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RISORSE - OGM Free: siamo sicuri?
 
Modera Gabriella Morini
con interventi di: Ivan VERGA (Italy), Guido TAMPIERI (Italy)

Ivan VERGA (Italy)
Buongiorno. Spero di non dover esaurire io tutta la parte relativa ad una tematica che comunque è davvero molto complessa. La vicenda dei microrganismi di origine transgenica all’interno dei prodotti alimentari probabilmente è l’aspetto più rischioso e meno esplorato, è l’aspetto in cui più carente è la normativa che, appunto, disciplina non tanto il rilascio dei microrganismi che poi entreranno a far parte della catena alimentare, ma soprattutto il concetto di valutazione del rischio a priori, precedente l’immissione all’interno della catena alimentare di questi organismi transgenici.

Diciamo che il campo di applicazione prevalente oggi attuato e già reso concreto a livello industriale dei microrganismi è il campo farmaceutico, dove se ne fa un larghissimo uso ormai. Dal punto di vista alimentare, siamo solamente a livello sperimentale, quindi la domanda posta dal dibattito é: dobbiamo essere sicuri per adesso? La risposta è si, per adesso, perché non siamo ancora a livello di produzione ma siamo semplicemente a livello di sperimentazione. Tranne – ripeto, tranne – due microrganismi geneticamente modificati che sono stati autorizzati dalle autorità statunitensi e che sono entrati 6-7 mesi fa a far parte della catena di produzione vitivinicola statunitense con le proprietà di questi organismi geneticamente modificati per favorire una più veloce fermentazione del vino. Quindi, ci sono solo 2 microrganismi introdotti della catena alimentare che sono, però, molto confinati nella produzione vitivinicola. Qual’è il problema essenziale dei microrganismi? Il problema è l’assoluta mancanza, anche dal punto di vista teorico, di protocolli atti a determinare una valutazione del rischio che sia a priori.

Sapete perfettamente le diverse scuole di pensiero da questo punto di vista: negli Stati Uniti c’è una grandissima facilità nell’immissione in commercio di prodotti di natura agricola o poi alimentare geneticamente modificati, perché prevale una tesi. La tesi è quella della possibilità di realizzare prevalentemente a livello “post-marketing”, quindi dopo l’immissione in commercio, la verifica di questi prodotti.

C’è poi un’altra tesi – che mi pare vada per la maggiore, sicuramente al livello europeo ma mi pare ormai anche al livello di altre aree geografiche – che sostiene invece la necessità a priori di valutazione “pre-marketing”, di verifica prima del rilascio di questi organismi geneticamente modificati.

Il problema dei microrganismi, però, è particolarmente delicato, proprio per la quasi completa assenza di protocolli sperimentali che possano ragionevolmente determinare un campo di previsione, caso per caso, microrganismo geneticamente modificato per microrganismo geneticamente modificato, della sua possibile interazione ed incidenza non desiderata con il “corpo ospite”. Questo è il problema di fondo dei microrganismi.

L’ultimo problema di fondo è una pressoché scarsissima legislazione. Questo vale non solo per gli Stati Uniti, dove la legislazione su tutta la vicenda OGM è veramente molto permissiva per ragioni culturali, ma vale anche nella più rigida Europa. Proprio una mancanza di dibattito scientifico sull’argomento fa sì che, nella normativa delle direttive europee, sia ben poco e davvero molto superficiale, ciò che è stato normato o catalogato all’interno delle direttive che disciplinano sia la sperimentazione sia l’immissione eventuale in commercio, dei microrganismi geneticamente modificati.

