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I cacciatori di miele dei Monsoni

Nelle foreste monsoniche tropicali che coprono i pendii dei Monti Nilgiri, nell’India meridionale, le tribù locali rischiano più di qualche puntura quando raccolgono il miele selvatico: un miele unico nella regione, che è salito di recente sull’Arca del Gusto, progetto della Fondazione Slow Food. La grande ape locale (Apis dorsata) costruisce i suoi favi sulle alte cenge dei dirupi montani, costringendo i cacciatori di miele a calarsi dall’alto su lunghe scale di corda, fabbricate con la corteccia degli alberi, dopo essere saliti su creste alte decine di metri. Perdere l’equilibrio o mettere un piede in fallo può essere fatale.

Durante il viaggio di ritorno al villaggio la squadra può incontrare orsi, leopardi ed elefanti che popolano quelle fitte foreste. L’area è una biosfera protetta dall’Unesco e uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del mondo.

La raccolta del miele selvatico tuttora praticata da queste tribù – degna di nota non soltanto per il sapere e le capacità tradizionali di coloro che vi si dedicano, ma anche per la sua evoluzione sostenibile – richiama alla mente le tante pratiche particolari portate avanti dalle popolazioni indigene di tutto il mondo. Nel corso degli anni, infatti, i cacciatori di miele hanno sviluppato diversi sistemi per rendere questa pratica sostenibile. Quando tagliano il favo conservano la parte che ospita le api giovani in modo da garantirne la presenza futura. In alcuni casi evitano di toccare intere creste, anche nei periodi di carestia.

Le tribù Irula e Kurumba praticano la raccolta del miele in questa maniera da generazioni. Si ritiene che le pitture rupestri locali che raffigurano i cacciatori di miele risalgano a oltre 2000 anni fa. La pratica odierna non è cambiata molto, ma con le incursioni del mondo esterno l’antica tradizione è a rischio. «La zona è vittima della deforestazione e c’è stato un cambiamento nel tipo di agricoltura nelle aree circostanti: si è passati dalla policoltura alla monocoltura, con un incremento della coltivazione del tè che determina una perdita di diversità e un uso maggiore di pesticidi e fertilizzanti. Tutto ciò incide direttamente sulla popolazione delle api» afferma Robert Leo della Keystone Foundation, un'Ong locale che lavora con le tribù da più di 15 anni per tutelare questa pratica. «Inoltre, ci sono molte opportunità di lavoro in altri settori come il tessile, il pubblico impiego e le fabbriche».

Dal momento in cui la Keystone Foundation ha cominciato a operare con le tribù, la collaborazione si è concentrata sul modo di portare avanti questa tradizione nel contesto di una società moderna. Nel quadro del progetto sono stati creati centri locali di produzione in cui i cacciatori accumulano, filtrano e confezionano il miele raccolto. Oggi dispongono di un prodotto commerciabile, venduto a un prezzo equo sugli scaffali della rete Green Shops della Keystone Foundation. Inoltre le tribù utilizzano anche la cera d’api, che in passato gettavano, per fabbricare candele e cosmetici. La fondazione ha introdotto l’apicoltura per fornire ai cacciatori una fonte di reddito nella stagione in cui non si pratica la caccia al miele. «Negli ultimi anni abbiamo visto molti casi di persone che sono tornate a raccogliere il miele nella foresta, in particolare giovani» racconta Leo. «Una delle ragioni è che sta diventando un’attività economicamente interessante».

Nel 2011 il miele millefiori della foresta è salito sull’Arca del Gusto di Slow Food, un catalogo di prodotti di alta qualità ma a rischio di estinzione in tutto il mondo.

Al Salone del Gusto e Terra Madre di quest’anno, ci saranno laboratori, degustazioni e uno speciale spazio dedicato agli apicoltori e al miele. La questione degli indigeni sarà un tema centrale, con la partecipazione di rappresentanti delle comunità indigene di tutto il mondo.

Per maggiori informazioni, visita il sito: www.slowfood.it

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