Terra Madre Terra Madre - Choose your language Ministero delle politiche agricole forestali Regione Piemonte Comune di Torino Slow Food
 
 Consenso privacy
VINO/ Sostenibilità e biodiversità in vigna e in cantina
 
Clara Nicchols (Stati Uniti)
Mi presento: sono una ricercatrice che lavora in California nella regione di Sonoma e Mendocino, il mio lavoro come ricercatrice è quello di studiare gli effetti benefici che portano certi insetti buoni per le vigne, e per il controllo delle pests, e quanto certi tipi di fiori da noi piantati attraggono questi insetti e quanto poi questi insetti siano in grado di muoversi dai fiori alle viti. Quindi la mia ricerca cerca di identificare quali tipi di fiori sono migliori per attrarre gli insetti buoni per il controllo delle pests per le viti. Sto inoltre facendo delle ricerche comparative su due tipi di aziende biologiche: quelle che non hanno alcun tipo di biodiversità e quelle che invece sfruttano la biodiversità presente sul territorio per il controllo delle pests.

Valeriu Cotea (Romania)
Grazie per l'invito, io sono professore all'Università di Scienze Agricole in Tecnologia del vino della città di Yash, nel nord della Romania, ed ho pensato che fosse importante partecipare a questo incontro dove parlerò delle varietà locali di viti coltivate in Romania. Prima però vorrei iniziare con una breve descrizione della Romania e della sua posizione come paese produttore di uva e vino. La Romania è uno dei più grandi produttori di vino in Europa. In Europa la Romania è il quinto produttore di vino con 280000 ettari coltivati e siamo il sesto paese al mondo. Le zone di coltivazione in Romania sono tre: una nella zona dei Carpazi, la seconda è attorno alla zona dei Carpazi, e la terza è tra il fiume Danubio e il Mar Nero. La regione più importante per la coltivazione e la produzione di vino è la regione della Moldavia. La produzione di vino bianco raggiunge il 74% della produzione totale, mentre il restante 26% è occupata dalla produzione di vino rosso, che però negli ultimi anni sta aumentando.
Ora parlerò delle varietà di uva coltivate in Romania. Le prime sono uve bianche che per estensione sono le varietà più importanti. Tra queste troviamo: le prime due varietà per estensione sono varietà locali, poi abbiamo riesling italico, aligote, moscato. Poi per le uve rosse abbiamo: merlot e la presenza di due varietà autoctone che sono bobasca nagra, vetasca nagra e il cabernet sauvignon. Dal punto di vista dei consumatori la varietà maggiormente consumata è il moscato, per la sua aromaticità, ma le altre tre varietà preferite dai consumatori sono le varietà locali: vetasca nagra e francuscia. Tra le varietà autoctone romene ci sono nomi che includono indicazioni geografiche e nomi generici senza riferimento geografico.
La più importante uva bianca è la vetasta alba, che tradotta vuol dire uva bianca della ragazza, si può anche trovare in Ungheria con il nome di lanka, ed è una delle varietà più antiche. Poi tra le uve bianche nella regione del Cotnari viene coltivata la francuscia che è un'altro nome generico ma che ha anche un'altro sinonimo mustassa del modova, uva della regione della Moldova. La varietà krazza è un riesling dalla regione del Bannat che si trova nella zona ovest della Romania. La regione di Bannat è in parte in Yugoslavia in parte in Romania ed in parte in Ungheria, ma noi la consideriamo una varietà rumena locale. Un'altra uva proveniente dalla Moldavia che non contiene nel nome indicazioni geografiche è la bobasca grava, l'uva della vecchia signora, e poi la vetasca nagra, entrambe sono varietà per la produzione di vino rosso. Vetraska nagra è una varietà che ha più di 2000 anni, era presente ancora prima dell'arrivo dei romani, è molto conosciuta in germania e lì viene venduta con un nome diverso schwarze Maedchentraube ed il vino prodotto con questa varietà è diverso per il mercato tedesco rispetto al vino prodotto per il mercato rumeno. Poi un'altra varietà molto importante, perchè ha l’indicazione geografica nel nome, è la grasa de Cotnara, grossa dal Cotnari. Quest’uva ha il potenziale per sviluppare muffe nobili. Questa è la più famosa uva per il vino dolce in Romanaia.