A latere della questione dei microrganismi, io credo che abbiamo un aspetto che rischia di essere centrale nelle prossime settimane, quindi con molta più attualità e con meno verve ed enfasi di carattere scientifico rispetto alla questione dei microrganismi, che invece è di ordine “strutturale” per le problematiche agricole delle prossime settimane ed immediati mesi.
Quando si parla di domande come “Possiamo essere sicuri con gli OGM?” e quindi anche “l’OGM-free ci da garanzia di essere sicuri?”, fino a ieri, dal punto di vista dell’agricoltura biologica, potevamo dirci ragionevolmente sicuri ma potevamo dirci assolutamente sicuri del OGM free all’interno del biologico. Invece, nella nostra cara Europa, che in questi anni, anzi decenni, è stata un po’ la barriera a livello internazionale che ha frenato questa espansione così incontrollata, io direi insensata e anche superficiale dal punto della valutazione scientifica, stiamo assistendo ad un dibattito che dice: “introduciamo all’interno del regolamento che disciplina l’intero settore del biologico la possibilità di determinare delle soglie di contaminazione consentita da OGM”. Cioè, sostanzialmente introdurre le soglie di contaminazione – che già esistono e già sono in vigore nel diritto europeo per quanto riguarda l’alimentazione convenzionale – anche all’interno dell’alimentazione biologica e con un aspetto direi piuttosto imbarazzante, perché, quando parliamo di leggi, regolamenti e comunque normative, parliamo di certezza del diritto. Con questi emendamenti che propone, anche a livello molto discrezionale, ad un certo punto la Commissione Europea potrà anche decidere, quando e come le piacerà, di introdurre soglie di contaminazione consentite all’interno delle sementi di origine biologica. Voi capite che siamo ad un passo direi cruciale. Se ne parlava con Carlo Petrini proprio un paio di giorni fa. E’ evidente che, se la vecchia Europa abdica, già a partire dal biologico, a questo “principio sciocco e furbo” (molto sciocco da un punto di vista e molto furbo da l’altro punto) che è quello di consentire le contaminazioni all’interno del biologico, il passo sarà breve per arrivare a normative che consentono contaminazioni consentite da OGM anche all’interno dei seminativi di origine convenzionale, il che vorrebbe dire un “via libera” al transgenico senza averlo mai deciso. Questa è la cosa che molto preoccupa e molto sta irritando anche gli establishment degli stati membri dell’Unione Europea. Viene vissuto sostanzialmente come una abdicazione al modello che a livello internazionale abbiamo definito come il modello Bayer, e che diciamo che in negativo ha addirittura fatto maggior scuola di quanto ne abbia fatto Monsanto negli ultimi decenni.
Ricorderete perfettamente ciò che è accaduto sostanzialmente nell’estate scorsa: Bayer inquina con il proprio riso geneticamente modificato le filiere del riso di mezzo mondo, dopo di che, si autodenuncia. Una volta realizzata l’autodenuncia, Bayer dice “ormai il fatto è irreversibile”, ormai la contaminazione non può più essere recuperata e, a questo punto, le autorità di tutti i paesi e di tutti i continenti devono sostanzialmente rassegnarsi al fatto compiuto e quindi autorizzare, senza nessuna verifica, senza nessuna valutazione di sicurezza d’uso, il proprio riso.

Diciamo che l’ordine dell’emergenza è straordinario, soprattutto perché tutta questa faccenda delle sementi e del cibo di origine geneticamente modificato nasce con delle manomissioni semantiche, addirittura con delle manomissioni linguistiche, per cui, in mezzo mondo da 3 a 4 anni a questa parte, siamo più o meno tutti impegnati (chi nelle accademie, chi negli istituti di ricerca, chi nei campi) a dover fronteggiare una ipocrisia straordinaria, che è quella che viene posta dai governi, che dicono che dobbiamo normare dobbiamo legiferare, dobbiamo realizzare regolamenti che possano consentire la co-esistenza dell’agricoltura transgenica a fianco a quella di origine naturale biologica e all’agricoltura convenzionale. E’ un’ipocrisia che dal punto di vista scientifico non ha possibilità di essere accettata, giacché non stiamo parlando del paradigma chimico nel quale, grosso modo, la coesistenza tra biologico e convenzionale ha retto.
Qui siamo in presenza del paradigma genetico, sapendo perfettamente che specie geneticamente modificate trasmigrano o si impollano con le varietà di origine biologica piuttosto che di origine convenzionale, determinando, a breve periodo, l’uniformità a favore del transgenico.

