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RISORSE- OGM: a cosa e a chi servono?
 
Interventi:
Joseph Mcintyre (USA), Marcello Buiatti (Italia), Walter Alberto Pengue (Argentina), Jorge Hernandez (Spagna), Enrico Nada (Italia), Joseph Pamies (Spagna), Julian Rose (Polonia), Alexander Baranov (Russia), Daniela Soleri (Stati Uniti)


Joseph MCINTYRE (USA)
Good afternoon, Terra Madre delegates. If you are here for “GMOs: Who’s really benefiting,” you’re in the right session. I want to welcome Terra Madre delegates from all over the world, as well as observers, chefs and everyone who cares about slow and fair food. My name is Joseph McIntyre from the US. I am the director of an NGO in the United States that is dedicated to sustainable agriculture.

It is my pleasure to be here with you today. We have many speakers who want to share their knowledge with you during our two and a half hour session. As the theme of Terra Madre is networking, we have provided time for you to ask questions of the panel as well as the group, so we’ll give time for questions and answers.


Marcello BUIATTI (Italia)
Buongiorno. Io sono un genetista molecolare, per cui so come si fanno gli OGM. Nel mio laboratorio, per studiarne i rischi, si creano degli OGM che restano in laboratorio e poi, naturalmente, vengono distrutti. So quali sono i problemi d’imprevedibilità degli OGM legati proprio a quello che succede quando noi li trasformiamo. Quando noi trasformiamo una pianta con un gene che viene da un batterio, per esempio, o da un animale o da un'altra pianta, ma non è di quella specie, noi non sappiamo quante copie del gene mettiamo nella pianta; non sappiamo in che punto del DNA della pianta va, cioè non sappiamo dove rompe il DNA della pianta. Non sappiamo che struttura avrà il gene una volta che lo abbiamo messo nella pianta, perché il gene si rimaneggia e cambia. Nel mio laboratorio abbiamo visto recentemente che il mais Monsanto 810 ha il gene per la resistenza agli insetti inserito dentro ad un gene importante per la pianta e l’ha rotto.

Non sappiamo, poi, che interazione hanno i geni inseriti con gli altri geni della pianta. Non sappiamo, quindi, che sostanze produrrà la pianta esattamente. Non sappiamo praticamente nulla o molto poco della equivalenza sostanziale che viene detta da Monsanto. Tutte queste cose portano prima di tutto conseguenze negative per la pianta: le piante che sono state trasformate stanno generalmente male, quindi, non sono produttive. Ecco perché ci sono decine di migliaia di piante geneticamente trasformate in modi diversissimi che non sono mai arrivate sul mercato perché le piante stanno male quando vengono geneticamente trasformate. Nel caso degli animali, spero che voi sappiate che nessun animale transgenico, ovvero geneticamente modificato, è mai andato sul mercato. Non esistono animali geneticamente modificati perché gli animali muoiono, stanno ancora peggio delle piante. Noi siamo animali e staremo peggio delle piante.

Questa tecnologia è nata nel 1981 sia per gli animali che per le piante ed ha fatto i primi prodotti nel 1985 e 1986, entrati poi sul mercato nel 1996. Siamo nel 2006 e i prodotti dell’ingegneria genetica nelle piante sono ancora gli stessi due tipi che avevamo nel 1986. Questa tecnologia, che viene magnificata come una nuova e meravigliosa tecnologia che cambierà il mondo e che risolverà la fame nel mondo, ha prodotto in 20 anni due tipi di prodotti: la resistenza agli insetti e la resistenza ai diserbanti, con gli stessi geni che sono stati messi allora. Ed è così perché allora, quando è iniziata questa tecnologia, tutti erano convinti che mettendo un gene di un batterio in una pianta, questo gene farà la stessa cosa che fa nel batterio. Questo non è vero perché noi non siamo macchine, non si può cambiare un pezzo senza cambiare il resto, siamo una rete connessa di elementi. Quindi, se io cambio un elemento a cui la pianta o l’animale non era abituato, che non sia evoluto con la sua evoluzione, noi provochiamo uno squilibrio nella rete, il che significa che l’animale e la pianta stanno male. I due prodotti che abbiamo sul mercato adesso sono gli unici che non stanno tanto male. Per una ragione molto semplice, perché i geni che sono stati introdotti in questo caso, non interferiscono in modo tanto significativo con la vita della pianta. Questo è l’unico motivo.

Che effetto hanno avuto e cosa sono questi prodotti? Se guardiamo i dati USDA della produzione unitaria in Italia di soia prima dell’ingegneria genetica e dopo l’ingegneria genetica, vediamo che è uguale. E’ rimasta la stessa, forse un po’ diminuita. Prima dell’ingegneria genetica non c’erano organismi geneticamente modificati negli USA; adesso quasi tutta la soia è geneticamente modificata. Quindi, con tutto l’apporto di fertilizzanti e le colture industriali che ci sono negli USA, la soia non dà maggiore produzione.
In Europa non c’è una coltivazione estesa di questi materiali, però sta di fatto che in questo momento 90 milioni di ettari – ripeto 90 milioni di ettari – sono coltivati a organismi geneticamente modificati, nonostante che non rendano di più dei non geneticamente modificati. Senza contare tutti i problemi di sicurezza che derivano da tutti quei fattori di imprevedibilità che dicevo prima.

Tenete conto che in Europa esistono regole abbastanza strette di controllo della sicurezza ma anche se sono probabilmente le regole migliori del mondo, l’EFSA (European Food Safety Authority), l’agenzia che controlla la sicurezza degli OGM, chiede che le imprese dimostrino cosa hanno fatto, ma chiede soltanto delle prove che erano valide 20 anni fa. Chiede esperimenti di nutrizione di animali per valutarne la nocività e loro rispondono con dei dossier con tanti numeri e un’analisi statistica che è chiaramente fatta per non dimostrare nessuna differenza. Questo l’ho visto io sul dossier del Mon 863, molto famoso e molto dibattuto. Ho insegnato Metodologia Statistica per dieci -quindici anni, so come si valutano gli esperimenti: Monsanto li ha valutati in modo da dimostrare che non c’è differenza fra il transgenico e il non transgenico nei danni provocati ai topi che hanno avuto questa nutrizione.

Stiamo muovendoci in Europa per chiedere una revisione delle norme di sicurezza. Negli Stati Uniti questo è ancora peggio. Le grandi imprese multinazionali (Monsanto e tutte le altre) hanno di fatto smesso di fare nuovi prodotti per uso alimentare, perché hanno scoperto che non ci riescono. L’ultimo prodotto, il così detto Golden Rice, che è stato reclamizzato moltissimo come l’unico prodotto che eliminava la carenza di vitamina A nei paesi in via di sviluppo, è stato ritirato dal mercato dopo tutta la propaganda che è stata fatta perché produce pochissima vitamina A, quindi non serve a niente. Se ne sono accorti dopo più di 10 anni. E’ stato ritirato dal mercato l’unico nuovo prodotto.

