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BEVANDE/ Alcolico per tradizione
 
Maurizio Fava (Italia)
Buongiorno a tutti. Mi occupo di distillati per Slow Food come collaboratore esterno di un progetto che si chiama Master of Food, finalizzato alla conoscenza dei prodotti agroalimentari, del cibo e delle bevande qua in Italia.
In particolare io mi occupo di distillati e di grappa italiana.
Oggi siamo qui per confrontare molte esperienze, provenienti da molte parti del mondo, che riguardano proprio i distillati e i fermentati, intesi come prodotti che, forse nel mondo occidentale ricco, sono diventati negli ultimi anni una produzione d’elite, una produzione per il puro piacere edonistico, ma sicuramente in gran parte del mondo, ed anche in Italia e nel resto d’Europa fino ad una cinquantina di anni fa, erano di fatto dei veri e propri alimenti. Erano fonte di energie, fonte di calorie a buon mercato, spesso erano anche l’unica possibilità per la popolazione di ingerire liquidi senza rischi dal punto di vista igienico-sanitario. Io credo che in larga parte del mondo questo valga ancora. Penso che, ad esempio, nei paesi freddi, il calore prodotto dall’assunzione di alcol sia indispensabile per la sopravvivenza. Sicuramente le calorie fornite dagli alcolici sono a buon mercato.
Oggi ascolteremo alcune storie di produttori che vengono da diversi luoghi della Terra e che ci presenteranno i loro prodotti, con le storie e le tradizioni che stanno dietro a questi prodotti.

Inese Eglite (Lettonia)
Vi presenterò un prodotto lettone, il Riga Black Balsam. Il problema è che io mi trovo qui incollata al microfono, mentre preferirei di gran lunga scendere tra di voi, interagire con voi, ma non posso farlo altrimenti non sentireste più.
Vi parlerò di un prodotto unico, del mio paese, ma vorrei farvi prima una domanda: quanti di voi, nei vostri paesi, avete un liquore che sia specifico del vostro paese e non anche di altri?
Bene, circa la metà del pubblico ha un liquore che rappresenta il suo paese, quindi ciascuno di voi dovrebbe presentare questo prodotto perché significa che voi lo conoscete, ma gli altri no.
Ma torniamo al Riga Black Balsam. È un liquore famoso sia in Lettonia, sia fuori dalla Lettonia, ma fortemente simbolico per lo stato lettone in generale e per la città di Riga in particolare. Il Riga Black Balsam ha una tradizione di più di 200 anni e, essendo unico, deve provenire da un unico paese.
La Lettonia si trova sulle coste del Mar Baltico, un mare piuttosto piccolo e poco profondo, ma molto bello. La Lettonia è ricca di ambra, che è in parte un prodotto del mare, perché si deposita per lo più nel mare, ma anche nelle foreste. Il mio paese ha tanta natura e non è densamente popolato, questo significa per i produttori la possibilità di coltivare in modo naturale e produttivo. Che cosa rende unico il Riga Black Balsam? Si tratta di una combinazione di 24 diversi ingredienti naturali. È un liquore, un amaro. La categoria degli amari è molto vasta, spesso comprende anche liquori dolci, nonostante la definizione sia quella di un amaro. Quindi è solo attraverso una degustazione che potrete capire che cosa appartenga alla categoria amari e se questo balsamo appartenga a questa categoria. Il Riga Black Balsam contiene fiori, germogli, radici che si uniscono in questa miscela unica.
Nel XVIII secolo gli alchimisti cercavano di ottenere l’elisir di lunga vita e il Riga Black Balsam fu uno dei primi modi di sperimentare la produzione di queso elisir con l’alcol unendovi germogli, fiori e radici. Nel XVIII secolo, e più precisamente nel 1752, un farmacista di Riga, Abraham Kunze, creò questo elisir, che chiamò Riga, che si evolse poi nel Riga Black Balsam. Sulle bottiglie viene comunque indicata questa data.
