based on the exploitation of people. In this exploitative system, the focus of many farm workers in the U.S. has been trying to piece together a living, because they cannot afford to have a life. We, of course, have to create viable mechanisms to help bring about dignity and respect to the lives of farm workers. We can do this by perpetuating the dream of Gandhi, Dr. King, and Cesar Chavez, but we can also less-violent kitchens in the United States society.
Addressing the problems of field workers in the U.S. is half of the solution. The other half is the creation of efforts that help young people in their native countries to stay and thrive, building a rich national and cultural heritage. Terra Madre’s event, for me, has been a vivid reminder that there is great hope and that whatever we do to bring about justice, we must do it as who we are. It is the only way to own our future.

Claudio Corallo (Africa)
Vengo da San Tomè e vivo da trent’anni in Africa subsahariana, con un intervallo boliviano. Mi ha interessato il titolo di questo seminario: una qualità che si misura anche sul livello di vita di chi ha lavorato per portare il prodotto sulle tavole.
Io direi che sicuramente uno dei grandi problemi, chiaramente parlo della zona che io conosco, l’Africa subsahariana, si basa proprio su questo: nel senso che se non riusciamo noi, che siamo sul posto, a migliorare le condizioni di vita di chi lavora nei campi, saremo sempre vittime delle cooperazioni internazionali, che in questi ultimi trent’anni di lavoro sul campo, mi hanno dimostrato di lavorare quasi in un tentativo di nuocere e di creare centri economici artificiali che dipendono, e alla fine vi rimangono legati, dalle cooperazioni. Quindi la qualità di vita dei lavoratori è l’unico modo di migliorare la qualità dei prodotti, perché se le persone che lavorano su un progetto, o un prodotto, non hanno una qualità di vita degna non potremo mai arrivare ad avere dei prodotti di alta qualità e saremo sempre non competitivi e quindi sempre vittime dei progetti di cooperazione. Io mi trovo nei due campi contemporaneamente, lavoratore e datore di lavoro, e nei tre, perché ho fatto anche consulenze per cooperazioni. Un datore di lavoro intelligente, perché gli stupidi sono in grado di nuocere agli altri, ma anche di nuocere a se stessi, sicuramente avrà valutato il danno che possono aver recato questi aiuti internazionali e quindi sarà duo interesse e sua cura occuparsi delle condizioni di lavoro dei suoi lavoratori e della qualità del prodotto che crea. Anche il lavoro dei bambini è un discorso tutto da vedere. Ho sentito di persono che qui fanno dei grandi discorsi, ma che conoscono poco la realtà. Posso dire che in molti casi, a parte l’effetto spettacolare che hanno cose vere e tragedie che conosciamo, ma che mi sembrano sfruttate oltre misura, un lavoro per i bambini, cosa che noi non facciamo per questioni più che altro legali, serve a salvare i bambini dal lavoro in casa, che è estremamente più pesante. Il bambino che fa un piccolo lavoro sotto una tettoia in piantagione e viene pagato non è assolutamente una situazione da tragedia, anzi, semmai quel lavoro gli evita di fare avanti e indietro dal pozzo a casa con 20 litri di acqua sulla testa, ecco. Bisogna sempre stare attenti ai modi di dire, alle mode, e dai sentimenti, con i quali spesso si ragiona male. Ecco, ci tenevo a dire questo.

Alfred Courchesne (United States)
I come to you from California, near San Francisco. My farm grows peaches, nectarines, pears, cherries, apricots, plums, and seedless grapes. We have about 130 acres and we rely on a workforce of about 15 men who work in the field, and another 3 or 4 and about 5 or 6 women working in the kitchen and the packing shop. So it’s a lot of people.
I understand all of the issues that have been raised by my colleague from Italy and also by my colleague from my own state of California, Jose. To me, the issue is to treat human beings with respect and – challenge them – but gives them opportunities to do the best they can.