Il pericolo ed il rischio maggiori dagli organismi geneticamente modificati stanno arrivando adesso. Perché? Perché adesso da diverse imprese, particolarmente ProdiGene, ma anche altre, vengono prodotti dei farmaci derivati da piante geneticamente modificate. Questo andrebbe anche bene, perché non si usa la pianta (si usa il farmaco che si estrae) solo che, secondo la legislazione americana, una volta che sia stato dato il permesso per la sperimentazione di un determinato prodotto, poi può essere coltivato dappertutto senza dire dove. ProdiGene usa il mais per fare i farmaci e il mais coltivato in pieno campo, sapete tutti, diffonde il polline. I due prodotti che sono già in commercio, quindi, sono già stati in campi anche abbastanza ampi di mais fatti da ProdiGene: uno è un coagulante del sangue e l’altro un anticoagulante. Tutti e due pericolosissimi se vengono mangiati. Non sappiamo dove sono coltivate perché loro non hanno il dovere di dire neanche dove sono coltivate. Per cui persino in Europa, fra un po’ di tempo, se la coltivazione andrà avanti, c’è il pericolo che ci arrivi del mais geneticamente modificato per farmaci che sono pericolosissimi. Ecco verso cosa si stanno dirigendo adesso le grandi imprese: sui farmaci e su prodotti industriale, molti dei quali sono pericolosi. Niente di male se li facessero dentro serre chiuse negli USA. In Europa speriamo naturalmente di non importarli ma abbiamo il problema che noi mangiamo molte alimenti prodotti negli USA con mais e soia (soprattutto il mais perché il mais si usa in tante cose).

Un’ultima cosa, come mai 90 milioni di ettari, che sono tantissimi. Come mai tanta gente vuole coltivare? La gente non vuole coltivare il geneticamente modificato: gli viene imposto con il sistema di regole del commercio internazionale che sta andando a pezzi adesso ma che è stato organizzato diverso tempo fa dagli accordi TRIPS nell’ambito WTO. Questi vanno rifatti, vanno combattuti; se li combattiamo e li rifacciamo, non ci sarà più questa pressione, non potrà più esserci questa pressione sui paesi in via di sviluppo dove le coltivazioni e le agricolture locali vengono distrutte, dove perdiamo la biodiversità, perché vengono distrutte sia la diversità culturale delle persone, delle comunità sia la diversità biologica delle piante. O resistiamo adesso oppure avremo grosse difficoltà dopo ad impedire che si diffondano dappertutto per ragioni naturali. Perché, come sapete, è impossibile praticare la co-esistenza. Grazie.


Walter Alberto PENGUE (Argentina)
Mi nombre es Walter Pengue, vengo de la República Argentina y trabajo en un grupo de investigaciones que se llama Gepama (Grupo de Ecología del Paisaje y Medio Ambiente de la Universidad de Buenos Aires). Estamos intentando abordar una visión más amplia respecto a los impactos sociales, económicos, ecológicos de la liberación de los cultivos transgénicos tanto en la República Argentina como en América Latina. Antes de hacerles unos comentarios básicos respecto a los impactos y efectos a lo largo de diez años de experiencia de ogm, me gustaría indicarles la página web de nuestro grupo: www.gepama.com.ar, donde podéis encontrar también el libro que yo acabo de publicar, que se llama “Agricultura industrial y transnacionalización en América Latina”, que podemos enviar sin cargo. Además podéis encontrar muchos de los materiales y documentos que aquí por supuesto no podemos exponer, siendo poco el tiempo.

Bueno, todo el mundo está hablando de Argentina, sobre los impactos que está teniendo el modelo. Voy a mencionar luego estos impactos pero antes les quiero comentar que no sólo lo que voy a presentar es un diagnóstico, si no que en Argentina prácticamente los agricultores están abandonados por los sistemas agrícolas-tecnológicos, por los agrónomos. A pesar de los impactos que se siguen viendo, los agricultores reaccionaron, especialmente la Federación Agraria Argentina que representa a los 250.000 agricultores que aun quedan sobrevivientes de este modelo. Por un lado está también el echo de que en el momento de crisis fuerte, la soja transgénica en ningún modo resolvió los problemas del hambre que se produjeron, que fueron muchos; sino que estos problemas tuvieron mucho que ver con los modelos agroecológicos, con los modelos de base de producción sostenible vinculados a la agricultura de bajo insumo, que se están discutiendo aquí, los modelos como el “Pro huerta” que en Argentina le dieron de comer a mas de 3 millones de personas enseñandoles a producir sus propios alimentos. Quiero que quede bien claro que este es un tipo de agricultura que resiste, de base familiar, que necesita de muchos apoyos, institucional y del gobierno, pero que aun existe, que no hay solamente la agricultura transgénica, que ahora voy a mencionar, representativa del modelo agrícola argentino.

Vamos a los problemas. Les voy a contar brevemente cómo se produjo el tema de la soja transgénica en Argentina. A principio de los años ’90 llega, antes de la liberación de la soja transgénica, un modelo tecnológico que se expande no sólo en este país sino en toda América Latina, que es el modelo de “siembra directa” que, de un punto de vista tecnológico, puede llegar a ser un modelo adecuado, pero como modelo institucional, organizacional fue tomado por grandes productores y empresas (Monsanto y otras) que utilizaron este modelo para implementar un proceso de adquisición de insumos, compra de químicos, dependencia de las semillas, que sigue hasta nuestros días y que creció a principios de los años ’90. Es entonces cuando aparece primariamente la necesidad de utilización de glifosato, no en la soja transgénica: este producto ya se usaba en Argentina y era altamente conocido por muchos de los agricultores. En los años ’95-’96 se permite la liberalización de la soja RG, resistente a glifosato, una soja que tiene una adopción muy fuerte por parte de los agricultores. Siembra directa, soja transgénica y glifosato son parte del paquete tecnológico que se expande hay en Argentina. Para que tengan alguna idea de unos números, pasamos de un consumo de glifosato de 1 millón de litros a los principios de los años ’90, a 170 millones de litros en el año pasado. Pasamos de no utilizar soja transgénica a mediados de los ’90 al 98% de la superficie sojera argentina siendo transgénicas. Pasamos de no tener semillas transgénicas a tener, hoy en día, 250 variedades distintas, adaptadas a 8 ecozonas del país.

