Terra Madre Terra Madre - Choose your language Ministero delle politiche agricole forestali Regione Piemonte Comune di Torino Slow Food
 
 Consenso privacy
RISORSE- I SEMI: Il Futuro dei Semi
 
Key speaker: Vandana SHIVA (India)
Interventi di/ speakers: Walter PENGUE (Argentina), Nelson CONCEPCION (CUBA), Heidi LAMMIMAN (Irlanda), Stefano MASINI (Italia), Peter ZIPSER (Austria), Nicola CHIUCCHIURLOTTO (Italia), Domenico CALICCHIO (Italia), Nelson GENTILI (Italia), Juan Carlos BATISTA (Messico), Valentina UCCELLI (Italia), Dominique GUILLET (Francia), Masatoshi IWASAKI (Giappone)


Vandana SHIVA (India)
I costi dei semi sono aumentati e i brevetti da parte delle multinazionali costringono i coltivatori ad acquistarli ogni anno e ad indebitarsi, portandoli anche al suicidio. Questo è un grave problema in tutto il mondo. I semi, per assurdo, diventano la causa della schiavitù, indebitamento e sofferenza per gli agricoltori. Al contrario, ogni seme salvato possiede dentro se stesso l’incarnazione della biodiversità e della diversità culturale. Il nostro movimento in India ha un nome che significa sia nuovi semi che nuovo dono.

Ho partecipato ad un incontro con le multinazionali chimiche, il cui piano è di rimanere in pochi anni solamente in 4 grandi aziende per controllare tutto il mercato dei semi, delle medicine, dei prodotti agrochimici attraverso tre strumenti: brevetti, ingegneria genetica e libero scambio. Vogliono, come la chiamo io, “la colonizzazione” dei semi, mentre dobbiamo pensare alla libertà dei semi, la sovranità per i coltivatori in modo da opporsi alla volontà delle multinazionali che cercano di porre fine alla biodiversità.


Walter PENGUE (Argentina)
Farò riferimento all’America Latina e al modello di espansione industriale. Il nostro gruppo di lavoro (Ecologia y Paisaje del MedioAmbiente) ha pubblicato un libro, “Agricoltura industriale e trans-nazionalizzazione”, che manderemo alle organizzazioni, atenei e ONG che ne avessero bisogno. In Argentina, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito alla liberazione della Soia RG che apparteneva alla Monsanto. Agli inizi degli anni ‘90 il paese ha avviato il processo di semina diretta e la concentrazione di poche colture, soprattutto della soia. Questo è stato una politica inedita nell’agricoltura mondiale. La soia transgenica ha sostituito tutte le altre produzioni, anche quelle ibride iniziate dagli americani. Grazie a questo tipo di coltivazione, in 2 anni si sono potuti offrire ai contadini 3 raccolti per aiutarli nei loro problemi finanziari.

I diritti della Monsanto nel 1996 sono passati agli agricoltori, e oggi, nel 2006, essa vuole riscuotere un “fee” tecnologico, dal valore di 300 milioni di dollari, dai coltivatori argentini. Monsanto sta effettuando una pressione molto forte su di loro e cerca di ottenere di nuovo questi diritti con un contratto che restituisca loro i semi. Il governo ha supportato la coltivazione di soia transgenica e ora sta discutendo con la multinazionale.

C’è stata una grossa espansione di coltivazione di soia: è arrivata a 15 milioni di ettari e si va verso i 18 in molte zone, zone vergini, nel nord soprattutto. Gli abitanti dell’America Latina consumano pochissima soia, come ad esempio, i poveri con la campagna Soia Solidale. Il 98% della produzione è per l’esportazione e arriva in Europa, per la produzione di carne, una parte arriva in Cina e, in futuro, arriverà in India.

Oggi l’America Latina ha un grande problema: è caduta in una trappola e il fenomeno ha una dimensione estrema non facilmente controllabile.
Il processo tecnologico sta cambiando; assistiamo ad una privatizzazione della scienza e tecnologia. L’ agricoltura industriale è molto potente. Dobbiamo avere delle basi scientifiche per affrontarla in questa lotta con dati certi.
Gli stati dell’America Latina sono produttori di materie prime per 500 miliioni di persone nel mondo. Purtroppo la tradizionale agricoltura familiare, che differisce da quella industriale anche perché ha sempre bisogno degli agricoltori, sta diminuendo.