Ora vi parlerò brevemente degli ingredienti e del processo di produzione del Riga Black Balsam. Gli ingredienti, come vi accennavo prima, sono 24 e comprendono erbe raccolte in Lettonia, come germogli di betulla, mirtilli, lamponi, menta, melissa, e poi il menyanthes, una pianta usata anche in omeopatia per migliorare la circolazione sanguigna, valeriana, iperico e molte altre… Alcuni ingredienti provengono dalla Lettonia, mentre altri arrivano anche da luoghi molto distanti, come l’olio balsamico peruviano che viene importato sin dall’antichità per essere aggiunto a questo prodotto, oppure la radice di genziana, che in Italia conoscete tutti. Tutti gli ingredienti vengono fatti macerare nell’alcol per diversi mesi in grosse botti di rovere, che conferiscono al prodotto il suo colore molto scuro ed il suo aroma. Poi vengono aggiunti acqua e sciroppo di zucchero. Sin dai primi tempi della sua produzione, il Riga Black Balsam è stato conservato in bottiglie d’argilla o di ceramica. La funzione di questi materiali è duplice: anzitutto la protezione dal sole, e poi la naturalità del materiale conforme a quella del liquore.
Il Riga Black Balsam ha ceduto il suo nome alla società che lo produce, che si trova a Riga da 100 anni e si occupa della produzione di svariate bevande alcoliche. L’etichetta del Riga Black Balsam rispecchia la storia e la tradizione del contenuto. Nel corso degli anni, il Riga Black Balsam ha vinto 30 medaglie in diverse gare e competizioni ed è stato distribuito a molti dignitari, come la Regina Elisabetta II, questo perché il Riga Black Balsam viene sempre portato in omaggio dalle delegazioni lettoni nei paesi stranieri, essendo il simbolo del nostro paese, e per questo è molto conosciuto all’estero. A Riga, nel 2002, è stato organizzata una manifestazione per festeggiare il duecentocinquantesimo anniversario ed è stata coinvolta tutta la città.

Juan Alonso Molina Morales (Venezuela)
Cerchiamo di riassumere una storia complessa e molto antica del Venezuela. Come sapete, è un paese della zona intertropicale dell’America meridionale. La storia delle nostre popolazioni indigene ha più di 14000 anni. I gruppi indigeni del Venezuela centro-occidentale utilizzavano sotto molteplici forme una pianta antica, l’agave. L’agave è una pianta endemica nel nord del Venezuela e nel nord est della Colombia e cresce in zone semiaride.
Gli indigeni erano soliti alimentarsi con le foglie tagliate da questa pianta cucinate in forni di terra. Mangiavano le foglie di agave sia direttamente sia dopo la pressatura, facendone un succo e lasciandolo fermentare. La bevanda che ne ottenevano era usata per scopi rituali e cerimoniali.
Nel XVI secolo arrivarono gli spagnoli e si appropriarono progressivamente degli usi tradizionali indigeni, la popolazione divenne meticcia e, probabilmente a metà del XVIII secolo, si cominciò a distillare questo fermentato di agave. Perciò noi ora parliamo di un distillato che ha di fatto una storia di 150 anni. Questo distillato è stato in competizione in Venezuela con il distillato della canna da zucchero, il rum. All’inizio del XX secolo, il cocuy, distillato dell’agave cocuy, dominava il mercato venezuelano, alcuni produttori erano già arrivati ad un buon livello di produzione, quasi industriale.
I produttori di rum, ubicati nel centro del paese, approfittarono della dittatura di Juan Vincente Gomez e si allearono con lui contro gli interessi dei produttori di agave del centro del Venezuela, che aspiravano a diventare proprietari dei terreni che coltivavano, al fine di ottenere dei privilegi commerciali. Alla coltivazione dell’agave cocuy era abbinata una fiorente attività di allevamento di capre, che si alimentavano delle fibre della pianta stessa. Alcuni grandi proprietari terrieri non avevano interesse alla diffusione della piccola proprietà terriera e chiesero di fatto una persecuzione di questi contadini. Pertanto la produzione di agave cocuy fu avversata dal governo.
La persecuzione dei produttori di cocuy, che cominciò nel 1920 sotto il governo di Gomez, si concretizzò di fatto nel 1950 sotto un altro dittatore, Perez Jimerez, in una vera e propria proibizione legale della produzione di cocuy. I produttori più grandi ebbero seri problemi e dovettero interrompere la produzione di cocuy, che proseguì solo nelle piccolissime aziende, fra i contadini che vivevano nelle zone remote del paese, difficili da raggiungere. Questi contadini furono gli unici a continuare la produzione, che non solo non era più un’attività di tutto rispetto, ma costituiva di fatto un reato. Ovviamente la qualità del cocuy peggiorò notevolmente, dato che gli impianti di produzione divennero clandestini, spesso consistevano in semplici alambicchi artigianali nascosti in mezzo ai boschi.