La soja transgénica entonces se espande en Argentina. Esta expansión alcanza hoy día los 15 millones de hectáreas, con una producción aproximada de 44 millones de toneladas que se exportan de Argentina y se venden en los mercados internacionales sin ningún tipo de problema. Es decir, existe una oferta que está criticada y que se muestra como problema, pero también existe una demanda. Si no estuviera esta demanda, probablemente no estaríamos hoy discutiendo los temas que tenemos. Hay una conjuntura mundial favorable a este proceso tecnológico que no se está pudiendo detener. Algunos números para ir terminando. Los científicos deben estudiar también cuales son los efectos indirectos de estos productos, pero esto casi nadie lo está haciendo, solo grupos pequeños de investigadores. Algunas cuestiones sociales: Argentina perdió aproximadamente 120 mil establecimientos agropecuarios. El problema en Argentina es el valor muy bajo de la tierra: se está sufriendo también de una fuerte ingerencia extranjera de compra de nuevas tierras. Aproximadamente el 5% de las tierras argentinas están compradas ya por extranjeros. La expansión del proceso se llama “pampeanización”, es decir la exportación del modelo pampeano hacia otras regiones que no son Pampa, y este proceso está produciendo un fuerte proceso de deforestación, pérdida de biodiversidad, efectos sobre las comunidades campesinas e indígenas.

Al principio de la liberación de soja transgénica asociada a glifosato las compañías comentaban que seguramente no iba a haber ningún problema de resistencia en las malezas. Nosotros, 10 años atrás, la primera pregunta que planteábamos era la aparición de esta tolerancia y resistencia en las malezas, pero se nos decía que no. Cuatro años atrás hubo la aparición de tolerancia a nivel segundario en los campo argentinos. Hace 4 meses aproximadamente, se encuentra una resistencia hacia la peor maleza que hay en Argentina.

Por último quiero comentar una campaña que se intentó hacer en Argentina y que tiene mucho que ver con Slow Food, con la función y la responsabilidad de los cocineros. En Argentina, en los momentos peores de la crisis, se le ocurrió a alguien, vinculado a la gran industria, que a los pobres se les podía dar lo que más se producía en el país, que es la soja. Entonces se promocionó mucho por parte de cocineros, también reconocidos y vinculados a la producción natural de los alimentos, una campaña conocida como “Soja solidaria”. Lo que esta campaña pretendía hacer era dar soja procesada en distintas formas (pizzas, empanadas, milanesas y otras cosas) a la población más pobre de la República Argentina y sobre todo a los niños. Hoy día los pediatras están recomendando que los niños de menos de 2 años dejen de comer soja, porque en realidad en lugar de alimentarlos los dejan de alimentar. Este es un proceso social importante que pretendió cambiar la dieta no de una región o de una escuelita, sino de un país todo. Por suerte, después de la declaración y de la oposición de grupos científicos independientes, esto se desaceleró pero para nada se detuvo.


Enrico NADA (Italia)
Buon giorno a tutti. Parleremo degli OGM considerati da un punto di vista di un’impresa economica. Il nome COOP per chi non è italiano magari dice poco o niente probabilmente, ma COOP è al momento la principale catena della grande distribuzione in Italia, quindi rappresenta un anello estremamente importante e fondamentale per tutto il mondo di chi produce, di chi coltiva e per i consumatori che, comprando e facendo la spesa, comprano quello che trovano in supermercati, ipermercati o anche altri catene della distribuzione.

COOP, vendendo ed essendo nella grande distribuzione, si é posta il problema degli organismi geneticamente modificati. Ce lo siamo posto perché siamo una catena di supermercati e ipermercati un po’ particolare. Siamo una cooperativa, come dice anche il nome stesso della nostra azienda, formata da 175 cooperative di consumatori e 6 milioni di soci. I nostri soci, i nostri proprietari, sono i nostri consumatori stessi che fanno la spesa. Al momento il 15-20% del mercato italiano della grande distribuzione è rappresentato da noi.

Essere un’azienda commerciale che vende prodotti ed essere una cooperativa di consumatori fa sì che abbiamo una situazione estremamente interessante e a volte sul filo del rasoio, nel senso che a livello commerciale dobbiamo avere dei profitti. Dobbiamo cercare di vendere il più possibile ma i profitti non sono lo scopo finale. I profitti devono essere un mezzo per raggiungere il nostro fine che è tutelare gli interessi dei nostri padroni, di chi possiede la nostra azienda che alla fine sono questi 6 milioni di soci.

Quando le cooperative in Italia sono nate, 150 anni fa, l’interesse era essenzialmente uno solo: trovare la roba da mangiare e pagarlo il meno possibile. Adesso non stiamo più in quella situazione e la qualità, quindi anche la sicurezza alimentare, è una delle principali richieste che ci proviene dai nostri consumatori.

Essendo supermercati ed ipermercati chiaramente vendiamo di tutto, di tutte le marche possibili immaginabili, come qualunque altra catena e quindi vendiamo di sicuro dei prodotti che contengono anche degli OGM. Riusciamo a fare la differenza sui prodotti dove mettiamo il nostro marchio, che sono fatti per nostro conto dai nostri fornitori. Questi prodotti si trovano solo da noi e in questi prodotti trovi tutti quelli che vogliono essere i nostri valori: la sicurezza, la bontà, l’eticità, il rispetto dell’ambiente e anche ovviamente la convenienza.

Sono ormai 10 anni che ci siamo posti il problema degli OGM e il Professor Buiatti, che è intervenuto prima, è stato un nostro interlocutore fin dall’inizio. La posizione attuale è che le biotecnologie di sicuro possono essere una grande opportunità ma riteniamo che nel campo agro-alimentare sia importante, prima di usare OGM, di venderli e di farli arrivare sulle tavole dei nostri consumatori, aumentare il più possibile le conoscenze sui loro effetti sulla salute umana e sull’ambiente. Quindi, la nostra posizione la riassumiamo in uno slogan che è “Conoscenza e prudenza”. Non siamo a priori contro. In questo momento noi non li utilizziamo con i prodotti col nostro marchio, ma non è una crociata la nostra. Diciamo: “Capiamone un po’ di più. Siamo prudenti e poi vediamo cosa fare”.

Dalle parole, vediamo in pratica che cosa abbiamo fatto. La prima cosa è, se noi vogliamo fare gli interessi dei nostri soci e quindi di chi possiede la cooperativa, andarli ad ascoltare. Non abbiamo potuto ascoltare 6 millioni di soci ovviamente perché sono troppi ma abbiamo effettuato delle ricerche ed interviste tra i nostri consumatori (le ultime sono state l’anno scorso) per capire la loro posizione nei confronti degli organismi geneticamente modificati. In questo grafico potete vedere che più della metà sono, ad esempio, favorevoli solo se non ci sono rischi di contaminazione con le altre coltivazioni. Il 35% sono assolutamente contrari. E quelli che sono nettamente favorevoli erano solo il 10%.