Frédéric Trébillac (Francia)
Buongiorno io mi chiamo Frédéric Trébillac e sono un produttore di vino del sud della Francia. Là la denominazione è quella di Banyuls, che è una zona per la coltivazione delle viti che si presenta con terrazze di scisto, quindi terreni molto poveri, che guardano il mare Mediterraneo. In questa zona il vitigno più usato è il grenache, il prodotto tradizionale è un vino dolce naturale in cui la fermentazione viene fermata con l'aggiunta di alcol, in quanto le uve sono molto zuccherine, e alla fine il vino ottenuto contiene circa 80 - 100 grammi di zucchero. La mia esperienza sul Domaine de la Rectorie, sulla denominazione collieure, è per riorientare la produzione verso la produzione di vini bianchi rossi rosati e quindi non più la produzione di vini dolci. Per trasformare una produzione di vini dolci in vini bianchi o rossi secchi non è sufficiente fermare la fermentazione, ma si deve cambiare il metodo di produzione. Il grenache è una varietà molto difficile da controllare: il fiore spesso non si mantiene sul ramo ed è una varietà che teme molto l'ossidazione perchè non ha molta acidità. È una varietà così difficile da coltivare che l'anno un cui Slow Food ha nominato la giornata nazionale del grenache è stato l'anno in cui si è tirato di più il vino. Per raggiungere dei buoni risultati abbiamo messo in pratica delle potature precoci, per raggiungere una maggiore acidità, ed un mese in più di maturità. Il lavoro sul terreno è molto difficile, a causa della topografia, e tutto il lavoro è svolto da due muli. Se venite a trovarci a Banyuls vedrete che non è folklore. Sul Domaine Morrie la lavorazione è più facile, abbiamo potuto utilizzare dei trattori a cingoli. Nei due minuti che mi restano voglio presentare il Rancio Sec. I rancio sec sono la produzione più antica delle nostre vigne e sono i vini bianchi come potevano esistere nel già medioevo. Di fatto si prendono uve bianche o grigie, si pressano, si vinificano e si mettono nelle barrique e si dimenticano per diversi mesi. Con il tempo il vino si ossiderà e diventerà di un colore ambrato ed i mosti che arriveranno ai 15,16 gradi prenderanno l'ossidazione. La fermentazione avviene nelle barrique e dopo un anno si aggiunge dell'altro vino, si rabbocca. Quest'anno potrete assaggiare questo vino. In tutto, la produzione di questo vino, raggiunge non più di 4000 bottiglie in tutta la Francia. Vi invito ad andarlo a degustare al Salone del Gusto: è un vino che si può sposare con una cucina dai gusti forti; acciughe e formaggi molto invecchiati. Il vino Rancio è un presidio.

Aldo Lorenzini (Italia)
Vengo da Soave e rappresento i produttori della zona di Soave. Ho ascoltato con interesse le relazioni di questa mattina sul biologico e sulle denominazioni.
Il soave è uno dei vigneti più grandi d'Europa con 7000 ettari contigui. Soave si trova tra Verona e Venezia e la varietà coltivata è prevalentemente garganega. Io sono qui per parlare dei problemi e delle problematiche della viticoltura storica, con i suoi problemi legati alla grande parcellizzazione della produzione (anche se la zona del Soave sembra un unico grande vigneto) e con l'impossibilità di aumentare la superficie vitata, sebbene il mercato potrebbe sostenere una maggiore produzione. Questo viene motivato dal fatto che la zona è già satura da più di cento anni. Ma il tema di questo incontro è la biodiversità, quindi non mi dilungherò oltre su questi problemi e vi porterò l'esempio di alcuni progetti che stiamo sostenendo.
Il soave è un territorio molto studiato per la sua storicità. Il suolo è di origine vulcanica e copre un substrato calcareo che affiora nelle colline verso ovest, mentre a est la componente vulcanica è preponderante .Unica varietà coltivata è la garganega su un suolo omogeneo, ma si coltiva anche un qualche centinaio di ettari di trebbiano di Soave: fin dagli anni ’30 prima zona per vino pregiato riconosciuta dal ministero, poi nel 1968 prima denominazione di origine per la regione Veneto ed infine la zona del Soave ha ricevuto la DOCG per il Recioto che è la versione passita della garganega. Si sono fatti molti studi, tipo la zonazione viticola, ma volevamo andare oltre ed abbiamo creato un progetto, in collaborazione con i produttori e con l'aiuto della Regione Veneto, che cerca di studiare la storicità dell'area. Unica uva, unico suolo, unico clima, ma molte espressioni di questa vino. Si vuole cercare di fare una ricerca storica delle etichette e delle varietà di garganega che sono state selezionate dai produttori negli anni, ci sarà poi uno studio sul microclima e l'identità del suolo e la loro interazione, per finire con uno studio storico importante sulla sapienza dell'uomo: quello che il vignaiolo riesce a ricavare da quello che la natura offre. Tutto questo per dare una carta d'identità dei loro vigneti. Questa ricerca seguirà le orme di quanto già fatto in Piemonte nella zona delle Langhe e speriamo nell’aiuto di Slow Food.
Questo per quanto riguarda una biodiversità. Per quanto riguarda la sostenibilità, invece, un territorio di questo tipo ha diverse problematiche. Noi siamo fortunati: fino adesso il territorio è rimasto quasi inalterato dal punto di vista degli insediamenti e vorremmo fare tesoro dell'eredità che ci è stata lasciata. Da poco è stato comunque ideato un progetto sulla salvaguardia del paesaggio e lo studio delle sue caratteristiche, su come intervenire per creare degli impianti che non snaturino il paesaggio.