Finalmente nel 1998, un gruppo organizzato di produttori e agricoltori, guidato da Domingo Guaidò, si unì con alcuni tecnici specializzati e docenti universitari preoccupati per la perdita di un così importante patrimonio d’identità culturale. Insieme cominciarono a chiedere la depenalizzazione della produzione del cocuy. Finalmente le autorità si sono interessate al problema, e nel 2000 è stata abolita la legge che proibiva la produzione del distillato di agave cocuy.
Si cominciò a parlare di incentivi alla produzione e nel 2002 è stata promulgata una legge che tutela e favorisce la coltivazione dell’agave. Un mese fa, settembre 2004, è stato approvato il regolamento esecutivo per questa legge. In questo momento esistono circa 600 produttori artigianali di cocuy, che rappresenta ancora una fonte primaria di sostentamento per 3000 contadini che lavorano nella coltivazione diretta dell’agave.
Grazie alla depenalizzazione, è stato possibile riorganizzare la produzione del cocuy, anche attraverso dei disciplinari. La sfida del presente è quella di migliorare la qualità della produzione, recuperare l’antica qualità, ora che è possibile distillare cocuy senza doversi nascondere. Adesso le coltivazioni possono essere organizzate sistematicamente, mentre prima si dovevano utilizzare le foglie delle piante selvatiche. Prima si usava dire che se fosse cresciuta la domanda i danni ambientali sarebbero stati irreversibili. Attualmente i produttori artigianali hanno portato i vecchi alambicchi dai boschi dove li tenevano nascosti alle loro case, dove ci sono migliori condizioni igieniche e anche di lavoro.
Ora speriamo che questa pianta così generosa, della quale consumiamo anche le radici, i fiori, la palma, il cuore del tronco, dalla quale si ottiene una fibra tessile, consenta a questi contadini che sono stati perseguitati, in molti casi a costo della vita e delle loro proprietà, di costituire la sopravvivenza del patrimonio culturale base di quell’area. Finalmente questi contadini saranno i primi beneficiari delle nuove leggi. Speriamo che tutta la fatica che è stata fatta non cada nel vuoto. Speriamo di non finire nelle mani del grande capitale industriale e di lasciare spazio ai piccoli produttori artigianali, in modo che siano le comunità direttamente composte e organizzate dagli agricoltori a dirigere il proprio lavoro ed il proprio futuro, non solo per ragioni economiche, ma anche sociali e culturali.

Derenik Hovhannisyan (Armenia)
Signore e signori, sono qui per presentarvi una regione dell’Armenia. Sono qui per presentarvi la tradizione gastronomica e le bevande alcoliche del nostro paese e l’importanza della cultura nella loro produzione.
La Repubblica armena è una tipica regione di montagna che si trova nella zona meridionale del Caucaso. Confina con la Georgia, l’Azerbaigian, la Turchia e l’Iran. Il 90% del suo territorio si trova al di sopra dei 1000 metri s.l.m., di cui il 40% sopra i 2000 metri. L’Armenia ha una superficie di 30mila kilometri quadrati e la sua capitale, Jerevan, ha una popolazione di 3,5 milioni di abitanti. La mia regione, Syunik, è una delle principali, la sua area è di 4506 chilometri quadrati e la sua popolazione è di 164mila abitanti. Questa regione include 7 città e 128 comuni, il centro della regione è Kapan.
La principale occupazione della regione è l’agricoltura. La terra coltivata è stata privatizzata. La ricchezza della regione è costituita dai fittissimi boschi, dalla ricca biodiversità, popolati da moltissime specie che sono entrate nel libro rosso dell’Armenia, il libro che include le specie in via d’estinzione.
L’orgoglio e la ricchezza della nostra regione è rappresentato da una varietà di platano tipica del Caucaso e che si trova nel bosco di Nerkinand, che occupa una superficie di 60 ettari. Questa è una specie unica del Caucaso. Come abbiamo visto, la regione è molto ricca dal punto di vista naturale e presenta molte specie selvatiche tipiche. Oltre alla vegetazione boschiva, in questa zona troviamo la coltivazione della vite, di molti tipi di frutta e di more da cui vengono ricavati succhi di frutta, marmellate, fermentati, distillati e la vodka distillata in casa.