Nelson CONCEPCION (CUBA)
Presenteremo il problema del seme, che per il contadino è l’inizio del proprio potere, perché gli permette di lottare per il suo futuro. Parlare del seme è necessario per l’agricoltura popolare urbana, dove vivono uomini e donne: l’agricoltura nelle piccole aree è eterogenea, ogni pezzo di terra ha bisogno di varie coltivazioni. Non abbiamo terreni e clima per ogni tipo di seme. Abbiamo creato, quindi, una rete nazionale con una fattoria per ogni comune, oggi sono 208 in tutta Cuba. Ogni fattoria produce semi per i vari contadini del territorio, anche in piccola quantità. I produttori popolari, attraverso la cooperativa e la consulenza dei centri di ricerca, producono alcuni semi, in conformità con le condizioni locali.

Prima della consegna del seme all’agricoltore, questo é scelto dal servizio di ricerca del Ministero dell’Agricoltura: ogni varietà deve mantenere il proprio patrimonio e caratteristiche. E’, quindi, necessario avere la consulenza dei tecnici per informare, selezionare e aiutare i coltivatori con i semi corretti.
Ora il contadino produce direttamente i semi per le sue coltivazioni nella sua terra, tramite la tecnologia e gli insegnamenti ricevuti dai ricercatori.


Vandana SHIVA (India)
Forse non sapete che Terra Madre nacque anche dalla Commissione per il Futuro degli Alimenti, di cui Carlo Petrini fa parte. Abbiamo pensato di riunire le comunità mondiali a favore della biodiversità. Così venne l’idea; ora, inoltre, abbiamo redatto un Manifesto sul Futuro dei Semi, che contiene 4 parti principali:

1) La diversità delle vite e delle colture: esse sono legate e non potrebbero evolvere diversamente. Ad esempio, la soia in Argentina viene prodotta non perché serva a qualcuno - fino a 50 anni fa nessuno la utilizzava - ma ora, essendo oggetto di uno sfruttamento da parte delle multinazionali, assistiamo ad un suo utilizzo in diverse forme, come il petrolio. Quando esiste un monopolio su un seme come la soia, sia geneticamente modificato o meno, possiamo notare la spinta delle multinazionali ad una grossa produzione che causa delle eccedenze, le quali possono essere smaltite e scaricate in altri paesi con la garanzia di sovvenzioni pubbliche. In India siamo stati invasi dalla soia; l’olio di soia, ad esempio, ha messo in crisi le nostre produzioni locali e autoctone, come l’olio di senape.

Queste sono minacce globali alla biodiversità. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per i semi, basato sulla libertà di Terra Madre e sulla libertà dei semi. Non è possibile trattare il prodotto della Terra come frutto della mente e della creazione della Monsanto. E’ un capovolgimento della situazione, è diventato un furto della proprietà intellettuale. Questo paradigma deve risolvere i problemi di carattere tecnologico: occorre ricerca destinata ai coltivatori per permettere loro di ottenere una certa qualità, e non una ricerca che sia utilizzata per creare e modificare i semi rendendoli addirittura sterili. È un crimine.

2) Il secondo principio è la legge della biodiversità. Abbiamo bisogno della diversità dei sistemi agricoli, servono poli-colture, miscelazioni, non monocolture. Abbiamo bisogno del rapporto del mercato, che il produttore e il consumatore si incontrino. I ricercatori e i contadini devono essere partner in questa attività.

3) Altro principio è la libertà del seme: per non sottostare a questa forma di pirateria da parte della Monsanto, abbiamo bisogno di essere liberi di coltivare i semi nel futuro. Le nostre coltivazioni devono avere la diversità nella varietà, ricercando la qualità nel cibo. Oggi stiamo producendo cibi vuoti qualitativamente.

4) Quarto principio: le donne sono protagoniste della biodiversità, quindi bisogna riscoprirle ed emanciparle.

Impegnatevi ad essere custodi e guerrieri dei semi nella battaglia contro l’economia ultraliberista. In dicembre la rete europea contro gli OGM si incontrerà con l’UE per parlare di come poter mantenere la propria identità al di fuori di questa mentalità economica. E’ importante che, quando tornate a livello locale e nazionale, tutti voi operiate per difendere il Manifesto dei Semi, che è il passo successivo per costruire una comunità del mondo. Non dobbiamo perdere questi semi. L’istituzione di banche di semi è una possibile via, così come Terra Madre vuole essere una partenza per questa campagna.