Anche dal punto di vista dell’Unione Europea, che per molti versi è stata una diga molto importante in questi anni, si vede proprio come il metodo Bayer stia dando i risultati sperati dal punto di vista delle multinazionali e dal punto di vista aziendale. Ha fatto breccia dal punto di vista del “convincimento della irreversibilità” del processo del transgenico, cosa che sappiamo che non è assolutamente vera. Forse può interessare a tutti i delegati, provenienti dai diversi continenti e dalle diverse esperienze nazionali, sapere che in molti stati europei, e io credo che il principale sia l’Italia, in questi anni la vicenda del transgenico è stato motivo per accelerare addirittura non solo i processi di scomposizione del fronte a favore del transgenico, ma processi di straordinaria ricomposizione dei soggetti sociali ed imprenditoriali che compongono la filiera agricola. Cioè era così forte e sentita la problematica del transgenico che, a livello sociale ed imprenditoriale, ad un certo punto ci si è trovati davvero a governare il problema dal punto di vista sociale con episodi straordinari. Sono stati creati tavoli tecnici nei quali specialisti delle associazioni ambientaliste, consumeriste e del mondo accademico si sono trovati a discutere con anche i grandi colossi della distribuzione di massa alimentare, su come rendere realmente (e non per finta) OGM-free le filiere, sapendo che questi grandi colossi dovevano investire una montagna di soldi per ripulire le proprie filiere. E ancora, questo straordinario episodio, di emancipazione straordinaria, delle organizzazioni ufficiali e delle grandi organizzazioni agricole. Nel nostro paese c’è la Coldiretti, la organizzazione più grande a livello europeo di agricoltori, di contadini, di piccola realtà agricola, della piccola impresa agricola contadina. Pensate che a guidare il processo di stop al transgenico nel nostro paese e in Europa sono esattamente le grandi confederazioni agricole, in prima battuta la Coldiretti in Italia. Ciò significa che siamo usciti dal campo della marginalità. Cioè, il grande blocco (una volta si sarebbe detto il “grande blocco sociale”) di consenso si è ricomposto a favore di un modello di agricolture, di agro-industria sostenibile, in critica serrata con il modello transgenico, che è colonizza e lede l’indipendenza e la sovranità alimentare dei paesi, oltre che evidentemente dannoso, cose dimostrate già dal punto scientifico, sul piano ambientale e con fortissimi dubbi dal punto di vista sanitario.

Direi che nell’agenda, c’è questa problematica: fermare questa ipocrisia per cui si dice che la contaminazione degli alimenti e delle sementi, sia di origine biologica che di origine convenzionale, è inevitabile. Non è vero. Non è vero semplicemente per un piccolo fattore di natura tecnico- scientifica: l’industria o l’agricoltura del OGM-free ha utilizzato, credo in modo spregiudicato, ma in modo intelligente, l’OGM-free come fattore commerciale comparativo, quindi promuovendo tecnologie capaci sul serio di identificare l’eventuale inquinamento delle filiere, capace sul serio di determinare la rigorosissima separazione delle filiere, dimostrando un’altra volta che la vera capacità innovativa non è tanto di chi si prende la irresponsabilità di inquinare le filiere, ma la vera capacità innovativa è esattamente di chi si prende la responsabilità di ripulire queste filiere, investendo ingenti capitali, e oltretutto promuovendo tecnologie innovative, capaci di identificare i diversi organismi geneticamente modificati e capaci di separare i lotti contaminati da quelli desiderati.