L’Armenia non è un paese in cui l’alcolismo è un problema grave, ma questo non significa che gli armeni non bevano alcolici, anzi, soprattutto in occasione delle vacanze, o dei matrimoni, nei momenti in cui ci si raduna intorno al tavolo, si devono vodka e vino di produzione domestica.
Esistono delle regole non scritte e delle tradizioni che sono passate di generazione in generazione sia per quanto riguarda l’uso delle bevande alcoliche, sia per quanto riguarda la loro produzione. La produzione domestica degli alcolici è differente da casa a casa a seconda delle tecniche di fermentazione e di distillazione utilizzati.
I fermentati sono prodotti con diversi tipi di frutta, pere, mele, fichi, con le rose e con le more selvatiche. La particolarità degli alcolici di produzione domestica consiste nel fatto che nella loro preparazione non viene usato né zucchero, né alcol. Queste bevande sono fatte con fermentazione naturale dei succhi di frutta e sono diverse per gusti, qualità e aromi. Da tempo immemorabile queste bevande sono utilizzate nella medicina tradizionale e sono entrate a far parte della medicina nazionale.
Le more selvatiche, i cui cespugli preservano il suolo dall’erosione, crescono in montagna e sono usate sia per la preparazione di fermentati sia per la vodka. Anche gli arbusti della rosa, che contiene vitamina c, sono diffusi nella regione. I petali di rosa sono impiegati come foglie per il tè e per i distillati.
La morus alba e la morus nigra è diffusa in questa regione. Sono piante originarie della Cina, ma sono presenti in Armenia dal XVI secolo. Le more sono mangiate fresche o in succo e la loro pianta è impiegata nella medicina soprattutto come cura per il diabete e per le malattie del tratto intestinale.
Il cornus è una pianta molto resistente che viene anche coltivata. I suoi frutti sono usati per farne marmellate, composte e per fare la vodka di alta qualità, sono indicati inoltre come medicine per le malattie da raffreddamento.
Il pero offre un frutto che contiene molti zuccheri, acidi organici e vitamine. Anche questo frutto viene consumato sottoforma di marmellate, composte, come frutta secca e serve a fare una vodka dal spore molto delicato e gradevole.
Il melo è in Armenia una delle piante più antiche, si trova qui da più di 300 anni. La mela è altamente nutritiva e, oltre alle preparazioni che abbiamo già visto, è usata per preparare il sidro ed altri distillati come il calvados. Inoltre, l’aceto di mele di preparazione domestica è usato, come anche il miele, per prevenire diverse malattie.
Il fico è usato per prevenire l’erosione del suolo ed ha poi diverse applicazioni: anche in questo caso per la produzione di marmellate, distillati, ed è presente su ogni tavola come frutto decorativo. In medicina il fico è usato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari.
La pianta di sambuco nero è utilizzata in ogni sua parte in medicina. I suoi frutti contengono vitamina e, carotene ed acido acetico. Si usa per la produzione di marmellate, di tè, e per scopi diuretici.
Bisogna sottolineare che la qualità delle bevande alcoliche dipende anche molto dalla qualità dell’acqua utilizzata. La filtrazione dell’acqua attraverso la sabbia e la sua areazione sono molto importanti. L’acqua di sorgente possiede delle qualità ed una trasparenza che sono poi trasmesse ai prodotti distillati.

Tasaki (Giappone)
Purtroppo il signor Toru Miyazato non è potuto venire perché un tifone ha distrutto lo stabilimento della bevanda che vi presenteremo, che si chiama awamori. Quest’anno abbiamo avuto dieci tifoni in Giappone che hanno distrutto praticamente tutta il paese.
Buongiorno, grazie per essere venuti. Io vengo dall’isola all’estremità sud del Giappone, Okinawa. L’Okinawa una volta era un regno indipendente che è durato oltre 400 anni. Durante quel periodo la cultura dell’isola e molte tecniche come la tessitura, la ceramica, la musica o la fermentazione delle bevande sono state influenzate da quelle continentali, cioè dalla Cina e dalla Thailandia. Culturalmente, dunque, Okinawa è molto particolare ed è diversa dal resto del Giappone. La sua indipendenza è durata fino alla fine dell’800, quando è stata annessa al Giappone. Dopo la seconda guerra mondiale, l’isola è stata occupata dagli americani ed è stata territorio americano fino a 32 anni fa. Molti abitanti di Okinawa non si sentono giapponesi e vorrebbero l’indipendenza.