Heidi LAMMIMAN (Irlanda)
Abbiamo iniziato un progetto anni fa con un orticello dietro casa e poi abbiamo ottenuto un finanziamento da parte del governo per creare una banca di semi. Forniamo ad ogni associato che paga un fee annuale i vari semi che riusciamo a conservare. Abbiamo raccolto semi per coltivare 48 tipi di patate. Le scuole della comunità partecipano e piantano le varietà loro stessi. Nell’avviare il nostro progetto, abbiamo considerato i vari aspetti della biodiversità. Realizziamo due bollettini con le buone e le cattive notizie sul mondo agricolo.
Se non fosse stato per i nostri membri non avremmo raggiunto i nostri risultati.


Yoshida TOMOKO (Giappone)
Provengo da Miura, dove io con altre persone coltivo il rafano bianco, prodotto che arriva originariamente dalla zona Mediterranea. Il rafano ha una storia centenaria nella nostra terra, anche se oggi viene riconosciuto come Rafano di Miura, dove il terreno è ricco di minerali e quindi propizio a tale coltivazione. Nel ‘89 abbiamo subito un tifone molto forte che ha distrutto tutte le coltivazioni e ha provocato grossi danni. Abbiamo allora pensato di creare un’altra specie, ovvero il “rafano di Colloverde”, che può crescere in tutti i terreni. Il rafano bianco di Miura non è facile da coltivare dappertutto, ecco perché ora la maggior parte delle aziende agricole coltiva rafano di Colloverde.

Il rafano di Miura è difficile da coltivare perchè richiede semi prodotti da aziende agricole, mentre quelli di Colloverde sono prodotti altrove.
Il gusto del rafano di Miura va verso la scomparsa, ma io e un gruppo di donne cercheremo di continuare a coltivarlo e promuoverlo attraverso ricette nuove, combinandolo anche con altri alimenti più occidentali e oramai diffusi, come burro e pancetta, per far sì che continui a sopravvivere. Dobbiamo agire per salvare il rafano di Miura. Qualcuno deve parlarne, e io continuerò a farlo, pur se rimanessi l’unico a farlo.


Stefano MASINI (Italia)
C’è un libro di agronomia pubblicato all’inizio del secolo in Italia (Nullo Bendandi. Le sementi nella tecnica agricola e nel commercio, Catania 1913) che ci ricorda un principio molto importante comune in tutte le agricolture: quando il terreno è stato sistemato, lavorato e concimato, resta da risolvere il più importante e difficile dei problemi tecnici che attengono l’agricoltura, cioè la scelta del seme. Dalla scelta della varietà del seme discende la ricchezza della biodiversità. La straordinaria ampiezza della moderna agricoltura dipende dalla varietà e dalla necessità di disporre di una molteplicità di semi.

Il problema è recente: i semi sono brevettati e il coltivatore non può più utilizzare i semi raccolti. Cosa accade nel diritto, quindi? Abbiamo la dissociazione della produzione del seme, che rimane nelle mani del coltivatore ma è separata dalla riproduzione, che diventa un privilegio dei sementieri. A sua volta, il sementiere diventa produttore (notate la distorsione) di diserbanti, insetticidi e fungicidi. Ecco allora che, alla scelta delle sementi, si lega la scelta alternativa tra un modello d’agricoltura plurale che vogliamo conservare e un modello di agricoltura omologata come quello che si incardina sugli OGM.

Dove dobbiamo agire? Qual è il fondamento giuridico che questo Manifesto deve colpire? La regolamentazione sulla privativa comunitaria del ‘94 garantisce il diritto dell’agricoltore di poter riutilizzare nella propria azienda le sementi che sono ottenute piantando materiali di moltiplicazione. Eppure, la biodiversità, come nella legge ricordata da Vadana Shiva nel Manifesto come primo punto, richiede non delle pratiche individuali ma delle pratiche comunitarie e cooperative di scambio tra agricoltori. Solo con queste operazioni d’incrocio e di ibridazione sul piano collettivo e locale si consente la realizzazione della biodiversità. Lo scambio comunitario è una sorta di polizza assicurativa contro l’erosione della biodiversità e il rischio di eliminazione improvvisa delle piante.