Abele Casagrande (Italia)
Porterò la mia esperienza di produttore di una piccola denominazione di origine che è vicina alla zona del Soave, ma posta più a nord. La zona è del lessini durello ha una superficie di 5000 ettari, ma solo 500 sono dedicati alla coltivazione della vigna. La mia esperienza parla di piccoli viticoltori che fanno riferimento solo a sette aziende vinicole per la trasformazione dell'uva in vino. Negli ultimi 25 anni la varietà d'uva autoctona coltivata in questa zona ha rischiato l'estinzione. La durella è una varietà autoctona presente nel territorio da più di 700 anni, vive in un terreno collinare di origine vulcanica fino ad un'altitudine di 500 metri ed ha una maturazione tardiva. In anni precedenti, i viticoltori dedicavano la produzione alla vendita di vino sfuso in grande quantità per le produzioni di grosse uve di spumanti in Francia, Germania e Italia. La crisi produttiva del vino, degli spumanti e dei vini bianchi, ha fatto temere un abbandono della viticoltura nella nostra zona. Questo fatto è dovuto anche alla parcellizzazione ed al conseguente abbandono della coltivazione dell'uva da parte delle giovani generazioni, all’impossibilità di meccanizzare la coltivazione delle vigne a causa della morfologia della zona e all'impossibilità di ricavare sostentamento economico sufficiente per le famiglie. I viticoltori hanno dovuto prendere una difficile decisione: diversificare la produzione, con il rischio dell'abbandono del vitigno in un primo momento, e l'internazionalizzare la coltivazione locale. Si è iniziato con l'identificazione delle zone che non erano adatte per la coltivazione della duella, le zone alte delle colline, dove ad un'uva a maturazione tardiva non era garantita una maturazione completa ed una buona resa. Si è sostituita la durella con vitigni più internazionali come chardonnay e pinot grigio, vitigni precoci che hanno dato vini di alta qualità e di moda sul mercato. Questa operazione ha permesso di portare ossigeno economico ai viticoltori e di investire i guadagni nella selezione, nella sperimentazione e nella conoscenza della durella.
Le caratteristiche della durella vanno all'opposto della qualità grenache di cui parlava prima l'amico francese, quindi un vino dalla grande acidità, un vino adattissimo per la spumantizzazione. Il risultati in tappe di questo percorso di cui ho appena parlato sono che nel 1987 c'è stato il riconoscimento della denominazione, nel 1997 i produttori si sono consociati in consorzio di tutela, nel 2003 il consorzio ha adottato un presidio. Quindi eravamo un prodotto da presidiare e siamo diventati un prodotto che ha adottato un presidio. Parlando di numeri, la superficie coltivata a durella è diminuita di un terzo in 25 anni, ma il numero di bottiglie prodotte è aumentato di dieci volte. Quindi dal nostro punto di vista non si devono affrontare i problemi in modo rigido, ma si devono reperire sul territorio i mezzi per affrontare i problemi ed i coltivatori sono molto contenti dei risultati ottenuti e della qualità dei loro prodotti.

Stefano Bellotti (Italia)
Io sono Stefano Bellotti, viticoltore nella zona del Gavi, esattamente Tassarolo. Ho16 ettari di vigna e mi dedico ad altre coltivazione agricole di ricerca. Pratico l'agricoltura biodinamica da 20 anni, ma non amo le etichette. Sono convinto che questa sia agricoltura e che la vera agricoltura sia stata colonizzata dalle aziende chimiche che hanno trasformato le aziende agricole in agroindustrie. Io, nei miei vigneti, non ho mai usato concimi e non ne ho mai usati sui miei terreni. Pratico la semina di molte varietà di erbe, non solo quelle spontanee, a filari alterni. Per gli interventi fitosanitari sono arrivato a risultati abbastanza soddisfacienti, con una media di 2 kg di rame metallo per ettaro riusciamo a gestire la peronospera. Nei miei vigneti c'è molta biodiversità: pianto molti alberi, anche se può dare fastidio alla meccanizzazione, ma sono più i vantaggi degli svantaggi. Nella vinificazione lavoriamo senza uso di lieviti perchè penso che parte delle caratteristiche dei terroir… purtroppo le uve hanno avuto bisogno dei lieviti industriali dal momento che sono stati utilizzati prodotti chimici che distruggevano la microflora presente sulle uve e l'uva portata in cantina non era in grado di gestire la propria fermentazione, mentre le nostre uve non hanno problemi a portare a termine la fermentazione anche con gradazioni elevate. Ad esempio, nel 2003, a causa di una maturazione veloce delle uve abbiamo raggiunto il grado alcolico di 14.6 ma siamo riusciti a vinificare con lieviti indigeni. Questi lieviti danno una direzione importante al vino, quindi, se noi facciamo il vitigno autoctono non è molto giusto utilizzare lieviti di shiraz prodotti in Australia. Un altro problema è anche quello energetico ed io stavo pensando di ritornare all'utilizzo del cavallo in vigna.

