Terra Madre http://www.terramadre.info Rete delle comunità del cibo Tue, 22 Jul 2014 07:58:52 +0000 it-IT hourly 1 Terra Madre e l’agricoltura familiare http://www.terramadre.info/terra-madre-lagricoltura-familiare/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=terra-madre-lagricoltura-familiare http://www.terramadre.info/terra-madre-lagricoltura-familiare/#comments Mon, 07 Jul 2014 08:26:54 +0000 http://www.terramadre.info/?p=892 Le Nazioni Unite celebrano nel 2014 l’Anno internazionale dell’agricoltura familiare, tema che sarà anche protagonista del prossimo Salone del Gusto e Terra Madre   Kanayo F. Nwanze, presidente dell’International Fund … Continua

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Le Nazioni Unite celebrano nel 2014 l’Anno internazionale dell’agricoltura familiare, tema che sarà anche protagonista del prossimo Salone del Gusto e Terra Madre

Gentile concessione IFAD

Gentile concessione IFAD

 

Kanayo F. Nwanze, presidente dell’International Fund for Agricultural Development (Ifad) mette in luce come il 2014 rappresenti una grande opportunità per «promuovere un ragionamento sulle politiche che consentano lo sviluppo sostenibile dei sistemi agricoli basati sulle famiglie contadine, le comunità rurali e le popolazioni indigene». Le piccole aziende agricole secondo l’Ifad danno un enorme contributo alle esigenze alimentari del pianeta eppure, paradossalmente, quelle stesse famiglie contadine costituiscono una parte significativa degli 842 milioni di affamati su scala mondiale e le aree rurali sono popolate da tre quarti delle persone che versano in gravi condizioni di povertà. Ecco allora che il lavoro di Ifad si pone l’obiettivo di «mostrare la capacità di trasformazione e innovazione dell’agricoltura familiare, che non è parte del problema, ma parte della soluzione per la sicurezza alimentare e le sfide dello sviluppo sostenibile di questo secolo».

Alle parole di Ifad fanno eco storie come quella delle donne del Gran Chaco argentino, appartenenti a diverse etnie indigene e da sempre impegnate in attività di raccolta di frutti selvatici e nella loro trasformazione in bevande, farine e altre preparazioni alimentari oggetto di un Presidio Slow Food. Ifad, Slow Food e organizzazioni attive su scala nazionale le stanno dotando degli strumenti utili per far sì che proseguano nella loro opera di valorizzazione di prodotti fortemente legati alla loro cultura, stanno incentivando il dialogo fra gruppi diversi affinché al lavoro delle donne sia restituita piena dignità e la possibilità di ottenere un reddito.

Foto Paolo Andrea Montanaro

Foto Paolo Andrea Montanaro

 

Dacian Cioloş, Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, per parte sua, mette in grande evidenza l’elemento di diversità che caratterizza i 12 milioni di aziende agricole distribuite sui 172 milioni di ettari di terreni agricoli nei 28 Stati membri dell’Unione Europea. Una variazione enorme, che interessa le condizioni agronomiche e climatiche, le dimensioni delle aziende rurali, le strutture, le pratiche e le tradizioni agricole e, ovviamente, i cibi prodotti in queste aziende. Oltre alla diversità, però, Cioloş mette in luce anche altri valori, tra cui l’agricoltura familiare riveste un ruolo di primo piano. «È l’agricoltura familiare che modella la nostra agricoltura da una prospettiva economica, oltre che dal punto di vista sociale. Per secoli, la struttura dell’agricoltura europea è stata plasmata dal concetto di agricoltura familiare e ancora oggi è il caso. Il concetto di fattoria di famiglia è legato alla sua maggiore resilienza e alla maggiore capacità di adattarsi ai cambiamenti e sviluppi». Certo, l’agricoltura europea non si identifica tutta con le aziende di piccole dimensioni ma sono quelli i casi che vi raccontiamo, portandovi gli esempi di allevatori che in Austria dedicano grandi attenzioni ai propri animali, mostrando di aver compreso che proprio il benessere del bestiame è all’origine di una carne di qualità o quello dei produttori dei paesi nordici, cui il lavoro di cuochi sempre più riconosciuti a livello internazionale ha restituito l’orgoglio di essere qualcosa di speciale. E di fare qualcosa di speciale.