Passando dalla coltivazione alla commercializzazione, quindi un gradino in più, quelli favorevoli, solo se non ci sono rischi al momento di mangiarli, salgono al 62% quindi un’estrema perplessità. Al passaggio successivo, chiedendo “Va bene commercializzarli, ma tu saresti disposto a comprarli?”, troviamo molti consumatori che non li comprano e non vorrebbero mai comprarli. Alcuni forse un po’ illusi pensano di non averli mai comprati: quindi una forte posizione di perplessità. E’ anche interessante andare a chiedere, “Perché, secondo voi, vengono prodotti gli organismi geneticamente modificati?”. La maggior parte delle risposte non parlano dei rapporti con il sud del mondo, di migliorare la riproduzione e così via, ma esclusivamente di interessi economici.

Quindi, siamo giunti alla conclusione, come COOP, dicendo che i nostri soci sono tendenzialmente d’accordo, sono preoccupati per i rischi che ci sono. E l’altra cosa estremamente importante di cui ci rendiamo conto tutti noi che siamo consumatori, è che nessuno di noi vede al momento dei benefici pratici dal fatto che gli OGM siano diffusi su 90 milioni di ettari, dal momento che i prodotti alimentari non costano meno e non compriamo cose più buone o più funzionali in cucina. Di conseguenza, i consumatori non capiscono perché devono correre dei rischi senza avere nessun beneficio.

Allora la posizione di COOP negli ultimi 10 anni si è focalizzata su tre aspetti: noi agiamo ascoltando i consumatori, portando avanti iniziative, quindi anche andando a proporre leggi e a interagire con chi governa, e poi agendo sulle scelte commerciali. A livello di proposte ci siamo concentrati su tre aspetti: la necessità di regole e controlli, la necessità di informare i consumatori, e la protezione della biodiversità. Regole e controlli nel senso che riteniamo fondamentale che ci debba essere un sistema di controllo efficiente, che si possa attivare e che diventi veramente efficace anche nei casi di emergenza; che ci sia una reale responsabilità da parte di chi produce, e che non diffonda degli OGM non ammessi dalla legge, ad esempio. Che ci siano dei sistemi di etichettatura chiari in generale, anche per quanto riguarda i prodotti derivati. Quindi, non solo se compro del mais, ma anche se io compro della carne o del formaggio, voglio avere delle informazioni su cosa ha mangiato l’animale da cui deriva questo prodotto. E vogliamo che ci sia anche un sistema di monitoraggio indipendente, cioè non solo delle relazioni fatte dalle aziende della Monsanto, che verifichi questi passaggi da filiera.

Riteniamo che i consumatori abbiano due diritti fondamentali: il primo è che devono essere informati e solo se hanno avuto l’informazione corretta possono poi esercitare il loro secondo diritto, che è il diritto di scegliere. E nel diritto di scegliere, ci sta di sicuro anche se comprare un prodotto contenente un OGM o no, ma uno deve sapere cosa sta andando a comprare.

La protezione della biodiversità è un argomento estremamente importante e penso che parlarne oggi in un contesto come Terra Madre sia inevitabile. Ci vogliono, e secondo me non ci sono, degli studi per impatti ambientali, dei sistemi di tracciabilità, una difesa molto forte di tutti quelli che ci sono i sistemi agricoli senza OGM, il sistema agricolo tradizionale e tutto quello che è l’agricoltura biologica e uno studio su quello che è l’impatto degli OGM sull’agricoltura nei paesi in via di sviluppo.

Concretamente, e vado verso la conclusione, noi abbiamo deciso di garantire in tutti i nostri prodotti il non utilizzo di organismi geneticamente modificati e non derivante da organismi geneticamente modificati.

Detto questo, per far sì che questo non sia un bell’enunciato e poi nell’opera in realtà non si faccia niente, si lavora sostanzialmente sotto tre aspetti. Il lavoro di filiera, che vuol dire creare una rete con i propri fornitori perché tutti siano coinvolti per garantire l’OGM-free, partendo da chi produce le materie prime, passando poi alle trasformazioni, ai macelli, a chi fornisce cibo per animali e così via. Quindi, per tutta la filiera è necessario che ci sia questo coinvolgimento. I nostri capitolati di fornitura lo prevedono. Non coinvolgiamo solo i singoli fornitori ma c’è un forte lavoro anche politico con chi li rappresenta, quindi con tutte le associazioni in Italia che rappresentano il mondo agricolo. C’é una forte unanimità di intenti nel lavorare per l’OGM-free.

L’altro aspetto importante, specialmente con i fornitori, è il controllo. Va bene che tutti ci dicano che mettono in pratica queste cose, ma chi controllare quello che viene fatto? Quindi, abbiamo attivato un laboratorio di controllo al nostro interno e vari laboratori esterni per verificare tutti i passaggi della catena produttiva.

La terza cosa importante è la certificazione esterna e quindi noi abbiamo degli enti certificatori che garantiscono la coerenza tra quello che noi diciamo e quello che noi facciamo veramente. Questi enti certificatori controllano le nostre procedure e controllano l’applicazione delle procedure per essere i nostri fornitori e vengono ovviamente a farci dei controlli casuali. I controlli sono frequenti anche perché il dire che COOP è contro gli OGM ha creato abbastanza scandalo: non è come lo dicesse un’associazione ambientalista, con un target abbastanza ridotto di persone. Detto da una grande impresa di distribuzione vuol dire farlo sapere a 6 milioni di soci e altri milioni di persone che comunque vengono a fare la spesa. Quindi si raggiungono persone che non sono molto sensibili ed informate ma che, cominciando a vedere dei cartelloni, qualche problema se lo pongono.

Siamo partiti con 256 prodotti certificati. Negli anni sono aumentati coinvolgendo le varie filiere che coinvolgono i prodotti di origine animale. L’ultima in corso riguarda i bovini per i quali c’è un pochino più di complicazione per il fatto che non hanno emesso una certificazione ma ci vuole un’autorizzazione del ministero per dire che siamo OGM-free.

Riteniamo importante non solo conoscenza e prudenza ma anche lavorare per la conoscenza, quindi abbiamo lavorato in questi anni supportando la creazione del Consiglio per i Diritti Genetici che è un organismo italiano formato da scienziati, filosofi ed economisti, quindi con approcci diversi, che promuove degli studi indipendenti proprio sul tema degli organismi geneticamente modificati. Abbiamo finanziato una ricerca, in collaborazione con tre università, proprio per capire l’impatto economico degli organismi geneticamente modificati, capire l’impatto ambientale e la diffusione di queste caratteristiche, ad esempio, quanto viene trasportato lontano il polline, se è possibile mantenere le filiere separate, quali sono i potenziali costi per mantenere queste filiere separate. In Italia, e penso anche in molti altri paesi che qui sono presenti, le aziende agricole sono molto piccole. Un esempio banale è quello di un mais con la cariosside di un colore diverso, andando a vedere il passaggio, si è visto che ha raggiunto i 200 metri. In Italia 200 metri rappresentano già un rischio di contaminazione molto forte per molte aziende piccole, in particolare se si pensa che si possa andare a contaminare delle produzioni ad agricoltura d’origine biologica, che non devono contenere OGM, o delle produzioni sementiere che, peggio ancora, non devono contenere OGM perché già solo una piccolissima percentuale di OGM in un prodotto sementiero vuol dire avere un incremento poi al momento della coltivazione.