Alla fine, molte volte ci rimproverano di essere “conservativi”, arretrati, però mi pare che la questione degli organismi geneticamente modificati dica una cosa: i famosi mercati – quelli che solitamente sono invisibili, che di solito fanno grandissimi danni all’umanità – hanno già votato. Se voi andate a comperare un seminativo biologico, naturale, a un bassissimo contenuto di tecnologia, voi andrete a comprare un seminativo che costa molto. Se voi comprate, invece, una semente ad altissima intensità di tecnologia intrinseca – ossia come una semente geneticamente modificata – questa semente sarà deprezzata, costa molto meno, di una semente di origine organica. Quindi, si può dire che i mercati hanno già votato. I mercati hanno già detto molto chiaramente che il transgenico è qualcosa che, come dire, non solo non è desiderato ma è anche marginale rispetto alle stesse quotazioni del mercato.

Uso sempre questa battuta quando ci si trova a discutere con l’establishment, perché l’establishment molto spesso fa grande fumo, grandi paroloni, ma alla fine e alla prova dei fatti, è costretto ad arrendersi di fronte a queste prove, quelle, appunto, che declamano dalla mattina alla sera: i mercati hanno già votato. Grazie.

Guido TAMPIERI (Italy) Sottosegretario, Ministero delle Politiche Agricole.

Buon giorno a tutti. Non sono un tecnico ma sono un politico. Faccio il vice ministro dell’Agricoltura nel nostro paese e dunque mi occupo anche di OGM. Io credo la questione degli organismi geneticamente modificati sia fondamentalmente una questione di libertà. Non lo so allo stato attuale delle mie cognizioni se gli OGM facciano o non facciano male.

Provengo da una lunga stagione che è stata quella della chimica verde. Vengo da una regione fortemente frutticola dove si facevano dai 10 ai 12 trattamenti di antiparassitari nei frutteti: peggio di così, credo, non possa cadere. Quindi, noi abbiamo trattato questo tema in Italia su tre versanti, posti nelle domande: Questi organismi sono sicuri? Questi organismi sono necessari? Questi organismi sono opportuni e sono utili? Questi sono i tre interrogativi che ci siamo posti. La mia/nostra risposta è stata che gli organismi allo stato attuale non sono sicuri, nel senso che il mio “non so” è già una risposta al problema. Quindi è necessario, siccome alimentarsi è un attività terribilmente intrusiva alla quale ci concediamo quotidianamente e non vogliamo rinunciare, credo che la sicurezza di ciò che mangiamo sia un elemento di garanzia a priori.

Nella nostra agricoltura, questi prodotti non sono necessari. Non sono necessari perché nell’Europa del “set aside”, non si capisce perché noi dovremo andare verso un intensificazione delle rese e non dovremmo riproporre di nuovo un modello ad alta intensità energetica e ad alto coefficiente di erosione dal punto di vista biologico. La riposta alla terza domanda è qui accanto, nel Salone del Gusto di Slow Food. In un paese come l’Italia che fa della distintività del proprio corredo identitario un valore di carattere commerciale in tutti i paesi del mondo, pensare di andare verso un’omologazione dei prodotti e un’omologazione dei processi è qualcosa che non ha alcun significato. Ci sono alcune imprese, che in Italia si ritengono grandi, che pensano di trarre giovamento dal fatto di fare mais transgenico come accade nello Utah. Ma visto che abbiamo tutti letto “I Viaggi di Gulliver”, di Jonathan Swift, sappiamo che i concetti di grande e piccolo sono concetti assai relativi. Quindi, in un appoderamento dell’Emilia o della Lombardia fare delle coltivazioni OGM con produzioni identiche a quelle di appoderamenti che sono cento volte superiori, francamente mi sembra un suicido anche dal punto di vista economico-commerciale.