La nostra normativa comunitaria della protezione brevettale e della tutela speciale delle varietà vegetali, pur consentendo il re-impiego da parte dell’agricoltore, non consente lo scambio di sementi tra vicini e all’interno della comunità. Per cui, occorre chiedere a livello comunitario di introdurre anche il diritto della “Local Community Farmers’ Exception” - il diritto allo scambio cooperativo di sementi. Questo è il primo risultato che noi dovremmo raggiungere a livello normativo. Successivamente dovremmo portare all’attenzione degli organismi internazionali i contratti che vengono stipulati a livello globale. Ad esempio, il contratto “Round-Up Ready” per la coltivazione della colza prevede delle condizioni che sarebbero illegittime se lette dal punto di vista del legislatore comunitario: il diritto a seminare una volta sola la coltura, a vendere, a ripiantare, e il diritto della Monsanto a ispezionare i terreni e a trasferire questi oneri agli eredi. Anche gli agricoltori europei devono porre attenzione a questo.

E’ stata recentemente pronunciata una sentenza della corte del Lussemburgo (10 aprile 2003 – procedimento C305/00 – Christian Schulin) che si è interrogata se una multinazionale che in Europa detiene il brevetto possa richiedere ad un agricoltore le informazioni riguardanti l’utilizzo nella sua azienda a fini di moltiplicazione, cioè informazioni circa l’esito della produzione delle semente in funzione del fatto di svolgere il mestiere di agricoltore. Sarebbe una sorta di diritto che viola la privacy dell’agricoltore circa l’utilizzo della semente. La sentenza ha negato questo diritto della multinazionale, ma è già gravissimo che la richiesta fosse stata fatta.

Il problema degli incroci non è solo degli agricoltori del sud o del rapporto tra sud e nord del mondo. Per ciò che riguarda l’Italia, noi sappiamo di essere deficitari per il mais di oltre il 65% e per la soia di oltre il 70%; la nostra dipendenza è impressionante, e meno del 10% di ibridi di mais e del 1% dei semi di soia sono frutto di costituzione italiana. La semplificazione del materiale genetico è anche un problema che riguarda l’Italia che esprime comunque una grande varietà, con oltre 4.300 prodotti tipici iscritti in un archivio che ricordiamo essere uno dei compiti prioritari di chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura. Eppure, se non conserviamo la qualità e la diversità delle nostre sementi non potremo procedere a concludere questa rintracciabilità. D’altronde, tre multinazionali (Monsanto, Pioneer e Singenta) detengono oltre il 90% del mercato delle sementi di mais e soia. Questa è una delle questioni che attraverso il Manifesto dovremmo portare all’attenzione del garante della concorrenza e del mercato.

Concludo tentando di creare una connessione culturale tra il Manifesto dei Semi ed un principio, che noi troviamo oggi nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, ovvero il settimo comandamento: non rubare. A questo proposito il testo chiede a quali condizioni esiste il diritto di proprietà privata. La risposta è che il diritto alla proprietà privata esiste, purché resti primaria la destinazione universale dei beni alla soddisfazione delle necessità fondamentali di tutti gli uomini.

Contestualizziamolo alle sementi: il diritto alla proprietà privata esiste, purché resti primaria la destinazione universale dei beni alla soddisfazione delle necessità fondamentali di tutti gli uomini. Se si supera il limite della destinazione delle sementi rispetto all’obiettivo della sovranità alimentare, riteniamo che non sia rispettato questo comandamento.


Peter ZIPSER (Austria)
Parlerò della salvaguardia dei semi. La nostra organizzazione si chiama Arca di Noè ed è stata creata nel 1989 quando abbiamo visto che i semi che utilizzavamo non si trovavano più nei negozi, perché erano esauriti. Abbiamo creato una banca dei semi dove le persone possono anche trovarsi, riunirsi, parlare e seguire dei corsi per coltivatori. Abbiamo circa 6.500 semi diversi per frutta, verdura e cereali. Cerchiamo di darli nelle mani ai contadini purchè li custodiscano. Alcuni li utilizzano direttamente, altri invece li vendono al mercato. Non è semplice portare la conoscenza di come si utilizzano i semi e, quindi, abbiamo creato un manuale annuale sui semi, con tutte le varietà che si trovano sul mercato. La crescita di semi consiste in formazione per giardinieri, bambini, adulti e contadini. Speriamo che la nuova regolamentazione dell’UE includerà aspetti riguardante la loro genetica.