So the question for this workshop is how do farm labor practices relate to producing quality food? Well, I think that all of us understand that you can’t produce a quality product in any kind of endeavor unless the people doing the actual labor – the hand-work that goes into the product – care about their work and take pride in their work and are interested in their work and receive good value for their work. So, in the case of farm worker labor, I think, of course, that we do need to teach those things: pride, interest, challenge, and opportunity. But let’s start with some of the fundamental needs of all workers, which are: good housing, good working conditions, and good communication with their employer. So, rule number one: speak the language. I speak fluent Spanish. Rule number two: give all of your workers, no matter who they may be, a good place to live. On my farm, we have built two brand-new homes for our farm workers, and we have provided trailers – which are mobile homes – for several other families. Of my crew of fifteen men, five of them own their own homes in the town near where my farm is located. So we pay them well enough – that’s the other thing, you’ve got to pay them well. We pay our workers at my farm, Frog Hollow Farm in California, a good living wage: not just a decent living wage, but a good one. They make a lot of money, and my higher-paid workers can afford to buy their own homes in the nearby town.
Most of my fifteen workers have chosen to live in California and become residents. They do go back to Mexico from time to time, and, as José said, as much as they enjoy the quality of life in California, their heart is still in Mexico and they love it and they go there a lot – and sometimes I go with them, to visit them and spend time with them in their villages in Mexico. We pay them well, and we provide them with good housing. The working conditions are good. One of the things that has been mentioned by José concerning agribusiness, the large corporations, that are exploiting the workers – that’s true; I know it’s true in California, and I suspect it’s probably true all over the world. You can’t exploit them. You have to treat them fairly. One way that I think agriculture exploits farm workers – I’ve seen it in California – is to pay piece-rate. They’re not paying by the hour, they’re paying by how much they produce: the number of pounds of peaches they pick, or the number of bushels of corn they pick. We don’t pay that way. We pay by the hour, and we do not ask the workers to work quickly. I mean, we ask them to work quickly and to pay attention to their work, but the main thing is we don’t push them to work faster than a normal pace. We want them to do a quality job. Again, you can’t get quality unless you are patient with your workers and ask them to do a quality job and not work for quantity. Of course, all of this depends on a system, a larger economic system, which rewards food production. How many people in this room think they live in a country that rewards farmers for producing food? I think that’s one of the issues we’re facing here at Terra Madre: most economics in the world today do not reward agriculture. The United States is probably the worst offender of all of those countries, because Americans expect to pay only 12% of their income for food. In most countries, the real cost of food is more like 40%. This means that Americans are getting cheap food. This means that American farmers are not being paid enough to pay their farm workers what their farm workers deserve to make.
So if you want to produce a quality product, you’ve got to have quality laborers who care about their life and their farm. By the way, we provide year-round labor for every single person who works for us, with the exception of people who come to pack the fridge in the summertime; when there’s fruit to pack, we hire packers to come in, and those packers are usually the wives or the family members of the full-time workers who work twelve months a year. So we’ve created a community in and around our farm, a community of farm workers who enjoy working on the farm and feel loyal to it. They’re given good opportunities and they’re given the opportunity to work year-round.
To do this, we have had to create enterprises for the farm that makes the farm more than just a production farm: we’re not just producing raw materials and crops. We also have a value-added kitchen that produces jams and makes breads and pastries, all of which use the fruit that we grow. My wife Becky runs the kitchen, and we employ 6 or 8 workers that work on a daily basis, 52 weeks a year. So, in other words we have created a vertically integrated system of production, based on the fruit we grow, to provide year-round work and year-round marketing activities, not only for ourselves but also for our farm workers. We’ve worked very hard to establish a good market value of quality for our products and to get paid well for that quality so that we can return some of those financial gains to our farm workers as well.

Franco Parola (Italia)
Credo che questa sia un’occasione straordinaria e forse irripetibile di confronto tra realtà così diverse e quindi mi fa molto piacere cogliere questa occasione per portarvi la mia piccola esperienza e darvi qualche stimolo di riflessione per confrontarmi con voi.
Io sono un agronomo e il mio lavoro è quello di svolgere un’attività di consulenza alle imprese agricole. Lavoro qua in Piemonte e quindi la qualità dei prodotti agricoli rappresenta una componente importante del mio lavoro.