Dalla Germania alla Francia, dall’Italia alla Polonia le storie dei piccoli produttori si intrecciano e sembrano dare ragione al commissario europeo: diversità, fattorie familiari e qualità sono il futuro della nostra agricoltura.

Foto Ivo Danchev

Foto Ivo Danchev

Per parte sua, la Fao ha condotto su 93 paesi uno studio che ha messo in luce che le aziende agricole a conduzione familiare rappresentano oltre l’80% di tutte le strutture dedite all’agricoltura e, come scrive il direttore generale José Graziano da Silva: «La conservazione e l’uso sostenibile delle risorse naturali sono connaturati nella logica produttiva delle aziende agricole a conduzione familiare, e le distinguono dalle aziende specializzate di grandi dimensioni. La natura altamente diversificata delle attività agricole familiari conferisce loro un ruolo centrale nella diffusione della sostenibilità ambientale, nella salvaguardia della biodiversità, contribuendo altresì a una dieta più salutare ed equilibrata».

Foto Paola Viesi

Foto Paola Viesi

 

Di esempi in tal senso Slow Food può offrirne moltissimi ma, forse, il più significativo è rappresentato dal progetto dei 10.000 orti che ormai in molti paesi del continente africano costituiscono la risposta migliore all’agricoltura intensiva basata su monocolture destinate all’esportazione, ai fertilizzanti chimici di sintesi, alle colture geneticamente modificate. Negli orti africani sostenuti da Slow Food i bambini vanno a scuola di cibo, affondano le mani nella terra e imparano il valore dei loro cibi tradizionali. E, così come fanno i bambini, accade anche alle donne e agli uomini delle tante comunità coinvolte nelle attività di Slow Food. Continuiamo a dirlo: gli orti sono una piccola goccia nel mare, ma i risultati di questa goccia sono concreti e meravigliosi, perché stanno migliorando la vita di moltissime persone. E coinvolgerne molte altre, in questo miglioramento è un obiettivo ambizioso, ma non impossibile, se terrà in conto il valore delle aziende agricole familiari.

Silvia Ceriani
s.ceriani@slowfood.it

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Terra Madre Balcani 2014 http://www.terramadre.info/terra-madre-balcani-2014/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=terra-madre-balcani-2014 http://www.terramadre.info/terra-madre-balcani-2014/#comments Thu, 29 May 2014 16:25:17 +0000 http://www.terramadre.info/?p=769 Croazia… Dal 19 al 22 giugno, oltre 200 delegati provenienti da 11 Paesi parteciperanno al terzo incontro regionale tra le comunità del cibo a Dubrovnik, Croazia Dopo due edizioni a … Continua

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Croazia…

Dal 19 al 22 giugno, oltre 200 delegati provenienti da 11 Paesi parteciperanno al terzo incontro regionale tra le comunità del cibo a Dubrovnik, Croazia

Dopo due edizioni a Sofia (Bulgaria), la rete di Terra Madre Balcani sceglie Dubrovnik per l’incontro della rete che riunirà le comunità del cibo provenienti dall’Europa Sud-Orientale.

Slow Food in Bulgaria lascia dunque il testimone a KinoOkus e Slow Food Dubrovnik, che organizzeranno l’evento con il supporto di Slow Food, il Ministero dell’Agricoltura della Croazia, la Contea di Dubrovnik-Neretva, la Città di Dubrovnik, in partenariato con l’Università di Dubrovnik, e con il contributo di Fao, l’Ong Redd, e il progetto “table for Nine Billion”.

Terra-Madre-Balkans-Logo

Lanciata a Sofia nel 2010, Terra Madre Balcani è la prima rete che unisce comunità del cibo provenienti da più nazioni di una stessa regione. I paesi balcanici condividono tradizioni alimentari uniche e simili condizioni socio-economiche. Pertanto, la salvaguardia del loro patrimonio gastronomico esige sforzi comuni e tempestivi che superino i confini nazionali per essere affrontati da una visione comune.

L’associazione Slow Food e la rete di Terra Madre sono ben radicati nella regione e formano oggi un vasto network che conta oltre 1500 soci, 16 Presìdi Slow Food, 80 comunità del cibo, 15 programmi di educazione alimentare e del gusto nelle scuole e 25 cuochi attivi nella rete e pronti a salvaguardare le piccole produzioni alimentari di qualità.