Vorrei fare un esempio di progetto che l’azienda agricola può avviare per fornire semi all’agricoltore in modo che continui a produrre i semi. Il signor Berger, ad esempio, cercava semi antichi di grano. Noi glieli abbiamo forniti e lui, coltivandoli e facendoli crescere, è riuscito a creare un nuovo tipo di grano.
La nostra azienda cerca anche di diffondere questi prodotti nelle cucine presso i ristoratori, ma anche tra i giornalisti e con Slow Food. E’ l’esempio di com’è possibile portare avanti un progetto dal coltivatore in poi.

Occorre proteggere la diversità dei semi, abbiamo bisogno di luoghi dove portarli e abbiamo bisogno di finanziamenti per seguire tutto l’iter del progetto. Quello della diversità è un mercato nuovo da valorizzare, perché, se le persone comprano un tale prodotto, è perché nel fare questo c’è un valore etico.


Nicola CHIUCCHIURLOTTO (Italia)
Siamo due meridionali, provenienti dalla provincia di Salerno. La nostra comunità, ereditaria della cultura greca e romana di una delle valli dell’Appennino, è stabilita in una città di circa 62.000 abitanti, di cui un decimo si occupa di agricoltura, e 1.000 vivono sulla parte collinare. Dieci anni fa abbiamo iniziato un piccolo progetto di salvaguardia della biodiversità locale, dato che mantenere la biodiversità di un luogo significa conservare il suo ecosistema. I piani di sviluppo del territorio spesso ci limitano nella produzione, perché intervengono su usi e costumi locali.

Ci siamo resi conto che le piante selvatiche non erano a rischio, ma lo erano quelle coltivate. Queste ultime erano spesso coltivate da pochi agricoltori che, una volta fuori attività, avrebbero provocato la fine della produzione di quel prodotto. Abbiamo, quindi, fatto un censimento di tutte le varietà selvatiche del luogo, e abbiamo creato un museo (il cui nome è “Museo della Valle delle Orchidee e delle Antiche Coltivazioni”), non solo per conservare le diverse varietà, ma anche per farle conoscere e salvarle. Nel passato, la nostra valle conteneva numerose specie e varietà locali, tra cui le orchidee selvatiche, che sono protagonisti di una festa che si svolge ogni anno in una settimana di maggio.


Domenico CALICCHIO (Italia)
Noi coltiviamo semi antichi, il che ci procura dei benefici ma anche dei problemi. Le nostre produzioni sono buone e pulite ma, purtroppo, subiscono ingiustizie. Produciamo prodotti d’eccezione – abbiamo salvato 50 varietà di pere antiche, mele e vitigni - che però devono competere con la concorrenza generata dal lavoro di braccianti e operai che lavorano nell’agricoltura industriale, uno dei cui siti si trova a 100 metri dalla nostra attività.

Al momento stiamo lavorando su un progetto per rigenerare il patrimonio genetico della frutta. Se il sistema non è giusto è perché c’è concorrenza estrema; ci appelliamo ai poteri locali delle nostre zone, che devono supportarci nella diffusione dei nostri prodotti. Come può un contadino come me, dopo una giornata di lavoro, andare a vendere al mercato i propri prodotti con una competizione del genere? Spingiamo le istituzioni a stare al nostro fianco.

Nelson GENTILI (Italia)
Sono responsabile di un presidio Slow Food nelle Marche. La mia comunità ha iniziato in maniera autonoma prima ancora di venire a conoscenza di Slow Food. Successivamente le idee si sono incontrate, e nel 2000 abbiamo realizzato il Presidio della Mela Rosa dei monti Sibillini, che si è sviluppato come un progetto di tipo scientifico con risultati per le aziende produttrici.

Il contesto sociale del Presidio si differenzia dai movimenti contadini spinti dall’industrializzazione verso le aree urbane. Il progetto della Mela Rosa riguarda il lavoro su 8 eco-tipi. L’obiettivo è stato quello di recuperare il patrimonio genetico e il germoplasma interno alle gemme, i quali possono essere comprati e registrati dalle banche dei semi di tutto il mondo. In particolare, il progetto ha puntato a concentrazione e sviluppo delle aziende che hanno provveduto al recupero diretto di diversi patrimoni genetici. In un secondo momento l’attività è passata da uno stadio esclusivamente culturale ad uno finanziario, realizzando un plus valore e fondando anche aziende nuove, invertendo l’andamento del territorio. Molti passi in avanti sono stati effettuati recependo la filosofia di Carlo Petrini e la sua rete di comunità, e si sono realizzati scambi scientifici e professionali con tutto il mondo, come quelli con l’amico qui con noi, Ingegner Olivera della comunità dell’Avocado Crollo.