Quindi, noi essenzialmente chiediamo che siano adottate delle regole molto severe e molto rigide per evitare che ci sia una contaminazione da parte di chi coltiva OGM, di coltivazioni tipiche e locali o biologiche. Che tutti i costi, per evitare che ci sia questo passaggio, siano a carico non di chi vuole coltivare biologico ma di chi invece coltiva l’OGM, e che le singole amministrazioni locali possano autonomamente scegliere cosa fare sul loro territorio.

Io concludo dicendo che ad oggi la nostra posizione è tutt’ora quella di quasi 10 anni fa. Noi continuiamo con la conoscenza e con la prudenza e quindi a garantire che noi non vendiamo prodotti che non contengono e non derivano da organismi geneticamente modificati. Su questo i consumatori veramente ci seguono. L’attenzione, l’interesse e il livello di richieste che ci rivolgono è veramente molto alto. Vi ringrazio per la vostra attenzione.

Jorge HERNANDEZ (Spain)
Estamos en Terra Madre y hace miles de años se expropió la tierra por parte de algunos humanos, desencadenando en el planeta un fenómeno: la tierra madre dejó de ser tierra madre y empezó a ser tierra de algunos. Espero que a partir de ahora la vida no nos se expropie.
Yo trabajo en la dirección general de consumo en la zona más desarrollada de España, Aragón y Cataluña, que es la zona con mayor superficie de cultivo de transgénicos. En esta zona fue impuesto en los años ‘60 un modelo ganadero, cerealista intensivo que eliminó especies, variedades y fomentó la estandarización. El resultado es: menos campesinos, más poder y concentración agroindustrial, más comercio globalizado, más poder en las finanzas ajenas a la agricultura, más alimentos estandarizados, deterioro de la dieta mediterránea, más desertificación y más deterioro ambiental. En Aragón y Cataluña hay muchas zonas con densidades de población de 2 habitantes por kilómetro cuadrado, es un desierto. Las finanzas buscan hoy nueva fuente de negocios en la biotecnología. El fundamento es la equiparación de la vida con la informática: este es un reduccionismo de la ciencia y del conocimiento de la humanidad. Y no quieren reconocer en las ciencias naturales la verdadera base de la ciencia. Se investiga solamente en las principales empresas de las metrópolis y se exportan los resultados hacia la periferia del sistema: es un modelo de dominación científica y tecnológica privatizado que aumenta el abismo entre centro y periferia. En España la investigación pública es escasa y residual en materia de transgénicos, limitándose a destacar de forma no independiente los resultados de quienes pagan las investigaciones. Hay en este momento 100 empresas que dan de comer al 60% de la humanidad: jamás en la historia de la humanidad se ha conocido tal concentración. Solamente 3 empresas hoy manipulan los genes de las semillas transgénicas, en soja, maíz, algodón y colza fundamentalmente. Todo el sistema está basado en que los fabricantes de insumos se concentran en pocas compañías y son los mismos que a su vez nos tratan de alimentar, todo ello unido en el capital denominado “capital de las finanzas”.
A este discurso se ha unido recientemente el discurso de la Seguridad Alimentaria: todos aquellos que no estén introducidos en este esquema, estarían atentando contra la posible humanidad del futuro. Es un sistema simple de propaganda, se trata de anular la crítica social. Ha habido varias fases para tratar de convencernos sobre la bondad de los productos transgénicos. En primer lugar nos dijeron que iban a erradicar el hambre; en segundo lugar dijeron que iban a mejorar el medio ambiente; estamos en la tercera fase en que tratan de convencernos que van a producir alimentos medicamentosos que eliminan los supuestos defectos de la naturaleza. Estamos ante un imaginario, puesto en la era cósmica, donde este sistema sería trasladable a todos los planetas desechando lo que es nuestro planeta, Terra Madre. Debemos organizarnos para el control social, favorecer la investigación pública independiente, fomentar zonas libres de OGM, que estos días se están discutiendo en la Unión Europea. Hay que denunciar la expropiación de los códigos de la vida, como han hecho en la India, hay que evitar la privatización de los conocimientos de la naturaleza, hay que fomentar comités y redes de científicos honestos. Entre los agricultores hay que intercambiar semillas, evitando las limitaciones que nos quieren imponer, hay que organizar la experimentación propia del campesinado y fomentar la biodiversidad, informar que un sector del campesinado ya ha empezado la lucha, en Cataluña y Aragón, para denunciar la desinformación, la falta de honestidad, la falta de presupuestos y la dependencia respecto al capital financiero.


Julian ROSE (UK / Poland)
Good afternoon, ladies and gentleman. It’s a pleasure to be here today at Terra Madre. I am Julian Rose. I am not Polish. I am English. My colleague, Jadwiga Lopata, is the Polish part and is standing here next to me. She’s very identifiable by her costume. I’m the international part.

We are the International Coalition to Protect the Polish Countryside, or ICPPC, an organization founded in 2000 by Jadwiga to keep farmers on the land, the keep the biodiversity Polish countryside and to resist all attempts to change it.

According to the slides, I’m going to tell you a factual story about how we ran a campaign, which lasted just over one year to keep GMOs out of Poland. Against all odds, the present Polish government has banned the import and planting of genetically modified seeds. It has also passed an act banning the import of genetically modified animal feed as of the year 2008. This is almost a unique situation in Europe. The seed ban, passed in 1998, forbids the import of genetically modified seeds and the inclusion of genetically modified seeds and plants in the national plant record. This action now puts Poland on a collision course with the European commission, which has consistently refused to accept national or regional banning of GMOs. Basically, we have a major confrontation coming up very soon.

ICPPC has led the campaign, which culminated in the ban currently taking place. We believe that the protection of the Polish countryside, and the quality of the food production that comes from it, is of the highest priority. There are still more than 1.5 million small, mostly peasant farms in the Polish countryside, and they practice a form of subsistence agriculture, which can act as a model for western European farming of the future. (clapping) Some people may laugh seeing a horse pulling a small machine for cutting the hay, but that is the future in Europe. I think we have to admit that the tractor will soon be redundant. The biodiversity resulting from this long-term ecological management of the land is the most diverse in Europe, with the result that many rare seeds and plant varieties are still in circulation.

However, European Union pressure for restructuring Polish farming and corporate agribusiness interests are pushing the survival of the Polish peasant farmer to the limit. Our task is to save them, for they are the true guardians of the land.