Qui sta la nostra posizione e da qui viene anche il punto di critica fondamentale che noi rivolgiamo alla Comunità Europea. L’Unione Europea, nella sua regolazione di questa materia, ha compiuto un salto logico. L’Unione Europea a lungo si è trattenuta con una moratoria protratta, più che altri paesi, dall’imboccare la strada degli OGM, poi ad un certo punto ha scelto di farlo. Alla luce delle costrizioni dei negoziati internazionali, ha deciso di aprirsi ed ha inventato questo istituto che va sotto la dizione di “co-esistenza”. L’Unione Europea non ha detto ai suoi 25 stati membri, “vedete se le produzioni OGM, le produzioni biologiche, le produzioni tradizionali possono convivere”. Ha fatto un salto logico e ha detto, “Cari stati, decidete come farli convivere”, saltando quindi un passaggio. La cosa è stata resa molto evidente dall’atteggiamento di resistenza a questa impostazione che ha assunto un paese come l’Austria. L’Austria ha deciso di rifiutare le coltivazioni OGM, ed è stato il primo paese che ha adottato una legge organica (ci sono tante piccole leggi regionali ma non di paese). L’ha presentata all’Unione Europea, dicendo “non solo non voglio, ma non posso applicare la co-esistenza perché la dimensione media delle mie imprese è talmente piccola che tecnicamente la co-esistenza non é possibile”. Su questo si è pronunciata - e questo è il tema più importante e più pericoloso - la Corte di giustizia europea: ha dato ragione alla Commissione europea, facendo riferimento ad un argomento capzioso che non ha precedenti. La regola europea recita così, “noi possiamo fare eccezioni al principio di co-esistenza in un paese europeo se si dimostra che in quel paese europeo ci sono delle condizioni diverse e particolari rispetto agli altri paesi”. Ma poiché la dimensione piccola dell’Austria non è un unicum ma è qualcosa che anche altri paesi hanno, come l’Italia, questo non costituisce una ragione particolare e dunque questa argomentazione non è tale da inficiare la posizione della Commissione Europea.

Vi rendete conto a quale tipo di paradosso e artificio giuridico si è giunti per andare in questa direzione e noi in Italia stiamo prendendo le mosse inevitabilmente, non possiamo fare altrimenti, da quella sentenza, per vedere come in Italia possiamo procedere per inibire questo tipo di attività perché è di tutta evidenza che la questione è di carattere, per l’appunto, economico e commerciale.

Io ho fatto questo esempio e diciamo ho chiamato questa situazione “la sindrome del cuculo”. Veniamo da tanti paesi del mondo ma credo che conosciate tutti questo singolare uccello e come si comporta. È un uccello che va a deporre le proprie uova nel nido di altri uccelli e poi, un po’ alla volta, si fa spazio, butta giù dal nido le uova degli altri uccelli, per poi finisce per diventare egemone. Il meccanismo è lo stesso. Se introduco in un contesto territoriale una coltura OGM – quando non ci sono le condizioni per avere una separatezza assoluta dal punto di vista biologico – ho creato le condizioni per uccidere le altre colture preesistenti sul territorio. Per questo che dico che eminentemente è una questione di libertà.

L’Unione Europea arriva a questo paradosso, a proposito del biologico. Ad un punto della sua regolamentazione dice, “se c’è una contaminazione delle produzioni di una azienda biologica ad opera delle produzioni di un azienda che è OGM, l’azienda biologica ha una possibilità. Può fare due tipi di raccolto: fa un raccordo sul centro dell’impresa, perché lì è sicura di non avere contaminazione, e ne fa un’altra sui bordi con il prodotto contaminato, poi eventualmente potrà rivalersi dal punto di vista del risarcimento dei danni. Voi vi rendete conto dell’abominio di questa impostazione! Noi viviamo in un economia di mercato. Non c’è dal punto di vista del prodotto contaminato solo un danno di carattere economico. C’è un danno ancora più pesante di carattere commerciale, perché se io sono un operatore del settore biologico, ho un mio impianto di relazioni persistente ed una catena di distribuzione alla quale io m’impegno a consegnare ogni anno un dato quantitativo di prodotto biologico, nel momento in cui, per la presenza di un’azienda non biologica, non sono posto in condizione di compiere questa operazione, ho un danno assoluto e non sono in grado di stare in commercio con il prodotto che io ho deciso di produrre e commercializzare. E per questo dicevo che è una grande questione di libertà, perché questo meccanismo inibisce lui, come consumatore di poter consumare ciò che vuole, e inibisce me, come produttore con una coartazione della mia libertà di poter continuare a produrre ciò che voglio.