L’awamori ha una storia molto antica. È nato almeno 500 anni fa ed è stato tramandato dalla Thailandia all’isola di Okinawa. Al tempo era una bevanda riservata alla corte imperiale, molto preziosa, e non poteva essere gustata della gente comune. Dopo la caduta dello stato di Okinawa, c’è stato un boom delle bevande alcoliche, soprattutto distillati. Una volta esistevano 600 stabilimenti nell’isola che producevano awamori, mentre attualemente ce ne sono solo 48.
Per fare l’awamori usiamo una varietà di riso tailandese e aggiungiamo microrganismi chiamati crocosi che servono per la fermentazione. Si aggiunge acqua e si lascia fermentare per 12-13 giorni. A questo punto abbiamo ottenuto una sostanza chiamata moromi che, una volta filtrata, diventa una bevanda alcolica di circa 60 gradi chiamata hanasà, sakè dall’aroma floreale. Questo distillato ha un grado alcolico molto alto, quindi, prima di essere venduto, deve essere allungato con altra acqua, per raggiungere circa i 45 gradi. Tutta la gamma della produzione varia dai 15 ai 43 gradi.
Questa bevanda tradizionalmente deve subire poi un processo di invecchiamento di tre anni. Dopo questa fase, il liquore si chiama koshu, cioè liquore invecchiato. In ogni casa, tradizionalmente, c’erano dei contenitori di ceramica in cui si conservava l’awamori.
Un problema dell’awamori è trovare una buona qualità di riso e un altro problema è che esistono dei compratori, un po’ mafiosi, che vogliono aumentare il prezzo.
L’awamori subisce infine un altro passaggio che lo rende più corposo e resistente, e gli permette di conservarsi anche 100 anni. Noi usiamo questo metodo: mettiamo una serie di basi di ceramica e cominciamo ad usare quello più vecchio via via verso il più giovane. Questa conservazione è possibile solo con i vasi di ceramica tradizionali. Più l’awamori invecchia e più diventa gustoso, profumato e saporito.
Si beve col ghiaccio o liscio, oppure si possono fare dei cocktail con vodka o gin. Okinawa è l’unico posto in Giappone dove si fa ancora un alcolico di gradazione così alta.

Sergio Inurigarro (Messico)
Negli ultimi 10mila anni il mescal è stato presente nella vita dei messicani. Si tratta di una bevanda alcolica estratta dalla pianta dell’agave. Esistono 450 tipi di agave nel mondo, di cui 290 in Messico. Molte di queste sono usate per la produzione del mescal.
Il mescal può essere un aperitivo, è una bevanda e un afrodisiaco allo stesso tempo. Serve per stimolare lo spirito, risvegliare l’immaginazione e rendere più bello il mondo. È una bevanda simile alla tequila, ma è più vecchio. È una DOC, è prodotto soltanto in Messico. Mi limito ad invitarvi a gustarlo.

Terry Lock (Gran Bretagna)
Buongiorno signore e signori. Devo dire che è bellissimo ascoltare i produttori. Io rappresento l’altra parte, un’associazione di consumatori. Sono il presidente dell’Unione dei Consumatori di Birra Europei. Naturalmente la birra è considerata un alimento naturale in Europa. L’unione di cui faccio parte è stata creata in Europa perché in tutta Europa ci sono associazioni di consumatori che hanno lo scopo di promuovere i diversi tipi di birra tradizionali, che sono gravemente minacciati. Noi esistiamo nel Regno Unito, in tutta la Scandinavia, in Italia e in Polonia e mi auguro che presto si unirà a noi anche la Repubblica Ceca. È interessante parlare di birra perché la birra e i superalcolici hanno tanto in comune. Ad esempio il Riga Balsam è molto simile ad una birra finlandese, Satè, perché hanno molto in comune dal punto di vista degli ingredienti. Il Satè è fatto con varie erbe locali.
In tutta Europa abbiamo delle fantastiche birre classiche, la più famosa senz’ombra di dubbio è la Budwar, che spesso viene confusa con la pallida imitazione americana.
Vorrei parlarvi dell’importanza di prodotti tradizionali.