At the forefront of threats to Polish food and the environment is the insidious introduction of genetically modified organisms. GMOs can, if allowed to get established, quickly contaminate the plant and food chain, leading to un-recallable pollution of our native species. Examples abound from around the world of the unintended cross-contamination of crops and of gene-altered seeds getting into the food chain. A recent example, of course, was the US Bayer rice scandal finding its way into the markets throughout Europe. That’s a direct contamination of the food chain through the market, but the same contamination of the food chain is bound to happen from field to field to field.

ICPPC started its Polish campaign – and stopped GMO – by targeting provincial boards in each region; this is a very crucial issue. The strategy was to establish GMO-free zones, in all these areas as a symbolic and practical action, designed to both stop any incursion of GM crops and to raise public awareness of the dangers. As a very practical step, rather than try and lobby directly to the government, we agreed to go to each region and get them to declare themselves “GMO-free.” Our first success came in September of 2004 when the province of Podkarpackie, in south-east Poland, with a population of 2 million, declared itself a GMO-free zone. The ball soon began to roll. We then asked Malopolska capital, Krakow, and they followed suit. We were soon being invited to give talks in provincial boards and other provinces. These occasions were marked by the fact that our presentations were often the only anti-GMO ones on the agenda.

Poland is well represented by professors and academic institutions keen to push forward in the pro-GMO debate. I’m sure this happens in all countries of Europe. Nonetheless, by February of 2006, all 16 provinces of Poland had declared themselves GMO-free zones. When the new government came into power in October 2005 the president pledged to stand up against GMO and has actually acted accordingly. However, the government in Poland is not secure and could change at any time. Meanwhile, the European Commission, of course, has rejected the ban as illegal.

You can see on the map of Poland now that the whole of the country is GMO-free. We have to fight hard to keep it that way. So, GMO remains a very real threat. There is pressure the start field trials, to undertake further research and to flood the public with pro-GMO propaganda. The Polish media is not that receptive to anti-GM campaigners, and there is much information being printed that is directly out of the Monsanto guidebook.

To counter this and to press for a positive solution for European agriculture as a whole, we are committed to calling for a complete ban of GMO throughout Europe. (clapping) We are particularly concerned about the European Commission’s attempt to force countries to introduce co-existence rules that would allow the planting of GMO at specified distances from conventional and organic crops.

Major cross-contamination problems have already occurred in Catalonia. You have heard. We are sharing this picture that we got from our colleagues in Catalonia. These are the people – the reapers– who have ripped up the crops in an attempt to try and create citizen resistance against this terrible situation. Meanwhile, in the USA and in Canada the problems exist on a huge scale.

There cannot be co-existence with GM crops. Pollen is spread far and wide by wind, bees and people. It is tantamount to provoking a deliberate act of sabotage to force different countries to adopt co-existence policies. Official opinion polls show that approximately 80% of European citizens do not want GM food and agriculture. We now have the opportunity to use this strength to call for a complete European GMO ban and to support all those fighting for the same ends around the world. (clapping) With 80% of the public in Europe saying no, we have huge power. I think we just have to remember and convince ourselves that we must use this power now. We can do a huge amount of positive work with it, if we act in unity.

As Terra Madre bows witness, real food can never be propagated in a laboratory. It is, as I wrote in the Slow Food Manifesto for Raw Milk Cheese in 2001, a unique expression of place, culture and climactic condition. Here is a picture of a typical Polish field, not a very special one, but a typical bio-diversified, beautiful Polish field, with all the wild flowers still there. I’m sure you will agree that this has to be defended, at all costs.

Real food is the anti-thesis of food industry’s “global market” and the hyper-market processing of our palates. In Poland, Italy and, indeed, all in regions of Europe and the world, we must now come together and work for a Renaissance of the local and heighten our efforts to protect rural quality in all domains of life. I thank you very much, ladies and gentlemen.


Alexander BARANOV (Russia)
Good day. I am a genetic scientist and wear two hats on my head, today, so to speak. One stands for the NGO Russian Association for Genetic Safety, which I represent. The other is for the Russian Academy of Science, and its Institution of Development Biology, for which I work. I would like to tell you about the situation in Russia, because what is going on now is not very well known. My goal today is to tell you this in a few words.

I am glad to inform you that in Russia no genetically modified plants are breeding now, although in the acting Russian legislation, there is no direct prohibition. There is, however, a legal procedure, which does not freely allow genetically modified plants to be bred in Russia. Unfortunately, at the same time, in our markets we do see that there are more and more imported transgenic products. Consequently, products containing genetically modified ingredients are on the market. Why such a paradoxical situation then? And what changes are going on due to civil societies that more and more active in this area?

First of all, it is important to underline that no type of genetically modified food or plant can go to market without passing a special environmental commission. This commission stopped the breeding of any genetically modified or transgenic plants in Russia. That’s why they are not bred. Several representatives from three Russian academies are participating in this commission: the big academy of sciences, then the agricultural academy, and the medical academy. All types of genetically modified plants should go through the approval and revision of this commission consisting of scientists, and mainly these types were presented to the commission by Monsanto. No type was acknowledged to be safe by this commission. All the outcomes of this commission were very substantiated and objective, so for five years now no type has been able to go through this commission.

Scientists tried to test all the presented types on different animals and plants and in different conditions to be sure that they were safe for the environment. All tests took place on Russian territory and in Russian institutions. The commission acknowledged not only that environmental risks were connected with these types of genetically modified plants, but also that there were high levels of risk for living animals and organisms. The same evidence has appeared more recently in scientific and popular publications in Russia.

One of the last recent tests was held by Prof. Ermakova with soy beans and rats. I will now demonstrate the slides of the tests and their results. In this diagram you can see the resulting mortality rate of a test done on groups of rats fed on genetically modified soy compared to another group fed on traditional soy. The key issue was that Prof. Ermakova started to feed the rats before they became pregnant. These are the results three days after birth. As you can see in another picture, at three weeks of age, the big ones are healthy, developed and normal, with good legs and tails; on the other hand, the little ones were born from mothers fed on genetically modified soy. They are noticeably smaller, underdeveloped, weak and have birth defects. These pictures show the differences between normal rats that were fed normal soy and underdeveloped rats that were fed genetically modified soy.

We considered that the arguments of those who are proponents of GMOs are not substantiated. They say that the results of Dr. Pushtai, a world-famous doctor, and Dr. Ermakova are not proof enough. We think it’s not true. And so Russian scientists do not agree with such arguments, and they declare the beginning of international action to try to collect funds and provide for international experiments, objective ones. Because, as you know, most experiments are carried out by trans-national, technological corporations that are not always objective. We undertook this action because this is the issue of scientific ethics. Very often, some tests are carried out by scientists who work for trans-nationals, and they are funded by special funds. Even if they have some negative results, they keep them secret.