All’evento, che ha ricevuto il supporto del Presidente della Repubblica di Croazia, Ivo Josipovic, parteciperanno oltre 200 delegati dagli 11 paesi della regione (Albania, Bosnia e Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Grecia, Kosovo, Montenegro, Rep. di Macedonia, Romania, Serbia e Turchia). Il Presidente di Slow Food, Carlo Petrini, parteciperà all’evento.

Terra-Madre-Balkans-Product

Il programma delle conferenze si svolgerà presso Università di Dubrovnik, mentre il parco storico di Gradac ospiterà un Mercato della Terra, dove negli oltre 30 stand presenti sarà possibile degustare e scoprire una selezione di prodotti delle comunità del cibo e Presìdi Slow Food provenienti da tutta la regione.

L’evento sarà anche l’occasione per raccogliere fondi a sostegno delle tante comunità del cibo messe in ginocchio dalla recente alluvione, la più grave registratasi negli ultimi 120 anni, che ha colpito la Bosnia e la Serbia. Per aiutare le comunità del cibo e i Presìdi che versano in condizioni particolarmente critiche, Slow Food ha anche reso possibile farlo attraverso il nostro sito. Farlo è molto semplice: basta cliccare qui.

La terza edizione di Terra Madre Balcani rientra fra le attività del progetto ESSEDRA, co-finanziato dall’Unione Europea per mezzo di DG Enlargement, promosso da Slow Food con l’obiettivo di accompagnare il processo di integrazione in Europa dei Balcani e della Turchia, attraverso un rafforzamento della società civile e della sua capacità di influenzare le politiche e promuovere modelli di sviluppo rurale sostenibile.

Terra-Madre-Balkans-People

L’evento sarà l’occasione anche per presentare al pubblico gli oltre 150 prodotti della regione segnalati nell’Arca del Gusto, il catalogo di Slow Food che riunisce tutti i prodotti agro-alimentari che rischiano di scomparire.

Terra Madre e il Salone Internazionale del Gusto si svolgeranno quest’anno a Torino dal 23 al 27 ottobre. Anche quest’anno Salone del Gusto e Terra Madre si fondono e danno vita a un evento unico, una narrazione comune che unisce la rete delle comunità del cibo di Terra Madre allo straordinario patrimonio di produttori, cuochi, Laboratori del Gusto, attività educative, Presìdi Slow Food e istituzioni portato in eredità dal Salone Internazionale del Gusto.
Terra Madre e il Salone Internazionale del Gusto ospiteranno un’area espositiva di 100 metri quadrati interamente dedicata ai Balcani, dove più di 50 tra comunità del cibo e Presìdi Slow Food metteranno in mostra e in vendita i loro prodotti alimentari.

Per ulteriori informazioni:
www.essedra.com
www.kinookus.com

Per effettuare una donazione in favore del progetto Emergenza Balcani:
http://www.slowfood.com/donate

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Urbanismo y comida http://www.terramadre.info/urbanismo-y-comida/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=urbanismo-y-comida http://www.terramadre.info/urbanismo-y-comida/#comments Thu, 29 May 2014 15:57:38 +0000 http://www.terramadre.info/?p=749 Cuba… Il miracolo di un organopónico che prospera in mezzo ai palazzi, fornendo una buona prospettiva lavorativa ai giovani e un’alimentazione sana a tutto il quartiere Necessità, possibilità e volontà. … Continua

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Cuba…

Il miracolo di un organopónico che prospera in mezzo ai palazzi, fornendo una buona prospettiva lavorativa ai giovani e un’alimentazione sana a tutto il quartiere

Necessità, possibilità e volontà. Con queste tre parole un orticoltore urba- no sintetizzò le ragioni del “miracolo agricolo” cubano al suo intervistatore, Sinan Koont, autore dell’articolo “The Urban Agriculture of Havana”.

Quando visito il Vivero Alamar è una mattina di maggio, l’aria calda ma resistibile; dalla zona in cui alloggiamo l’organopónico* dista circa mezz’ora. Un percorso tra vecchie dimore barocche ed edifici art déco, parchi verdi e l’azzurro del Malecón.

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Esperienza esemplare

L’ingresso della Ubpc (Unidad Básica de Producción Cooperativa) ci accoglie con una zona ombreggiata, un banco di vendita che espone casset- te di ananas, gombo, peperoncino, pomodori, spezie e spinaci, tutto col relativo prezziario in moneda nacional o pesos cubanos. C’è coda. Un andirivieni di donne, anziani, famiglie. Gli abitanti del quartiere si servono qui per la spesa quotidiana e, ultimate le compere, molti si concedono un bicchierone di guarapo ghiacciato, ottenuto dalla spremitura della canna da zucchero e preparato espresso sul momento.