Edoardo Isnenghi (Italia)
Buongiorno. Partirei, invece che dalle foreste di sughere, dal tappo.
Sappiamo che le economie del Mediterraneo sono legate all’equilibrio di produzioni diverse tra loro. Le sugherete, e la coltura e la cultura del sughero, è legata al fatto che, nelle aree mediterranee, non queste, ma quelle più calde del Mediterraneo soprattutto occidentale, le economie rurali erano legate ad un equilibrio sano e bilanciato di tipo agro-silvo-pastorale, che era sostenibile e lo è ancora, perché era una produzione differenziata. Partendo dalla sughereta, immaginate le sugherete seminaturali della Sardegna, del Portogallo, della Spagna e del Nord Africa… sono zone di una biodiversità molto elevata, anche per numero di specie animali, e dal punto di vista della sostenibilità economica, sono aree che producono tutta una serie di prodotti: pastorali, perché la pastorizia sostenibile è possibile in queste aree, producono sughero, strettamente legato allo sviluppo della viticoltura, che ha un reddito elevatissimo per ettaro e quindi è un prodotto importante, anche se non viene usato poi in viticoltura. La mia cravatta è fatta di sughero. Il sughero è un prodotto che può essere usato per i vestiti, o per i rivestimenti termici delle case, è un prodotto che ha una versatilità enorme. Gli altri prodotti dell’economia legata alla sughereta sono: i mieli, il mirto, il ginepro… tutta una serie di prodotti mediterranei tipici, che sono legati ad un ecosistema molto complesso, che ha sicuramente bisogno di essere tutelato.
Esiste un progetto del Mediterraneo occidentale, sostenuto dal WWF, e una ricerca in primis di alleanze soprattutto con il mondo agricolo, dei silvicoltori o di chi si occupa le zone boschive del mediterraneo, per arrivare ad un modello di economia rurale, che integri questo aspetto della silvicoltura, con quello agricolo e con quello pastorale, il tutto in un quadro di sostenibilità ambientale.
Sul rapporto con il mondo del vino e con i viticoltori, da due anni abbiamo trovato delle buone alleanze ed abbiamo bisogno di un appoggio chiaro, deciso, netto, su un percorso di qualità, ad esempio, del tappo e sulla chiusura di questa continua diatriba sulla tappatura delle bottiglie, perché vogliamo capire, da chi ha sicuramente più esperienza di noi, se è vero, come ci si dice, che il tappo di sughero è un rischio. Noi abbiamo saputo che il tappo è un rischio se non è un tappo di qualità. Quindi la qualità di un prodotto, anche il sughero è un prodotto naturale, e qui si parla spesso di dipendenza dall’agroindustria o dall’industria chimica, o dal petrolio usato per la produzione dei tappi in polimero… quindi vorremmo capire se i viticoltori sono favorevoli ad un discorso più ampio che garantisca una qualità di prodotto e che garantisca il fatto che sia possibile continuare a tappare le bottiglie di vini di qualità con tappi di sughero di qualità. Questo deve essere chiarito per evitare dei malintesi su progetti di sviluppo equilibrato, che tutelino la biodiversità, che tutelino anche la sostenibilità economica dei progetti, basati sull’utilizzo del tappo di sughero. Vorrei cercare di aprire una discussione. Noi non siamo legati nel nostro progetto di tutela di ecosistemi, assolutamente di valore, al discorso del tappo, per carità, ma solamente sposando un’idea di sostenibilità, anche economica, dobbiamo garantire a queste economie agro-silvo-pastorali una prospettiva economica nella produzione del sughero.


 
 
 Consenso privacy
Fondazione Terra Madre C.F. 97670460019 • Note legali Powered by Blulab