Regretfully, my time is almost up, but there are still a lot of legal issues concerning genetically modified organisms and their regulations. For instance, on the 26th of October 2006, the day Terra Madre opened, several Moscow-based NGOs requested our mayor to declare Moscow and the Moscow region a GM-free zone. Moreover, several NGOs also prepared draft legislation acts to prohibit GMO and their use in kindergartens, schools and colleges. Thank you very much.


Joseph PAMIES (Spagna)
Buon pomeriggio sono Joseph Pamies, sono un’agricoltore della Catalogna, coltivo specie vegetali alimentari. Abbiamo fiori commestibili ed 800 varietà di erbe silvestri, poco di ogni varietà ma tante varietà.
Appartengo ad una piccola organizzazione contadina, siamo dentro ad una piattaforma insieme ad altre ONG e ad altre associazioni culturali come conseguenza di una mobilitazione che è avvenuta il 13 settembre del 2003 contro l’organizzazione del mercato comune.
In Catalogna abbiamo avuto questa mobilitazione contro il transgenico, infatti hanno abbattuto del mais in un campo sperimentale non autorizzato e ci siamo presentati al governo per avere possibilità di un’intervista. Per rendere possibile questo abbiamo dovuto occupare questo edificio. Come conseguenza di questa azione sono stato accusato di violenza, che in realtà non ho fatto e di danni contro la polizia che non ho provocato. Sono stato accusato, imprigionato per quattro anni e sanzionato per una cifra di cinquanta mila euro. Io sono orgoglioso di questa cosa perché ritengo che nei carceri ci sono persone migliori di quelle che sono fuori.
Il mio progetto è quasi realizzato, quindi ho potuto affrontare con tranquillità il carcere e lo potrò affrontare nuovamente perché credo che sia un motivo di dibattito per la società in quanto siamo in una zona che è cestino della spazzatura di tutti gli OGM d’Europa.
Il nostro governo Catalano è pro transgenico; il 50% del denaro pubblico arriva dalle multinazionali. Io non voglio pagare queste tasse per i fini mafiosi del mio governo.
Perché ci opponiamo al trasgenico in Catalogna? Perché ci sentiamo ingannati dalle amministrazioni e della scienza. A me hanno insegnato ad uccidere insetti con gli insetticida dicendomi che erano sicuri ed ora vengo a sapere che molti di questi prodotti, che con la mia mano nuda mescolavo, sono cancerogeni. Quindi la nostra lotta è una lotta contro il sistema che sempre ci ha ingannato.
Per quello che riguarda la mucca pazza, siamo stati costretti ad alimentare le nostre vacche con vacche morte, la scienza ci ha detto che questa alimentazione era sicura.
L’energia nucleare, allo stesso modo, era sicura ed ora abbiamo problemi, lo stesso vale per gli insetticidi che ora ci dicono che non sono sicuri. Noi agricoltori abbiamo imparato a coltivare piante sane senza insetticidi.
La scienza ci dice che le persone vanno curate con dei medicinali. Ippocrate diceva: che il vostro alimento sia la vostra medicina.
Come agricoltori non vogliamo essere complici di un commercio mondiale ma essere discepoli di Ippocrate.
Sto producendo una pianta originaria del Paraguai che si chiama Estebia Reberiana come strumento di lotta contro la Monsanto.
Ho già 60 persone intorno a me a cui fornisco piante gratuitamente: diabetici che, consumando queste piante, riescono a regolare la quantità di zucchero nel sangue. Molti affari ci sono dietro all’aspartame e dell’insulina.
Fino al 2003 il commercio di questa pianta non era autorizzato, ora è permessa la commercializzazione però non si può esplicitare che ha proprietà antidiabetiche. La mafia è dentro alla commissione europea.
Come si può permettere che 80-90% degli organismi transgenici siano in Europa dove c’è la democrazia, dove l’80/90% delle persone non lo vogliono?
I poteri politici sono economici quindi c’è una commistura. Noi invitiamo a lottare contro i cibi transgenici che ormai sono i modelli dell’alimentazione mondiale.
Quando sarà finito il controllo dei combustibili le grandi società pensano di controllare il mondo attraverso l’alimentazione.
Io, favorendo la biodiversità, favorisco l’ottimismo quindi invito tutti, in casa propria, a coltivare L’Esteira come simbolo di lotta contro il transgenico della Monsanto, per aiutare la cura dei diabetici in forma naturale e non artificiale e nelle stesso modo in cui l’Esterie è utile per i diabetici ci sono mille altre piante utili per altre mille malattie.
Il valore dell’agricoltore sta proprio nel fatto che l’agricoltore possa vendere i suoi prodotti ponendo un’etichetta in cui ci sia specificato che ha proprietà indicate per il diabete o per la malattia per cui è utile. Quindi gli agricoltori devono poter etichettare i loro prodotti.


Daniela SOLERI (USA)
Good afternoon. Thank you for having me here and for staying so long to listen to all of us speak. I wanted to start with a comment about some comments that were made yesterday. First of all, Carlo Petrini reminded us in a meeting of academics yesterday morning, regarding the importance of not forgetting the conflict that exists between tradition and technology. This is very key to the whole Slow Food movement. However, later in the day Luca Cavalli Sforza also reminded us that there is an important difference between technology and science, and that is that science seeks knowledge. It’s about the acquisition of knowledge where as technology is about the application of that knowledge. We have to remember that. We have to remember not to throw out science, but to maintain science and use it for the good, and not for capture by several companies such as Monsanto and others as we’ve heard about this morning.

I would also add that I believe that science needs to be very careful, very humble and very respectful, but it should not reify the traditional. It should investigate the traditional on an even plane. It should also spend a lot time listening, which is another important point that Carlo Petrini made to all of us academics yesterday.

I would like to start with some research that I have been doing with colleagues from Cuba and Guatelama and Mexico and the US. So, we’re looking at transgenes in traditional mais systems. We know that transgenes are entering cropping systems increasingly in the Third world. As you can see, the blue line is the planting line of transgenic crops in the Third world. We also know that these genes have entered traditional systems unintentionally, for example, with the case of mais in Wuajaca, Mexico.

Why do we care about these traditional systems? That’s almost a silly question to ask here, so I won’t go over the basic points. Most importantly we have to remember that they are important for production and for maintaining the food sovereignty of many, many people worldwide. They are also very important for maintaining in-seed diversity of all the crops that we enjoy here at the Salone del Gusto and that we enjoy everyday. However, we also need to remember, we cannot over-romanticize traditional agriculture: it’s very, very hard, and it is in urgent need of improvement. Traditional farmers all over the world will tell you they would be happy to work less hard. Generally these systems have not benefited from agriculture research.

One of the problems relating to transgenes is that there is a polarized debate. I’m sure you are all aware of this. We have Greenpeace on one side and Monsanto on the other. They both tell us that they know what is best for farmers, and most of us sort of scurry back and forth between them. It’s very hard to figure out. There are two camps, the pro-transgenic camp and the contra-transgenic camp.