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Oltrepassato l’ingresso, incontriamo Miguel Salcines López, presidente della cooperativa. Un grand’uomo. Per idee, statura, coscienza. Con lui ripercorriamo le tappe alimentari e produttive dell’isola, da un’agricoltura im- prontata alle monocolture fino al crollo dell’economia sovietica, che spazzò via macchinari, fertilizzanti e pesticidi chimici, mezzi di trasporto, benzina e gasolio. Rendersi autosufficienti nella produzione, coltivare vicino alle città riducendo al minimo i costi di trasporto e adottare pratiche sostenibili per essere indipendenti dalle energie fossili furono visti come interventi necessari durante il período especial. Ma Cuba era in un certo modo preparata ad affrontare la crisi: fin dagli anni Settanta, infatti, centri di ricerca e istituzioni statali avevano iniziato a studiare una strada per vivere senza petrolio.

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È il caso di Vivero Alamar. Miguel era presente fin dall’inizio, nel 1997, insieme ad altre quattro persone, quando ottenne di lavorare un appezzamento di 3,7 ettari, un terreno incolto e apparentemente privo di valore. Ed ecco il “miracolo”, i cui numeri parlano chiaro. Attualmente gli occupati in cooperativa, su circa 11 ettari di terreno, sono 162 persone, fra cui giovani che guardano alla terra come a una prospettiva di buona vita, professionisti universitari, oltre 40 donne e un 35% di pensionati. E le condizioni lavorative sono privilegiate: sette ore di lavoro al giorno, salari di 800 pesos circa (rispetto ai 450 della media nazionale), la possibilità di accedere a corsi di preparazione e di aggiornamento, di usufruire della mensa comune gratuita… È ovvio che questa realtà abbia un forte impatto sociale, migliorando la qualità della vita di chi vi lavora e la dieta dell’intero quartiere.

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Diversificare le attività

Si tratta di un’esperienza esemplare, una struttura all’avanguardia che riceve molte visite da delegazioni ufficiali straniere, media o contadini di altri paesi che vogliono apprendere i loro “segreti”. Mentre camminiamo per la proprietà li vediamo anche noi: un gruppo di venezuelani armati di penne e quaderni. Fanno domande, osservano, si appuntano le risposte. Alamar ha molto da insegnare.

Ce ne accorgiamo osservando più da vicino che questa cooperativa è una sorta di “condensato” di tutto quel che abbiamo letto e appreso sull’agricoltura pulita e che indicano chiaramente che tutto è frutto delle scelte che Miguel e compagni hanno intrapreso studian- do, documentandosi e ristabilendo un contatto autentico con la natura. Ultimo capitolo, la biodiversità: innumerevoli tipi di ortaggi coltivati secondo un ciclo breve che prevede fino a 4-5 rotazioni all’anno, frutti tropicali, erbe aromatiche e officinali come la yerba buena per i mojitos o la Albahaca santissima (una particolare varietà di basilico) per le pratiche di santeria, fiori variopinti sotto le serre, polli, conigli, tori per produrre letame. E tutt’intorno i palazzi. «¡Mira!, urbanismo y comida» dice Miguel. Ogni cosa è correlata all’altra, terra-insetti-piante-animali, benessere ambientale-sociale-economico, e tutto parla di competenza e creatività.

Cuba1

*La parola organopónico è originaria dello spagnolo cubano e descrive una realtà agricola sviluppatasi proprio a Cuba, a partire dal 1987, per poi diffondersi anche altrove. Gli organopónicos sono orti urbani e biologici, e consistono in “vasconi” di diversa estensione, circondati da un muretto alto pochi cen- timetri e riempiti di terra e sostanza organica. Si stima che a Cuba ce ne siano più di 7000 di diversa ampiezza, che soddisfano gran parte del fabbisogno interno.

di Silvia Ceriani
Foto Luca Morino

Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Slow Food 2013

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La casa della dignità http://www.terramadre.info/casa-dignita-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=casa-dignita-2 http://www.terramadre.info/casa-dignita-2/#comments Thu, 29 May 2014 15:07:41 +0000 http://www.terramadre.info/?p=742 Palestina… Una scuola di cucina per mostrare agli altri paesi l’identità culturale e l’orgoglio delle donne di Nablus. E la ricchezza del cibo locale. Bait al Karama (Casa della dignità) … Continua