Juan Carlos BATISTA (Messico)
Noi abbiamo una grande diversità di tipologie di avocado di molte dimensioni, con molta o poca polpa, molti o pochi semi, con fibre diverse. L’avocado è originario del Messico e le prime tracce di consumo risalgono a circa 10.000 anni fa a Puebla. Di fatti, già gli Aztechi sceglievano le piante e i frutti migliori dell’avocado.

Dagli anni ‘50, in alcuni centri di ricerca si è lavorato sulla selezione dell’avocado. Questi studi hanno celato una serie di problemi, primo tra tutti il fatto che interessassero a livello universitario e poco a livello culturale degli agricoltori. Nello stesso decennio è iniziato l’inserimento di qualità migliorate del frutto nel mercato. Questo fenomeno ha rimosso l’avocado “crollo”, anche se poi è emersa la varietà “cas”, che si è mostrata gestibile ed adattabile. Conseguentemente, sono state fatte piantagioni molto grandi di avocado cas, e l’avocado crollo è stato messo da parte.

Nelle immagini presentate potete vedere la pianta centenaria con la quale cercavamo di portare avanti il recupero di questo frutto e le sue piantagioni. Le persone che vivevano del commercio nel mercato locale del crollo hanno avuto problemi a convertirsi all’avocado cas, primo tra tutti la perdita di capacità di contrattazione. Eppure, l’avocado crollo è un soggetto fondamentale non solo dell’ecosistema messicano ma anche del suo sistema economico interno. Ad esempio, la sua polpa è usata per alimentazione animale, mentre i suoi semi sono usati per vivai commerciali.

Il nostro obiettivo è di cercare di salvare questa varietà di avocado, affinché non vi debba più essere incomprensione tra sapere e cultura tradizionali e scienza. Grazie a Terra Madre e a Carlo Petrini torniamo in Messico più arricchiti di entrambi.


Valentina UCCELLI (Italia)
Rappresento l’ONG italiana ICEI (Istituto Cooperazione Economica Internazionale), che è attiva per la lotta alla povertà e per sostenere lo sviluppo attraverso il supporto dell’agricoltura biologica a livello familiare. Personalmente lavoro nella regione del Mercosur (Argentina e Brasile principalmente).

L’ICEI sta implementando un progetto bi-nazionale svolto principalmente in Brasile, nella zona del Rio Grande del Sul che si chiama “Sementas, Semillas”. Il nostro partner locale fornisce consulenza agli agricoltori della zona per conservare e scambiare semi autoctoni. Questo referente appoggia i piccoli produttori per tenere intatto il patrimonio genetico delle specie vegetali tramite l’intervento su semi agricoli che sono i materiali di moltiplicazione biologica, frutto di conoscenza e sperimentazione collettiva delle popolazioni.

Le unità produttive sono sempre più piccole e sempre meno autosufficienti nella produzione di semi. Quindi, si cerca di specializzare ogni famiglia nella crescita di un certo tipo di seme, in modo da creare così una banca dei semi, il cui approccio non è puramente conservazionista.

Il centro ecologico insieme ad ICEI e a piccoli produttori ha creato un coordinamento di famiglie della regione riguardo alla produzione e conservazione di prodotti di Rio Grande del Sul. Si è così creato un comitato di gestione per elaborare una mappa della biodiversità territoriale e un partneriato tra 22 famiglie per la conservazione di 80 varietà di semi nella regione centrale dell’area geografica. Il progetto binazionale è direzionato ad integrare un progetto internazionale di IECI sviluppato al nord dell’Argentina. L’obiettivo è di creare sinergie a livello regionale nel Mercosur.

La nostra azione è mirata a favorire una produzione legata alle tradizioni sociali, ancor prima che economiche, tramite un modello tecnico di carattere biologico che si adatta alle piccole unità produttive e familiari. D’altronde, tentiamo di limitare la contraddizione esistente tra mercato concorrenziale e minori scale di produzione.