How do we decide in a democratic way whether this new technology is useful or not? This is done in a scientific way, and it’s done using risk assessment and that means that we have to have scientific research on what is happening in existing conditions from the cellular all the way to the socio-economics.

We also need to have farmer participation. We cannot make these decisions without the farmers. However, because these key elements have been missing, what has happened up until now is that assumptions about industrial agricultural systems have been generalized to traditional systems. So what would happen? What are the risks with transgenic crops? The answers have been generalized to all agricultural systems including traditional ones. But we know, and we already have data. All of us know just by intuity, just by looking at these systems, that they are very different from industrial systems. They’re frequently the centers of genetic diversity and origin. They have very diverse growing environments; the geno types are often very variable; and the social organization is very different from the industrial systems. In those systems every single step of the agriculture and food process is institutionalized, and it’s physically and structurally separate. So you have genetic banks. You have plant breeders. You have seed producers. You have farmers or industrial growers. You have food processors. And, lastly, you have consumers. In traditional systems all of those systems are integrated together in the same place, within the household and within the community.

Our research is a response to this situation. We try to look at methods to look at risk assessment in traditional systems and include the farmers. Just to give you an idea, this is the risk assessment process that is used in scientific research. Typically, the farmers, and the consumers, are brought in about here (on the slide.) The scientists and corporations do the rest, and then they bring us in at the end for taste tasting. We have tried to step back in that process and look at traditional systems and bring farmers in.

The first example I want to give you is about exposure. What is the opportunity for these systems to be exposed to transgenes? Well, we talked to farmers about that. To put it into context, in the US, 99% of the mais seed is hybrid, meaning it comes from hybrid varieties. We talked to farmers in Cuba, Guatemala and Mexico, and I hope you can see the results. Just look at them in terms of the countries themselves. For example, we see that in most countries, such as Cuba, Guatemala and Mexico, the majority are sowing the varieties that they have developed themselves. However, there are still a large number of them that are all sowing modern varieties. They are doing both. There is a mixture. There is a lot of variation, but it’s still predominantly farmer’s traditional varieties.

Where do farmers get their seeds from? Is there are an opportunity for these transgenes, even if they’re not sowing commercial varieties. Is there are opportunity for these transgenic structures to get into their corn? In the US, again, all seed is purchased for the formal system, in other words from seed producers and seed vendors. Where do these farmers from traditional systems get their seeds? Well, you can see that a large proportion of them do acquire seed off-farm. However, if you try and identify farmers in traditional systems, that (similar to those in industrial systems) buy their seed every year from the formal system, you see, all of a sudden that that number is very, very small. It’s a very small proportion of farmers. There’s a lot of off-farm acquisition but very little opportunity for transgenes to enter formally. However, there are extraordinary examples, such as farmers from Cuba that were getting seeds brought from Angola and farmers in Mexico and Guatemala that were getting seed brought from the US. Consequently, there are opportunities for unintentional seed flow.

Another consideration to make is that farmers tend to plant any seed they come into contact with. For example, in Wuajaca, Mexico, in many areas 25% of the farmers are planting seed that they buy as grain to eat, and a lot of that seed comes from the US where 40% of our mais is transgenic. There are lots of ways in which these genes can get into traditional systems. If we remember, the structure of those systems and how they’re different, we can see that in industrial systems there are lots of opportunities to acquire those transgenes, but there is also a very easy way to control them: you just change what the seed is that’s being sold, and you control it. In traditional systems, right now at least, there is very little opportunity to acquire these genes; however, once they’re in there, you cannot control them, because they are recycled and they are maintained.

The other example I want to give you concerns evaluation. What do farmers think of this technology and some of the hypothetical consequences of it? We know that some farmers and some communities feel very strongly that transgenics and transgenesis are a form of cultural harm. They are a cultural affront to them, as in a statement made by the group, again, in Wuajaca, Mexico. We asked farmers in places where we’ve been working what did they think about transgenesis, per say. Not about anything else. Just about the act of taking a property from another animal or plant and putting it into mais.

What did they think about this act itself? As you can see, overall a minority felt that the act itself is unacceptable. Now don’t be confused. We are talking only about the act of transgenesis itself. Those who said it was unacceptable feel that it is morally, ethically unacceptable, that it was just the wrong thing to do. The rest disagreed with that. They said they were open to the technology. You can see that there is a lot of variation. Here we have examples from Wuajaca, Mexico again. In some communities 85% of the farmers said, “No, the act itself is a violation of my belief.” But in some areas, only 37% felt that way, so there is a lot of variation. We cannot generalize and say, “All traditional farmers are against transgenics.”

That’s about the act itself, but what about hypothetical consequences? What do farmers think about what happens with transgenics? We created a very simple scenario with representations of bags of mais seed, and we talked to farmers about these bags. We laid them out on the ground, and we talked about this scenario. On the top the seeds with the yellow string represent a variety that is very similar to their local variety. They can acquire the seeds locally, and they’re at the normal local price, and the yields year after year are more or less the same. The other variety is meant to represent a transgenic variety, although we don’t call it this in the scenario. We just said it was another kind of mais. You must go to a seed store to purchase this variety; it costs twice what the other variety costs, and it represents a variety of BT mais. It initially has very high yields, because it’s resistant to a limiting pest. For instance, instead of giving you 4 bushels, it’s giving you 7 bushels per hectare in the first year. But over time, because that limiting pest is developing resistance to BT, and your yields are going to drop. Even if you go to by those seeds again, you are not going to get that same yield until the whole formal seed system has produced again another BT variety, with another BT construct, that will allow you to go back, buy the seeds and start over again. So we said, “Here are two kinds of behavior, two different mais types, that have different behavior. Which one is best for you?” These are some the hypothetical consequences of a transgenic crop.

Here is another scenario for people concerning grass. There are two different kinds; this variety with the yellow string is pretty much stable in terms of yield over time; the other variety does this cyclical starting very high then dropping over time, then you go and buy a new one, peaking and then it drops over time. These are the results that we were getting. This is the percent of the farmers that wanted the stable variety. Remember the contrast: the minority of farmers that said that transgenics were unacceptable but the vast majority are saying, to just this one example of hypothetical consequences, “No, this is not good for me.

So, I feel it’s important to remember, when we talk about transgenics and traditional systems, that we need to be careful and that we shouldn’t generalize. We should be democratic about finding out what people really do want and how they think about it. We should try and understand that. We should understand that we have to talk about the technology per say and we have to talk about the hypothetical consequences.

The basic message is that evaluation is complex. In conclusion, traditional systems are quite different than industrial ones and, therefore, we need to look at them specifically in terms of risk assessment. We need to understand that evaluation is complex; we need to do that together with farmers, and their systems; we need to remember that farmers do want some kind of improvement. They need better yields and better improvements, but they need them on their own terms and for their own systems. Thank you.
 
 
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