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Palestina…

Una scuola di cucina per mostrare agli altri paesi l’identità culturale e l’orgoglio delle donne di Nablus. E la ricchezza del cibo locale.

bait al karama_photo by Tanya Habjouqa18

Bait al Karama (Casa della dignità) è il primo centro per le donne nel cuore della città vecchia di Nablus, Palestina, e combina un’impresa sociale improntata sulla cultura culinaria palestinese con attività e programmi educativi, sociali e culturali. La gestione a impresa sociale ha come obiettivo la creazione di posti di lavoro per le donne che hanno subìto traumi e perdite durante e dopo la seconda Intifada e la gestione di un programma di supporto sociale, psico- logico e formativo per donne e bambini. Il centro è formato da un Beauty Salon aperto al pubblico e da diverse sale multifunzionali che ospitano corsi, conferenze, laboratori e pranzi per gruppi. Bait al Karama è inoltre il primo convivium Slow Food di Nablus e ospita la prima scuola internazionale di cucina palestinese interamente gestita da donne nella West Bank.

Scuola di cucina

Il progetto della scuola di cucina nasce con l’intento di creare forme di lavoro flessibile per una ventina di donne della Città Vecchia di Nablus ed è ospitato all’interno della struttura di Bait al Karama, una palazzina ottomana nel cuore di Nablus recentemente ristrutturata. La cucina, situata al pianterreno, è stata ristrutturata e arredata secondo la tradizione domestica palestinese pur mantenendo alti standard professionali e di sicurezza.

bait al karama_photo by Tanya Habjouqa14

Il progetto nasce dalla constatazione che la cucina palestinese, pur offrendo una varietà incredibile di piatti e specialità della cucina araba, è poco conosciuta e rappresentata sia nel Medio Oriente sia in Occidente. Eppure Nablus, città un tempo al crocevia delle rotte commerciali tra est e ovest e dimora di alcune delle famiglie più benestanti del paese che hanno sostenuto lo sviluppo di una “cucina alta”, offre alcune delle ricette più interessanti nate dall’incontro di spezie, carni e verdure provenienti da paesi lontani. I dessert, in particolare, rappresentano l’apice di questa tradizione, come la knafeh, esportata e copiata in tutto il mondo arabo.

Il cibo e la tradizione culinaria fanno oggi parte della ricchezza di Nablus e rappresentano un elemento su cui si innesta l’orgoglio cittadino e delle don- ne in particolare. Nell’insegnare e trasmettere questo patrimonio ai partecipanti ai corsi, le donne hanno inoltre la possibilità di stabilire una relazione paritaria con i visitatori stranieri. La scuola vuole contribuire alla costruzione e alla diffusione di un’immagine positiva di Nablus come città ricca di cultura, storia e tradizione, al di là dello stereotipo classico del conflitto israeliano-palestinese.

bait al karama_photo by Tanya Habjouqa4

La scuola di cucina utilizza prodotti locali e intende diventare punto di riferimento per i piccoli produttori della zona. I corsi e i workshop, infatti, prevedono anche visite a coltivatori, allevatori e aziende alimentari con l’obiettivo di avvicinare gli stranieri alle realtà rurali e produttive della città e permettere a queste di confrontarsi con professionisti e appassionati del settore a livello internazionale.

Il progetto* prevede anche di commissionare a studiosi e ricercatori elaborati sulla cucina tipica palestinese, oltre che all’intervento di artisti che ne valorizzino determinati aspetti con video, testi e fotografie.

di Beatrice Catanzaro
Foto Tanya Habjouqa

Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Slow Food 2013

bait al karama_photo by Tanya Habjouqa7

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Ripartire dal riso rosso http://www.terramadre.info/riso-rosso-madagascar/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=riso-rosso-madagascar http://www.terramadre.info/riso-rosso-madagascar/#comments Thu, 29 May 2014 14:01:56 +0000 http://www.terramadre.info/?p=701 Madagascar… Quando una coltura è riconvertita al biologico ne guadagna il gusto, ma anche la produttività del terreno “Abbiamo coltivato così per secoli, poi siete arrivati voi vasà* e ci … Continua

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Madagascar…

Quando una coltura è riconvertita al biologico ne guadagna il gusto, ma anche la produttività del terreno

“Abbiamo coltivato così per secoli, poi siete arrivati voi vasà* e ci avete detto che non andava bene, che dovevamo utilizzare i vostri prodotti. Ora vorreste dirci che avete cambiato idea, e che avevamo ragione noi?”. Con queste parole gli anziani di Antanafisaka hanno inizialmente riso alla proposta di Sandra Pazzaglia di riconvertire l’intera coltivazione del riso rosso, dopo decenni di “rivoluzione verde”, all’agricoltura biologica.