Nelle isole Orcadi produciamo la birra utilizzando un ceppo di orzo neolitico che ha 5000 anni. Questo perché le isole Orcadi sono rimaste pure per 5000 anni e, probabilmente, la birra prodotta ora è simile a quella di 5000 anni fa.
La birra ha infatti 5000 anni. In Egitto sono stati trovati cereali e ricette usati per produrre la birra.
In Scozia abbiamo diverse birrerie che hanno cominciato ad usare, anziché il luppolo, l’erica, il mirto o le alghe come conservante.
Le birre belghe sono molto famose per le loro caratteristiche uniche, come per l’utilizzo del lievito selvatico. L’aria contiene questo lievito: la birra viene semplicemente lasciata aperta.
Anche in Gran Bretagna abbiamo una tradizione lunga di produzione della birra ed abbiamo le nostre birre caratteristiche.
Per produrre la birra sono utilizzate molte spezie, come il coriandolo o il miele.
In Inghilterra produciamo anche sidro di mele e di pere, il perry. Queste bevande non sono fatte con mele e pere qualunque, ma con varietà speciali, molto aspre. In Galles e in Inghilterra sono considerate birre, anche sidro e perry possono raggiungere i 14 gradi. Possono essere aromatizzati con erbe: esiste un perry alla salvia.
Abbiamo dei produttori di birra in tutta Europa, la migliore è l’Unione dei Birrai italiana, che è un’organizzazione che esiste da molti anni e unisce tanti locali birrai, soprattutto nel nord Italia. Ma in tutto il mondo ci sono delle microbirrerie, delle birrerie locali, che usano prodotti ed ingredienti locali e anche lavoratori locali, per la produzione della birra.
Tutto dipende dalla produzione di cose genuine e di alta qualità.

Elena Rita Galluppo (Argentina)
Mi scuso perché non parlo italiano e sono molto emozionata, parlo solo dialetto. La mia famiglia è originaria della Calabria. Anche mio marito è italiano.
La ricetta che vi presenterò ha più di 200 anni. È stata tramandata da mia nonna di figlia in figlia, ed io vorrei che questa ricetta ritorni in Italia, da dove arrivano le mie radici.
La ricetta è quella del limoncello artigianale che si chiama Il Più Meglio.
Fare liquori è un’alchimia, una trasformazione, una magia in cui si fondono la tradizione e la creazione. Questa singolare alchimia è infinita, perché, anche se esiste una ricetta magistrale, esistono infinite forme, così come esistono infinite persone capaci di elaborarla nel mondo. Anche se si seguono esattamente le istruzioni, l’elemento umano porta di per sé delle modificazioni. Oggi è di moda bere il limoncello, che è un liquore sempre più diffuso a livello mondiale.
La domanda è: che differenza c’è tra il limoncello Il Più Meglio e gli altri limoncelli?
La risposta è: il colore, il sapore di limone e non di alcol. Il fatto che sia meno alcolico è un bene per la salute. L’aroma del limone naturale è utile anche ai problemi di stomaco. In più c’è un ingrediente speciale che fa la differenza. La qualità delle materie prime, oggi, è non solo quello che consente di applicare la tecnologia, ma anche di mantener inalterato il sapore, il colore, e gli aromi di frutta appena staccata dall’albero, senza additivi di nessun genere, conservanti, essenze e coloranti. Questo consente di mantenere le qualità intrinseche, e per fare questo bisogna essere in possesso della conoscenza delle tecniche di produzione. È innegabile a livello mondiale che la gente ha scelto di abbeverarsi da madre natura, la madre di tutte le fonti. Si cerca la naturalità su tutte le cose. L’uomo è quello che beve, essendo composto per la maggior parte di liquidi. Ecco perché hanno cominciato a preoccuparsi della salute quei paesi che hanno inventato i fast food.
La ricetta magistrale del limoncello non è registrata. Ma la si offre in vendita a tutti quelli che possono essere interessati. Ed io vi invito a chiedermi la ricetta, purchè ne rispettiate le caratteristiche naturali. Tutti coloro che hanno assaggiato questo prodotto ne hanno riconosciuto la bontà e la naturalità. Non è ovviamente una produzione industriale e si spera che continui a non esserlo. L’unica mia ambizione è che la gente conosca la bontà di questa ricetta. Ed io vorrei che la ricetta di mia nonna tornasse nella mia terra.



 
 
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