Quindi, in nome della libertà e della parità competitiva delle imprese (perché questa è la teorizzazione dell’Unione Europea), in realtà io ho una sopraffazione nei confronti di chi già prima c’era, l’uccello che il cuculo è andato a soppiantare, che non può più continuare a portare avanti la propria progenie dal punto di vista naturale come è accaduto fino a questo momento.

C’è un’aggravante ulteriore. Immaginiamo due imprese che convivono una a fianco dell’altra. Se c’è una coltivazione OGM in campo, chi vuole essere OGM-free, deve certificare il fatto di non essere OGM free, non solo se è biologico ma anche se facesse delle produzioni tradizionali. Allora questa è un'altra disparità di mercato. Lo dico perché tutta questa teorizzazione fatta in nome della libertà di mercato finisce per essere contraddittoriamente la negazione di questa libertà di mercato, perché in realtà io non ho un allineamento di pari condizioni. Chi è che deve certificarsi? Deve certificarsi la produzione originale, non deve certificarsi la produzione omologa. Una produzione OGM non deve sostenere alcun costo di certificazione; una produzione OGM-free, invece, deve sostenere alti costi di certificazioni. Quindi anche questo allineamento apparente sul mercato in realtà non lo è perché io creo una discriminazione anche da questo punto di vista.

Questa è la questione che abbiamo di fronte. E’ una questione che presuppone non solo tra imprese ed economie una composizione di interessi materiali ma presuppone anche un altissimo coefficiente dal punto di vista regolativo. Se c’è un terreno o un campo che è proprio della politica che, attraverso la propria attività regolativa, fissa i criteri di riferimento per la produzione e la commercializzazione, quindi i criteri di riferimento per il mercato, questo è proprio il settore di cui ci siamo occupando.

Allora noi siamo di fronte ad una duplice situazione: una è quella che riguarda tutta la questione delle lecitine, degli lieviti, ecc., su cui non siamo assolutamente sicuri, lo dico per riscontare il tema della nostra situazione, e qui dovremo avere anche degli accorgimenti ulteriori dal punto di vista tecnico e credo che dovremo perfezionare le nostre metodiche, ma il resto del percorso è di carattere normativo e regolativo che la politica, per l’appunto, deve portare avanti. L’8 novembre avremo una riunione proprio su questo, per affrontare la questione posta, in primis sulla questione del biologico. Quali che siano le opinioni in campo, c’è una parte della nostra agricoltura che è indulgente verso la possibilità di poter continuare a fare produzioni tradizionali che possono convivere con quelle OGM. Sicuramente la convivenza è impossibile nel settore del biologico e come governo italiano abbiamo già deciso di dire no all’introduzione di soglie che rappresentino un principio di contaminazione che, a quel punto, fa venir meno la natura stessa del prodotto biologico. Io compro biologico perché compro naturalità. Nel momento in cui questa naturalità viene corrotta (non importa se per tanto o per poco), l’appeal, la motivazione e la determinazione all’acquisto che induce il consumatore decade.

Volevo porre un altro problema nel nostro paese (non so in altri), che è quello della capacità di governare efficacemente un processo rigorosamente OGM-free. Lo dico perché la carta è già stata sporcata. Non stiamo scrivendo questa pagina su una pagina bianca o nuova. I processi di contaminazione sono già in essere, non c’è stata nel mondo alcuna alterità dal punto di vista delle strutture e dal punto di vista della logistica. Una nave, ad esempio, che venga dal Brasile in Italia porta una volta un prodotto OGM e un’altra volta porta un prodotto OGM-free. Anche se si fanno pulizie delle stive con una certa attenzione, comunque la grossolanità di questo percorso fa sì che una purezza assoluta sia difficile da riscontrare. Questo sta già diventando un problema.