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Fiducia
“Antanafisaka è un villaggio poverissimo, senza acqua corrente ed elettricità” spiega l’attivista italiana, che da anni segue sul campo il progetto di sviluppo economico del poverissimo paese malgascio per conto di un filantropo italiano con l’appoggio dell’associazione Granello di Senape e di Slow Food. “Il riso rosso, una varietà endemica, saporita e nutriente, rappresenta per i produttori, che fanno parte della rete di Terra Madre non solo l’alimento base di ogni pasto, ma anche l’unica moneta di scambio per acquistare al mercato il necessario per vivere”. Ci sono voluti due lunghi anni di micro-sperimentazioni su piccoli appezzamenti, ma alla fine Sandra Pazzaglia è riuscita a guadagnarsi con i fatti la fiducia della comunità, che ora frequenta assiduamente i suoi corsi di eco-agronomia. “Tutti hanno potuto rendersi conto che, a dispetto delle false promesse delle grandi aziende, la coltivazione biologica su piccola scala, se praticata con criteri moderni, consente non solo di ottenere un prodotto più buono, ma anche di aumentare la resa dei campi (dal 20 al 60% in più), già a partire dal secondo anno”.

Speranza
Mentre parla, accarezza la testa di un bambino seduto, che la contempla con occhi persi. “Ha oltre due anni, non parla e non cammina. Non ha mangiato abbastanza in un periodo di carestia. Forse non ce la farà”. Se davanti alla tragedia di questo bambino si è tentati di abbandonarsi a una sensazione di impotenza, Sandra è invece animata dalla convinzione che, in nessun’altra parte del mondo come nel continente africano, con pochissimo si può fare molto. Per questo ha istituito il “fondo di rotazione”, un’esperienza di microcredito per finanziare piccoli progetti agricoli. “Bastano pochi euro per finanziare l’acquisto di un attrezzo, una coppia di animali, nuove sementi, e dare così una svolta alla vita imprenditoriale di un contadino”.

Il principale obiettivo del fondo, spiega, è convincere i contadini a coltivare più terra. “Se finora non l’hanno fatto, non è perché manchino loro gli appezzamenti o la voglia di lavorare, ma perché non avevano i mezzi per acquistare le sementi degli ibridi di laboratorio commercializzati dalle grandi aziende, i concimi e i fitofarmaci. Per decenni sono stati schiavi dell’agricoltura industriale: è tempo che si liberino da questo giogo”. Le rosse colline attorno al villaggio, ad esempio, – un bellissimo contrasto con il verde acceso delle risaie a valle – non sono coltivate.

Madagascar-Riso-rosso-2

Sandra ha in progetto di rifertilizzarne la terra, da tempo slavata e impoverita di sostanze dalla pioggia, introducendo la coltivazione di specie azoto-fissanti come le leguminose, e di riportare ad Antanafisaka la tecnica della coltivazione a terrazza, molto diffusa a sud di Antananarivo, ma poco praticata ad est della capitale. “La coltivazione di queste terre consentirebbe alla comunità di far fronte al duro periodo della soudure, del passaggio cioè da un anno agricolo all’altro, quando il vecchio raccolto inizia a scarseggiare e il nuovo non è ancora pronto”. Per affrontarlo, racconta, un contadino le ha sottoposto l’idea di utilizzare il fondo di rotazione per costruire un granaio. E, a giudicare dalla luce che si accende nei suoi occhi, per Sandra è stato un regalo immenso, la ricompensa per anni di lotte. “Vedi, per la prima volta l’idea è venuta da loro. Ciò significa che sono riuscita ad accendere nei loro cuori una seppur fioca luce di speranza che il cambiamento, anche qui ad Antanafisika, è possibile”.

*Il modo colloquiale con cui in Madagascar si indicano i bianchi

Testo e foto di Michele Fossi
Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Slow Food 2013

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