Dominique GUILLET (Francia)
Sono responsabile di un’associazione che lotta in nome della diversità bioalimentare. Io e i miei colleghi lavoriamo in centri in varie parti del mondo quali il Sud America e l’India, cercando di registrare e collezionare semi di agricoltura biodinamica. In termini pratici, forniamo semi a tutte le comunità rurali del terzo mondo che lo richiedono – finora 300 comunità in tutti i continenti.

I rischi riguardanti il movimento dei semi in Europa è legato all’imposizione della convenzione di Parigi (Lupov). In tutti i paesi della comunità europea è ormai vietato produrre semi, ortaggi e cereali che non siano catalogati dall’UE. La nostra associazione è stata sollecitata dal Ministero dell’Agricoltura a non utilizzare semi non catalogati, e la nostra resistenza ci ha portato ad affrontare delle cause legali che sono ancora in corso in Francia.

Su un fronte simile, la nostra associazione ha vinto un processo contro la lobby dei produttori mondiali di semi. Sebbene non avessimo avvocati professionisti, siamo riusciti a convincere la presidenza della corte che il nostro lavoro fosse armonico in relazione alla direttiva 98/95 CE. Ciononostante, il Ministero dell’Agricoltura, la federazione dei produttori e lo Stato francese hanno voluto riaprire il processo. In caso di perdita di tale processo, la nostra associazione dovrà chiudere per le ingenti somme di denaro che dovremmo pagare per i semi assenti nel catalogo francese che la nostra azienda ha distribuito nel corso degli anni.

A nostro parere il tema dei semi in Europa è trattato in maniera artificiosa ed alquanto contraddittoria. Da un lato c’è il Trattato di Roma, che è divenuto legge per la tutela della biodiversità, e dall’altra esiste una direttiva europea per i semi che non è ancora stata rettificata da nessuno stato, e contro cui la Francia sta facendo guerra da vari anni. Per questo motivo noi distribuiremo un manuale sui semi e faremo una presentazione sulla collezione planetaria, oltre ad esporre vari campioni di semi utilizzabili a beneficio delle attività agricole nel Terzo Mondo.

Masatoshi IWASAKI (Giappone)
Ho iniziato un movimento di conservazione di semi antichi in Giappone. Fino a pochi anni fa ero un comune bracciante che lavorava esposto a concimi chimici, finché mi sono gravemente ammalato. Dal momento in cui ho lasciato l’azienda per cui lavoravo, ho iniziato ad intraprendere agricoltura biologica senza concimi chimici. Ho avviato una rete di agricoltori tramite una serie di incontri. Ad ogni incontro avveniva uno scambio di semi conservati e protetti con cura da agricoltori locali. Sebbene alcuni provenissero dall’estero, la maggior parte di questi semi non erano mai usciti dalla terra di questi agricoltori, ed alcuni erano quasi vicini alla scomparsa.

Oggigiorno mi occupo di conservare i semi che tutti i villaggi e agricoltori locali hanno mantenuto intatti nel corso del tempo. Iniziai dai semi di carota. Ogni volta che raccoglievo le carote, selezionavo le migliori, in modo da conservare la qualità più elevata. Eppure, dopo 10 anni ho scoperto che in realtà la produzione era indebolita. Imparai che, come per il mondo umano, avevo valutato solo l’aspetto esteriore e non il contenuto, e che era sbagliato selezionare solo le belle produzioni. Dopo 20 anni di attività e di applicazione, sono riuscito a salvare quasi 50 specie che stavano scomparendo.

Tra le verdure consumate in Giappone, molte sono provenute dall’Italia e dal Mediterraneo. Ad esempio, sono arrivati molti tipi di rafani, coltivati insieme ad altri tipi autoctoni ed altri arrivati da altre zone asiatiche. Con l’arrivo della primavera queste verdure fioriscono e i campi ne diventano una bellissima mostra.

In realtà, come sapete, i semi non sono belli da vedere. Il seme si coglie anche quando una pianta comincia ad appassire, cioè nel suo momento più brutto, ma il seme al suo interno rappresenta la vita che continua, e anche solo l’idea è qualcosa di bellissimo. Quando devo prendere i semi del rafano, io li prelevo, gli parlo, li coccolo. Infine, il momento in cui ogni anno i semi nascono e continuano la vita di una specie è un momento che mi rinvigorisce. Tutto ciò mi fa dire che da attività di cura e amore si genera una bellissima tradizione agro-alimentare che dobbiamo sostenere.

 
 
 Consenso privacy
Fondazione Terra Madre C.F. 97670460019 • Note legali Powered by Blulab