Faccio un esempio, un grande prodotto che conoscete tutti, anche se venite da altri paesi: il Parmigiano Reggiano. Il Parmigiano Reggiano è un prodotto in grande misura artigianale, però non è più un prodotto di nicchia come direbbe Carlin Petrini, perché si producono 3 milioni di forme di Parmigiano Reggiano. E’ fatto tutto da piccole imprese artigiane: ci sono circa 600 casefici che fanno quel tipo di produzione. Produrre soia per l’alimentazione bovina in Italia non è più conveniente perché, come dicevo prima, la dimensione della maglia poderale è assai limitata. Quindi, è più conveniente comprare soia dai grandi paesi produttori che hanno delle estensioni sterminate dal punto di vista dei loro appoderamenti. Ciò che viene dall’estero non è più integralmente sicuro al 100% di non avere un minimo di contaminazione dal punto di vista degli OGM. Il Consorzio di Tutela per il Parmigiano Reggiano, per questa ragione, anche se non produce con produzioni OGM, cioè non produce volutamente con OGM, non si sente in grado di garantire nel proprio disciplinare di produzione nell’Unione Europea che il suo prodotto è assolutamente esente da OGM. Questo è un tema di straordinario rilievo, badate, ed è una questione che entra direttamente in rapporto con la questione della tolleranza zero, sulla quale in linea in principio sono assolutamente d’accordo, ma é evidente ciò che è già avvenuto.

Questo Cavallo di Troia, come lo chiamo io, è stato inserito nella produzione mondiale in modo tale da contaminare e da poter far dire da ciascuno di noi, “Ma tutto sommato, abbiamo già cominciato a mangiarlo”. Io l’ho chiamata l’Invasione degli Ultracorti, da un noto film che c’era negli anni ’50 e ’60, cioé creature simili a noi ma che in realtà non lo sono. Questo è già accaduto e sta diventando un fattore che rende difficile le cose anche per coloro che non vogliono produrre OGM. Sto parlando del processo di trasformazione e non di una sola entità, perché io posso anche pensare, attraverso l’opera preziosa di Vandana Shiva ed altri di amici, di prendere una semente, di insalata, ad esempio, piantarla e tutelarla, ma quando ho un ciclo complesso come quello di un ciclo di un animale, che si avvale poi di vari ingredienti, che girano tutto il mondo per avere questa alimentazione, la cosa diventa veramente difficile.

Mi dispiace davvero dover concludere il mio ragionamento con un problema irrisolto. Il portarlo alla vostra attenzione, però, ha il significato di come questo tema sia diventato così importante ma anche così difficile da risolvere. Molti buoi sono già scappati dalla stalla. Noi, per questa ragione, abbiamo bisogno di tenere rigorosamente questo presidio da tante altri parti.

Io credo che, con grande franchezza, l’apporto fondamentale ci possa venire solo dal mondo del consumo. Io sono un sostenitore convinto di questo assunto dell’amico Carlin Petrini che dice, “il consumatore è co-produttore”. Se non c’è, in nome di un’istanza di libertà, una scesa in campo decisa da parte dei consumatori, sarà difficile risolvere questo problema.

Anche nell’Unione Europea la questione andrebbe co-determinata, non solo da parte dalla Commissione Sanità che si occupa di questo problema, ma dovrebbe essere portata nella Commissione Consumatori, perché sono i consumatori che sono legittimamente i giudici-arbitri che devono concorre nel redigere delle regole tali da darci queste garanzie. Quindi, al di là della biodiversità e tante altre questioni, noi come consumatori di tutto il mondo abbiamo titolo e diritto di decidere cosa mangiare.

 
 
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