La qualità dei prodotti in Europa, così penso di poter dire, così com’è stata percepita dai consumatori, si è evoluta nell’ultimo ventennio partendo da quello che era il considerare la qualità come strettamente connessa alle caratteristiche intrinseche del prodotto, alla sua salubrità, alle sue componenti organolettiche o nutrizionali, all’attenzione a quello che è il processo produttivo, soprattutto relativamente alla tutela ambientale e a quella del prodotto. Le nuove frontiere della qualità penso che oggi siano proprio quelle di porre attenzione al processo produttivo per quelli che sono gli aspetti della qualità della vita di chi opera e lavora in agricoltura. Credo di poter affermare che il prodotto agricolo non è più, per il consumatore europeo, soltanto una cosa che si mangia. Credo che il consumatore abbia capito che il prodotto è anche qualcosa che rispecchia le caratteristiche di un territorio. Il passaggio successivo è comprendere che un territorio è lo specchio delle condizioni di vita di chi sul territorio lavora e vive. Facendo riferimento alla realtà in cui io lavoro, che forse ha una caratteristica particolare se raffrontata alla complessità del nostro pianeta, cioè che le aziende agricole piemontesi sono aziende quasi sempre a conduzione familiare, i cosiddetti coltivatori diretti, cioè quelle situazioni in cui l’imprenditore e il lavoratore sostanzialmente coincidono in un’unica persona. Sono quindi realtà imprenditoriali molto piccole, dove opero io ad esempio la superficie media di un’azienda è di 6-7 ettari, dove la manodopera è quasi sempre fornita dalla famiglia. Ora, questa tipologia di aziende, oggi come oggi, si deve confrontare sul mercato con una concorrenza di realtà imprenditoriali completamente diverse.
Il problema che oggi si pone è quello della delocalizzazione di alcune produzioni, ovvero molti produttori piemontesi, ma anche italiani ed europei, oggi pensano, proprio per le condizioni di mercato in cui si opera, che investire in altri paesi in cui le condizioni di lavoro sono inferiori possa diventare una strada necessaria per poter continuare quest’attività imprenditoriale.
Quindi vi lascio immaginare, partendo dal presupposto che un prodotto rispecchia la qualità del suo territorio d’origine e della vita della gente che ha lavorato per produrlo, che questa non possa essere la strada della qualità.
Rispetto a quanto è già stato detto, vorrei sottolineare l’importanza dell’eticità, della tutela del lavoratore per quanto riguarda i rischi e gli incidenti che possono esserci in agricoltura, come rispetto alle malattie croniche, l’agricoltura è logorante, ma a mio avviso esiste anche un’eticità sul garantire un’equa retribuzione ai lavoratori agricoli. Il mercato internazionale deve creare le condizioni perché questo lavoro possa essere svolto dalle persone nelle località in cui sono abituate ad operare.
Oggi credo che esista una molla che potrebbe essere al tempo stesso garanzia di qualità di prodotti, ma forse anche uno strumento di raggiungimento sul nostro pianteta di una maggiore equità sociale, e questo strumento è l’opinione dei consumatori, con questo ritorno alle conclusioni degli interventi precedenti. Se il consumatore imparerà a comprendere che, nella scelta che fa dei prodotti, l’attenzione non può essere posta solo sui parametri già consolidati, il sapore, il colore, ecc…, ma che si devono considerare anche le condizioni in cui si è svolta l’attività lavorativa che ha generato il prodotto. Se non impariamo a chiederci com’è possibile che sui nostri mercati abbiamo alcuni prodotti tipici delle aree equatoriali ad un prezzo costantemente inferiore a quello dei nostri prodotti locali, e se non effettueremo scelte conseguenti, così come se non impariamo a chiederci se gli imprenditori piemontesi o italiani o europei saranno costretti dalle condizioni di mercato a investire all’estero, perdendo così le tipicità dei nostri paesi, finchè i consumatori non si chiederanno queste cose, non credo che si potrà risolvere il problema. Ma io credo che il consumatore col tempo imparerà a comprendere queste cose, e potrà diventare così veramente uno strumento di crescita della qualità dei prodotti e per una maggiore equità sociale nel nostro mondo.
 
 
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